La torre delle lingue confuse (e non è Babele)
Sto giocando, in questo periodo, Chants of Sennaar, un gioco del 2023 che riposava nella mia libreria di Steam da qualche svendita di non so più quando.
Sono ancora abbastanza all’inizio (diciamo un terzo, credo), quindi mi riservo di farne una recensione alla fine, ma quello che ho già visto mi spinge comunque a consigliarlo senza riserve.

Intanto, visivamente è bellissimo, con una grafica che ricorda irresistibilmente Moebius o comunque una splendida linea chiara alla francese.
L’altro elemento notevole è l’ambientazione, che si trasferisce automaticamente alla meccaniche di gioco. Ad una torre edificata apparentemente nel mezzo del nulla arriva un pellegrino non meglio identificato. La torre è popolata da una comunità con una forte identità religiosa, ma ben presto girovagando nei panni del pellegrino scopriamo che ai piani più alti vivono altre comunità, con identità molto differenti: ai Devoti seguono i Guerrieri, i Bardi e quindi gli Eruditi – ci saranno altri, ma per il momento questi sono i piani che ho visitato io.
La cosa interessante è che si tratta di un gioco palesemente narrativo ma privo di testo: i personaggi che incontriamo parlano in geroglifico, con glifi che ognuno indicano un concetto o modificano il significato di altri glifi (il segno di plurale, di negazione, di domanda…). Ovviamente le varie comunità parlano lngue differenti e i loro glifi sono altrettanto differenti, sia nel modo di scrivere che nei significati per i quali sono stati inventati: la raccolta dei segni dei Devoti ruota attorno a Dio, quello dei Guerrieri attonro al Dovere, e così via. La sintassi, addirittura, è diversa, con metodi diversi di combinare i glifi.
È chiaro che progredire nel gioco richiede di decifrare le varie raccolte di glifi per capire cosa stia succedendo: siamo cioè dalle parti di un puzzle game che richiede di andare in giro e risolvere man mano i vari enigmi linguistici che si presentano; c’è qualche elemento di raccolta di oggetti da usare al momento giusto per poter sbloccare nuove aree del labirinto dell’enorme torre e ogni tanto delle aree in cui bisogna muoversi di nascosto per non farsi scoprire, ma in sé il gioco è tutto qui.

Con mezzi apparentemente csosì semplici, il gioco ha una profondità notevole, che mi fa pensare che giocarlo sia quasi una sorta di masterclass di narrative design. È chiaro che da una parte gli autori capitalizzano sul precedente Heaven’s Vault dello studio Inkle (là c’era un’archeologa che doveva ritrovare le tracce degli Antichi e anche lì il giocatore doveva decifrare un alfabeto geroglifico); dall’altra sfruttano il fatto che l’ovvio riferimento alla Torre di Babele consente una facile immedesimazione al giocatore. Tuttavia la varietà di personaggi e situazioni, l’abile caratterizzazione delle varie comunità, l’uso intensamente narrativo dei glifi e della loro organizzazione è davvero notevole ed è magistrale la capacità di far progredire la narrazione con strumenti così poveri.
Oltretutto il gioco offre frequentemente sottotesti interessanti, per chi vuole coglierli: per esempio apparentemente l’asso nella manica del pellegrino è… un quaderno, dove schizza con immediatezza i vari eprsonaggi e le situazioni che incontra e l’uso dei glifi che ha testimoniato, costruendo man mano la sua personale biblioteca (forse sarebbe meglio; vocabolario) di riferimento.
Ripeto quindi il consiglio di provarlo: vedo fra l’altro che è disponiible su mobile addiritura gratis (credo con pubblicità intena al gioco).


