Come gestire un gruppo di lavoro

Ho parlato qualche giorno fa del manuale di Martin Jelfs e Sandy Marritt, Tecniche di animazione. Per la coesione nel gruppo e un’azione sociale nonviolenta (Elledici 1986, ora oltre la dodicesima ristampa, € 10) e avevo promesso di farne una recensione: eccola.

La prima cosa da dire è che ha ragione Enrico Euli a dire che il Jelfs, nell’edizione italiana, è in qualche modo tradito. La cosa si nota a partire dal titolo, che in inglese è il molto più semplice e diretto Manual for action, un titolo senz’altro molto più preciso.

Il repertorio

In realtà Tecniche di animazione è un libro piuttosto complesso, pur nella sua brevità (sono circa 170 pagine formato quaderno) e si presta perciò a una pluralità di interpretazioni. Prima di tutto è un repertorio di tecniche di animazione, cioè sostanzialmente delle metodologie attive di lavoro, alternative alla lezione o ad altri metodi didattici di tipo frontale, utili per formarsi o addestrarsi in gruppo o semplicemente per facilitare la discussione e migliorare la qualità del lavoro comune. Nella tradizione cattolica italiana queste attività sono state spesso indicate come “tecniche di gruppo” o appunto “tecniche di animazione” (recentemente ho scoperto che ora vengono chiamate anche “dinamiche”, cosa che mi ha fatto sobbalzare perché alla mia epoca le dinamiche di gruppo erano tutt’altra cosa); nella tradizione pacifista e nel resto del mondo sono stati spesso chiamati “giochi” (magari con delle specifiche, tipo “giochi di animazione”); nella formazione aziendale spesso sono “esercizi” oppure assumono altri nomi, magari molto specifici (il metaplan, per dire, a rigore è un collage di tecniche di animazione). Una delle caratteristiche di queste tecniche è quella di essere state spesso raccolte in repertori a uso dei formatori e di essere perciò fortemente codificate: hanno cioè un nome che gli addetti ai lavori riconoscono immediatamente come, per dire, Il sacchetto di fagioli, La finestra di Johari o La galleria dei sogni. Jelfs riporta circa 130 tecniche e il suo successo è dovuto certamente al fatto che la pubblicazione del libro rendeva facilmente disponibili a un pubblico vasto un buon numero di tecniche prima non particolarmente diffuse. Nella logica dei Salesiani che lo pubblicavano, del resto, l’inserimento del volume nella collana aveva esattamente questo senso: dopo avere presentato una serie di altri concetti chiave e avere precisato che a ognuno sarebbe stato dedicato un volume apposito, scrivevano:

Di grande utilità sono le tecniche di animazione. Non le consideriamo una bacchetta magica, ma uno strumento utile e rischioso da usare con saggezza.

Utile e rischioso. Torneremo su questa parola. Nel frattempo diciamo che il pubblico dell’epoca era affamato e il libro ebbe di sicuro molto più successo di tutto il resto della collana, alla quale è del resto largamente sopravvissuto, con buona pace.

Il manuale sulla vita di gruppo

Il fatto è, e a una rilettura oggi la cosa è evidente, che il Jelfs non era solo un repertorio di tecniche. Era anche, prima di tutto, una riflessione sul senso dello stare in gruppo e su ciò che vuol dire lavorare e formarsi in un gruppo: non a caso i primi due capitoli non presentano nessuna tecnica ma si preoccupano di fornire le premesse teoriche: Fatti non parole: l’azione di gruppo per il cambio sociale (con paragrafi come: Cosa intendere per politica e per azione politica) e Il training per abilitare all’azione di gruppo.

Questo secondo capitolo, soprattutto, è centrale: perché postula come metodo preferenziale per lavorare in gruppo quello del training, una pratica tipica del movimento pacifista basata appunto su giochi di interazione (sul quale training all’epoca erano disponibili anche i due volumi dei Viaggi in training scritti dal gruppo cagliaritano di Passaparola e pubblicati prima da Satyagraha e poi da Pangea, ora abbastanza introvabili). Sotto questo punto di vista il Jelfs ha anche un importante valore documentario, perché è un’agile porta d’accesso a una importante pratica culturale, formativa e politica che ha tuttora una sua validità e che si ritrova ancora, in forme anche molto variate, nella quotidianità politica di molti gruppi (e che, d’altra parte, si vede bene come sarebbe utile in quei gruppi che viceversa non la usano).

Il secondo capitolo pone, quindi, le premesse teoriche da un punto di vista didattico: perché è preferibile apprendere dall’esperienza, il rapporto fra simulazione e realtà, il senso dell’uso delle tecniche e degli esercizi, il rischio nelle attività formative. Già, proprio il rischio evocato dai Salesiani nel’introduzione, a cui indirettamente Jelfs e Marritt rispondono così:

Più sono le barriere che noi erigiamo contro le nuove modalità per lavorare insieme, più noi rimaniamo chiusi alle nuove idee e più alto sarà il rischio nell’usare questi strumenti.

Il rischio è percepito in maniera diversa dalle persone. Per alcuni il contatto fisico costituisce un alto rischio; altri temono di parlare troppo dei loro sentimenti personali, apparire stupidi o sciocchi in discussioni intellettuali, assumere un compito che non sanno adeguatamente assolvere.

Un animatore sensibile fa il possibile per minimizzare il rischio ai partecipanti, ma nello stesso tempo si rende conto – e aiuta il gruppo a rendersi conto – che riconoscere e superare questo senso di minaccia è una componente importante del training stesso.

Questo è un po’ il punto centrale di questo tipo di impostazione. Negli anni di pratica di tecniche di animazione e di training mi sono reso conto più volte che le persone si dividono, in fondo, fra quelle che accettano di mettersi in gioco e di vivere l’esperienza liberante ma rischiosa della formazione e del cambiamento e quelle che invece non vogliono uscire dalla loro posizione difensiva; il training ha una capacità di smascheramento eccezionale in questo senso, perché mette a nudo tutti i meccanismi difensivi e svela le difficoltà: un buon training aiuta a superare le seconde e rende evidente al gruppo l’esistenza dei primi.

Se i due focus sono allora l’idea che la politica si fa insieme, nel gruppo, e il training come via metodologica preferenziale, questo spiega la struttura del resto del libro, o almeno della sua parte centrale, che è tutta dedicata al gruppo. C’è uno scostamento forte, qui, dall’impostazione di altri libri che, a questo punto o dopo aver posto qualche altra premessa metodologica, passano a presentare le tecniche suddividendole sulla base delle finalità: tecniche per fare le presentazioni dei partecipanti, tecniche per facilitare la discussione, tecniche per i momenti di conflitto, per programmare, per fare la verifica – seguendo un ideale andamento di una riunione-tipo, dall’inizio alla fine. Qui invece si preferisce esaminare la vita di gruppo nei suoi vari aspetti e man mano presentare le tecniche che rientrano nell’argomento. Così per esempio presentazioni dei partecipanti, chiarificazioni delle attese e delle agende e la verifica di lavoro sono tutte raccolte nel terzo capitolo, dedicato allo stile di lavoro comune. Quarto e quinto capitolo sono dedicati rispettivamente al gruppo e alle sue dinamiche (leadership, ruoli, decisioni, conflitti) e alla comunicazione affettiva nel gruppo (dove il discorso del potere è allargato alle “poste in gioco”: inclusione, controllo, affetto). Il sesto capitolo è di passaggio, ed è dedicato ai sogni e agli ideali del gruppo, riprendendo in parte il capitolo precedente.

Apprendere per osmosi

Prima di presentare gli ultimi due capitoli devo dire che rileggendo il libro, recentemente, mi sono reso conto che all’epoca buona parte dei contenuti li appresi, come dire, per osmosi. Intendo dire che io, come penso molti altri, aprivo il libro quando c’era una esigenza pratica: una riunione da organizzare, un’attività, un problema da affrontare. In quei casi si sfogliavano le tecniche alla ricerca di qualcosa che facesse al caso nostro. Ma essendo le tecniche così affogate nel testo più complessivo si finiva forzatamente per leggiucchiare anche l’apparato teorico, assorbendolo in maniera magari disordinata ma piuttosto approfondita: rileggendo ho scoperto moltissimi concetti che (mi) ripeto frequentemente ma che non ricordavo se non molto vagamente che avessi tratto dal Jelfs. In questo senso Tecniche di animazione è un manuale nel senso che è un testo di consultazione: soltanto che ciò che invita a consultare non è tanto il repertorio delle tecniche quanto una visione complessiva della vita di gruppo nei suoi vari aspetti, presentata con brevità ma efficacemente.

Il manuale di lotta politica

Questo tema dell’osmosi mi sembra conduca al terzo aspetto di Tecniche di animazione, che è quello di essere, oltre che un repertorio di tecniche di animazione e un manuale di training, anche un manuale di lotta politica e di conduzione di campagne, argomento al quale sono dedicati i due ultimi capitoli. Il training, cioè, non è fine a se stesso ma serve per formare e accompagnare il gruppo durante un percorso di lotta politica. Qui il passo cambia ancora: tecniche di lotta, tattica e strategia, colpire l’avversario, costruire alleanze.

Cosa c’entra l’osmosi? C’entra perché per degli animatori parrocchiali come noi questa doveva apparire, credo, come una parte piuttosto astrusa o quanto meno difficilmente utilizzabile: se un training poteva essere equiparato a un campo scuola, a cosa ci servivano le istruzioni su come condurre una campagna? Tanto è vero che avevo abbastanza dimenticato l’esistenza di questi due capitoli finali (che oggi viceversa trovo interessantissimi) mentre ero piuttosto sicuro che il Jelfs parlasse di comunicazione affettiva, come effettivamente è. Il fatto è che, leggendo, ho scoperto di ricordare benissimo tecniche suggerite e ragionamenti di quest’ultima parte e perciò all’epoca devo avere consultato più e più volte la sezione, solo obliterando dalla coscienza, diciamo, la cornice politica – credo in favore di più generici “consigli per l’azione”. E d’altra parte se della cornice politica mi ricordavo così bene vuol dire che, zitta zitta, anche quella è stata assorbita. Del resto l’etica nonviolenta che permea il volume qui è piuttosto evidente – anche nell’elencazione franca delle difficoltà – e in un certo senso i due capitoli sono una specie di allargamento del discorso precedente: solo che qui il gruppo è esteso a comprendere il quartiere, la città o il Paese, visto sempre però attraverso la lente metodologica precedente: visioni, conflitti, dinamiche di gruppo, gestione del potere, comunicazione affettiva. Per un animatore che abbia fatto esperienza estensiva di gruppo non è difficile raccapezzarsi nel discorso della lotta politica intesa in questo modo, perché vive il passaggio tematico in termini di semplice allargamento di orizzonte. La visione politica passa al lettore in maniera graduale.

Osmosi, appunto.

Devo dire che questi due ultimi capitoli mantengono tutta la loro utilità anche oggi e, come la pratica del training, hanno un sano sapore eversivo di stanche convenzioni didattiche e politiche e una capacità di smascheramento piuttosto notevole.

Compratelo

Vale la pena di comprare il Jelfs? A dieci euro, la domanda non si pone nemmeno. Repertorio di tecniche, manuale di vita di gruppo, manuale di training, riflessione sulla lotta politica, impacchettato in una forma tutto sommato maneggevole: è chiaro che è da comprare.

Ma con una avvertenza importante, che è suggerita dall’avvertenza iniziale stessa – Fatti non parole – e da questo concetto di osmosi che ho provato a presentarvi. Il Jelfs non è un testo teorico, è un manuale per l’azione e il miglior modo di leggerlo è quello di usarlo mentre si fa vita di gruppo e azione politica. Chi volesse approfondire l’uno o l’altro degli aspetti teorici farebbe meglio a rivolgersi altrove. Chi vuole un testo da sfogliare prima di tutte le sue riunioni, prima di programmare, quando si cerca di mettere in piedi un progetto, quando al vita di gruppo ha stanchezze e problemi, invece, non deve cercare più oltre.

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