Vite e limonate

Ho letto ieri, fra un autobus e un pomeriggio casalingo, I misteri della giungla nera di Salgari, che credo non avessi mai letto neanche da ragazzo.

Ho deciso di ripercorrere tutto il ciclo indo-malese di Salgari, ma per il momento sono all’inizio (adesso ho iniziato Le tigri di Mompracem, che in realtà cronologicamente sarebbe precedente). Il mio contatto con Salgari, negli anni, è stato molto altalenante: adorato da ragazzo, come molti della mia generazione, in seguito spesso l’ho trovato noioso, anche se per esempio ci sono tornato sopra all’epoca di Oggi parliamo di libri. Questa volta, anche rispetto alla rilettura de Il Corsaro Nero, ho deciso di rileggere non tanto per l’intrattenimento quanto per seguire un percorso di ricerca sull’Ottocento e l’esotismo, e quindi le mie osservazioni non riguardano tanto la trama, che merita tutte le usuali riserve circa le varie inverosimiglianze proposte, quanto quello che la lettura suggerisce su Salgari e il modo di pensare del suo tempo.

Gli amori di un selvaggio

Beh, la prima osservazione è che confermo un po’ l’idea che già avevo espresso in radio che il sentimentalismo – non tanto la storia d’amore in sé quanto il racconto del sentimento d’amore – è un elemento costitutivo del romanzo d’avventura. Come nel Corsaro Nero gli innamorati non consumano mai il loro amore e per la stragrande maggioranza delle pagine non compaiono neppure assieme, eppure tutto ruota attorno alla citazione continua del sentimento d’amore. Mentre leggevo mi chiedevo, cercando di pensare ai miei nonni o bisnonni: ma questa gente che leggeva Salgari, chi era? Formalmente viveva in un sistema familiare irto di convenzioni, però sognava la trasgressione attraverso storie d’amore straordinariamente passionali? Detto così è banale: piuttosto forse è più equilibrato dire che la passionalità salgariana segnala una tensione fra la durezza delle regole familiari e costumi più liberi che andavano affermandosi.

Forse.

E comunque anche l’esotismo un qualche rapporto con tutto questo lo doveva avere: magari il sogno di colonie o luoghi lontani dove le relazioni fossero più semplici (per gli uomini) e le donne bellissime più facilmente abbordabili. Qui apriamo tutto un altro capitolo, non del tutto edificante, come è evidente, compreso il fatto che Ada è esplicitamente presentata come giovanissima: i quattordici anni saranno anche stati sempre, nella legge italiana, l’età minima al consenso al matrimonio per le ragazze, ma certo il lettore moderno, arrivato alla pagina nella quale viene presentata la vergine della Pagoda, non può fare a meno di avere un sussulto.

Di cosa parla I misteri della giungla nera? Di tutto questo o di thug nascosti in caverne oscure? Beh, il titolo originale del romanzo era Gli amori di un selvaggio: se si pensa allo svolgimento della trama sembra un titolo del tutto campato per aria, ma magari rispetto alle aspettative del pubblico era più che appropriato.

Il colore della pelle

Una delle cose interessanti, nella lettura, è la qualità peculiare del (non) razzismo di Salgari (e, direi, dei suoi lettori).

Credo che Salgari avrebbe rifiutato con sdegno l’idea di essere razzista, perlomeno razzista nel senso che intendiamo noi comunemente. È chiaro che c’è, prima di tutto, l’idea della esistenza delle razze. E c’è anche l’idea che determinati tratti caratteriali abbiano connotazioni razziali: gli indiani, per dire, sono naturalmente pazienti. È un razzismo che assegna a ogni razza una identità culturale alla quale gli individui non possono sottrarsi se non a fatica, o mai. E però, è anche una visione che, per esempio, rispetto all’idea di oggi che divide il mondo rigidamente in bianchi e neri, è molto più aperta alle differenze e, tendenzialmente, non sembra fare tante graduatorie. Perfino la presunta superiorità della razza bianca è molto sotterranea: casomai il punto è che, esistendo le razze, ognuno dovrebbe fare l’interesse della sua: un razzismo amorale che si traduce in qualcosa di simile anche nei rapporti individuali.

Ammazzare non è uccidere

La cosa più evidente del romanzo non è tanto l’esotismo e nemmeno le relazioni fra le razze, quanto la totale mancanza di moralità, o meglio: il metro morale adottato dai protagonisti è quello del familismo. Uccidere il padre della fidanzata è male, molto male, e infatti il cuore porta fortunatamente a esitare al momento di vibrare il colpo fatale. Uccidere a tradimento una mezza dozzina di inglesi qui e là, invece, è del tutto accettabile se serve a compiere la missione che porterà a conquistare Ada.

Vale anche dall’altra parte: c’è un tizio che si è infiltrato nella nave, ha ammazzato dei marinai ed era pronto a far saltare la santabarbara: però ama mia figlia e può ricondurmi da lei, e quindi invece di impiccarlo, dai, qua la mano!

Per il lettore moderno anche questi sono passaggi sorprendenti, conditi pure con altre rutilanti oscillazioni del senso morale: assassinare è male, uccidere può essere bene. Il discrimine è l’essere valorosi, che è un concetto in realtà non proprio chiarissimo: non è tanto il coraggio, o la pura valentia, quanto una forma indefinita di leadership, di essere maschi alfa ai quali tutto si può concedere.

È facile liquidare questa dimensione come, semplicemente, segno della mediocrità del Salgari narratore: Tremal-Naik deve adempiere certe funzioni narrative, il pubblico deve trepidare per gli avvenimenti, o stupirsi per i vari rivolgimenti della trama, e se questo comporta prima essere nemici dei thug, poi amici e poi di nuovo nemici, tutto sommato chi se ne importa, anche se una dozzina di poveri soldati inglesi ci lasciano le penne.

Può essere, ma la tensione sotterranea fra struttura del romanzo e comportamento del protagonista rimane lo stesso. Tra l’altro nel mondo dei romanzi di pura avventura è una cifra abbastanza tipicamente salgariana: tendenzialmente in Verne la nobiltà d’animo degli eroi esclude questo tipo di scorribande morali (magari spettano a antieroi come Nemo) e tanto meno in Conan Doyle (su Rider Haggard e Karl May dovrei ripassare), In un certo senso i personaggi salgariani non sono tanto eroi quanto avventurieri, con un intero set di caratteristiche diverso, e anche questa è una notazione interessante (che forse lo avvicina a americani come Fenimore Cooper e Zane Grey).

Vite e limonata

C’è un passaggio, verso la fine del libro, che mi aiuterà per sempre, credo, a fissare le caratteristiche del romanzo.

Tremal-Naik ha organizzato l’assassinio del comandante inglese, non sapendo che è il padre della sua amata. Per essere più sicuro, gli ha fatto mettere un narcotico nella limonata.

Parentesi: si beve un sacco di limonata, in questo romanzo. È anche vero che in questa limonata c’è sempre qualcosa di troppo: veleni, narcotici, sieri della verità, però è una notazione di cultura materiale interessante e mi sono domandato, esattamente, che idea avesse in mente Salgari con questa citazione insistita.

Comunque, il capitano inglese si ritira in cabina (siamo su una nave da guerra) con la sua limonata da bere e Tremal-Naik, fatto passare il giusto tempo, va lì a ucciderlo (a tradimento, ma tanto lui è un valoroso). Senonché un sentimento misterioso lo assale, non riesce a decidersi a ucciderlo e allora, per spronarsi, pronuncia il nome di Ada. Il capitano lo sente, si sveglia, riconosce il nome della figlia e segue il dovuto denouement, con spiegazioni, baci, abbracci e nuove alleanze.

Fra le altre cose il capitano spiega che non è stato narcotizzato perché la limonata gli è parsa troppo amara e quindi l’ha gettata per terra.

E qui il lettore ha un soprassalto: come, gettata per terra? Sul pavimento della cabina? Ma che razza di porci erano, all’epoca di Salgari? In che condizioni igieniche vivevano?

Poi non ti ricordi che questa era l’epoca del tabacco masticato e delle sputacchiere. Non ti ricordi che Ada una pagina ha gli occhi azzurri e la pagina dopo gli occhi neri, e che Salgari si distrae spesso.

Quello che ti ricordi è che, per arrivare a questo scioglimento, una paio di dozzine di personaggi del tutto innocenti sono stati ammazzati e la loro sorte è ora, nell’abbraccio di questi due valorosi, completamente dimenticata. Se Salgari spende e spande così liberamente le vite umane, cosa vuoi che sia lo spreco di un po’ di limonata e del tappeto della cabina.

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