Fantascienza e razzismo

Seguendo un link casuale ho trovato questo articolo di un importante autore di fantascienza, Sameul R. Delany (che a me piace molto), un articolo che ho già citato di passaggio parlando di un’opera di Delany, Nevèrÿon. L’articolo è interessante per il tema in sé, per riflessioni generali non banali sul tema del razzismo e della lotta per i diritti civili negli Stati Uniti e anche perché dipinge dall’interno l’ambiente degli scrittori di fantascienza di alcuni decenni fa, con delle pennellate di ricordi personali e comparsate di un buon numero di scrittori famosi che potranno interessare diversi appassionati; l’avevo lasciato da parte, ma adesso ho deciso di tradurlo.

Non ci sono particolari note di traduzione, se non che ho lasciato invariati i titoli dei romanzi e racconti citati; la maggior parte non sono mai stati tradotti o sono inclusi in antologie non facilmente identificabili o sono fuori catalogo e praticamente introvabili: non potendo facilmente distinguere i vari casi, ho lasciato il titolo in inglese: se qualcuno è incuriosito da qualcosa in particolare lo segnali nei commenti e cercherò di aiutarlo a trovare eventuali riferimenti in italiano. Ho anche inserito alcune andate a capo in più rispetto all’originale, in casi nei quali mi sembrava che due paragrafi fossero stati fusi erroneamente.

Razzismo e fantascienza

di Samuel R. Delany

Da The New York Review of Science Fiction numero 120, agosto 1998. Il razzismo nella fantascienza è apparso per la prima volta in volume in Dark Matter, a cura di Sheree R. Thomas, Warner Books, New York, 2000 [Dark Matter è un libro di riflessione critica sul contributo della diaspora africana alla fantascienza; il testo ha un andamento discorsivo e sospetto che sia stato pronunciato come discorso in occasione di un premio o altra celebrazione].

Mi è sempre parso che il razzismo fosse prima di tutto un sistema, largamente sostenuto dalle condizioni materiali ed economiche all’opera in un campo di tradizioni sociali. Quindi, sebbene il razzismo sia sempre reso evidente attraverso decisioni, azioni, parole e sentimenti individuali, quando abbiamo il lusso di guardarlo con una visione di lungo periodo (e non sempre possiamo), di solito non vedo un gran significato nell’incolpare individualmente le persone, bianche o nere, per i loro sentimenti o anche per le loro azioni specifiche, a patto che non trascendano nel criminale. Non sono loro ciò che stabilizza il sistema. Non sono loro che promuovono e riproducono il sistema. Non sono questi i punti in cui i cambiamenti più duraturi possono essere introdotti per alterare il sistema.

Nel bene e nel male sono spesso descritto come il primo scrittore di fantascienza afro-americano. Ma indosso quell’etichetta di provenienza con la stessa inquietudine con la quale qualsiasi scrittore ha indossato l’etichetta della fantascienza stessa. Nel campo di quella che viene spesso definita proto-fantascienza ci sono molti scrittori neri. M.P. Shiel, di cui Purple Cloud e Lord of the Sea sono ancora letti, era un creolo con qualche ascendenza africana. Il leader nero Martin Delany (1812-1885 – purtroppo, nessuna relazione) ha scritto il suo unico romanzo pieno di immaginazione, che può essere ancora trovato sugli scaffali di Barnes & Noble, Blake, or The Huts of America (1857), sull’idea di una rivolta di schiavi riuscita a Cuba e nel Sud degli Stati Uniti – che è quanto di più simile a un romanzo di storia alternativa in stile fantascientifico che si possa immaginare. Altri scrittori neri il cui lavoro certamente confina con la fantascienza includono Sutton E. Griggs e il suo romanzo Imperio Imperium (1899) in cui una società segreta afro-americana cospira per fondare uno stato nero separato impadronendosi del Texas, e Edward Johnson, che, seguendo l’esempio di Bellamy in Looking Backward (1888), scrisse Light Ahead for the Negro (1904), che racconta di un uomo di colore trasportato in degli Stati Uniti socialisti, nel lontano futuro. Credo di aver sentito per la prima volta Harlan Ellison sottolineare il fatto che conosciamo dozzine e dozzine di scrittori del primo pulp solo come nomi: hanno condotto le loro carriere interamente per posta – in un campo e in un’epoca in cui i nomi d’arte erano la regola piuttosto che l’eccezione. Tra i Remmington C. Scotts e i Frank P. Jones che infestano gli indici dei primi pulp, semplicemente non abbiamo modo di sapere se uno, tre, o sette di loro – o anche molti di più – non fossero neri, ispanici, donne, nativi americani, asiatici o qualsiasi cosa. Scrivere è qualcosa di questo genere.

Verso la fine del Rinascimento di Harlem, il critico sociale nero George Schuyler (1895-1977) pubblicò l’acida satira Black No More: Being an Account of the Strange and Wonderful Workings of Science in the Land of the Free 1933-1940 d.C. (The Macaulay Company, New York, 1931), che si basa sull’idea di un trattamento di tre giorni del costo di cinquanta dollari attraverso il quale i neri possono trasformarsi in bianchi. Il trattamento comporta «un formidabile macchinario di nichel scintillante. Assomigliava a un incrocio tra una sedia da dentista e una sedia elettrica». La confusione che ciò provoca in tutta l’America razzista (così come tra la stessa gente nera) dà a Schuyler la possibilità di prendere in giro sia i leader bianchi che i neri (anche se W.E.B. Du Bois venne lui stesso ridicolizzato da Schuyler nei panni dell’altezzoso e avido ipocrita dott. Shakespeare Agamemnon Beard, Du Bois, nella sua rubrica The Browsing Reader [in The Crisis, marzo ’31] definì il romanzo «un lavoro estremamente significativo» e «un’esuberante critica, acuta e bonaria, del problema dei Negri negli Stati Uniti», che era destinata a essere «abbondantemente fraintesa» perché tale era il destino di tutta la satira). La storia segue le avventure dell’audace nero Max Dasher e del suo compagno Bunny, che diventano bianchi e si fanno strada in un mondo messo sottosopra dall’espandersi dell’ambiguità e della mistificazione razziale. Verso lo scioglimento i due bianchi responsabili del trattamento, che si sono arricchiti con l’idea, vengono linciati da un gruppo di bianchi (in un posto chiamato Happy Hill) che credono che i due uomini siano neri travestiti. Anche se il termine non esisteva, qui lo humour diventa così nero da assumere elementi di orrore americano ai suoi primordi. Per questa scena, Schuyler semplicemente usò i resoconti di linciaggi di uomini di colore dell’epoca, con poche variazioni nelle espressioni:

I due uomini… furono spogliati nudi, bloccati a terra da robusti e volenterosi braccianti e le loro orecchie e i genitali tagliati con coltelli a serramanico… Qualche burlone gli cucì le orecchie nel didietro e furono liberati perché corressero… [ma furono immediatamente abbattuti a pistolettate dalla folla] tra le fragorose risate dei presenti… [Ancora viventi, i due furono legati insieme a un palo mentre] bambini e bambine allegramente raccoglievano trucioli, cartacce, ramoscelli e piccoli rami, mentre i loro orgogliosi genitori prendevano ceppi, scatole, cherosene… [il reverendo McPhule disse una preghiera, le fiamme furono accese, le vittime urlarono e la] folla applaudì con gioia e il reverendo McPhule brillava di soddisfazione… L’odore della carne che cuoceva permeava l’aria limpida della campagna e più di una narice si distese colpevolmente… Quando l’arrosto fu terminato, i più avventurosi membri del gregge del reverendo McPhule si precipitarono verso il palo e frugarono i due corpi cercando souvenir scheletrici come indici, dita dei piedi e denti. Il loro pastore li osservava con orgoglio (217-218).

Sarebbe stato troppo per i lettori di Amazing e Astounding? Come per molte persone nere di oggi, una storia simile, nonostante la scrittura da pulp degli anni ’30, ha per me un suono speciale. Tra le storie di famiglia con le quali sono cresciuto, una era il racconto di un linciaggio simile di un mio cugino di appena un decennio circa prima dell’anno in cui è ambientata la storia di Schuyler. Persino l’ambiguità razziale delle vittime di Schuyler risuona nella storia. Una donna che sembrava bianca, mia cugina era incinta di diversi mesi e viaggiava con il marito molto più scuro di carnagione quando furono assaliti da uomini bianchi (che credevano che si trattasse di un matrimonio misto) e linciati in un modo ugualmente raccapricciante: il corpo di suo marito fu mutilato in maniera simile. E il suo bambino non era più nel suo corpo quando i loro cadaveri, per come mio padre mi descrisse l’episodio negli anni ’40, furono riportati su un carro al campus del collegio episcopale nero di cui i miei nonni erano amministratori. Centinaia e centinaia di questi omicidi sociali sono stati descritti nei dettagli da testimoni e partecipanti tra la Guerra Civile e la Seconda Guerra Mondiale. Migliaia e migliaia di altre sono passati senza lasciare traccia (Billy the Kid sosteneva di aver preso parte attiva a più di una mezza dozzina di omicidi di «messicani, negri e pellirosse», che non erano nemmeno considerati tra i suoi famosi ventuno omicidi adolescenziali). Ma questo è (solo parte de) l’orrore da cui nasce il razzismo – e verso cui può ancora fin troppo facilmente andare.

Nel 1936 e nel 1938, con lo pseudonimo di Samuel I. Brooks, Schuyler pubblicò due lunghi racconti in circa 63 puntate settimanali su The Pittsburgh Courier, un quotidiano nero della Pennsylvania, a proposito di un’organizzazione di neri, guidata da un nero chiamato Dottor Belsidus, che cospira per dominare il mondo – un lavoro che Schuyler considerava «fuffa e roba da pennivendoli della più pura specie». Schuyler era considerato estremamente conservatore in campo politico, sebbene la traiettoria di quel conservatorismo sia molto simile a quella di Heinlein (a differenza di Heinlein, però, la visione di Schuyler della fantascienza era conservatrice come qualsiasi cosa lo riguardi). Il precoce periodo socialista di Schuyler fu seguito da un conservatorismo più tardo che Schuyler stesso, almeno, non considerava comportasse alcuna contraddizione rispetto ai suoi principi prcedenti, perfino nonostante il fatto che aderisse alla John Birch Society [associazione ultraconservatrice americana, NdRufus] verso l’inizio degli anni ’60 e scrivesse per il suo organo di stampa American Opinion. La sua seconda storia del Dottor Belsidus rimase incompiuta e le due non furono raccolte in forma di libro fino al 1991 (Black Empire, di George S. Schuyler, a cura di Robert A. Hill e Kent Rasmussen, Northeastern University Press, Boston), quattordici anni dopo la sua morte.

Da quando nel 1962 ho iniziato a pubblicare mi è stato spesso chiesto, da persone di tutti i colori, in che tipo di pregiudizi razziali mi sia imbattuto nel campo della fantascienza. Sono stati inesistenti? Assolutamente no: erano decisamente lì. Figlio delle proteste politiche degli anni ’50 e ’60, ho detto spesso alle persone che mi hanno posto questa domanda: finché siamo solo uno, o due, o quanto meno una manciata, immagino che in un campo come la fantascienza, dove molti dei suoi autori provengono dalla tradizione liberale-ebraica, il pregiudizio rimarrà molto probabilmente una forza limitata – fino a quando, diciamo, gli scrittori neri non inizieranno a contare il tredici, il quindici, il venti per cento del totale. A quel punto, quando la competizione potrebbe essere percepita come avente un certo peso economico, è probabile che avremo più razzismo e pregiudizi qui come in qualsiasi altro campo.

Siamo ancora molto lontani da tali statistiche.

Ma ci stiamo certamente avvicinando.

Dopo essere stata – brevemente – mia studentessa al Clarion Science Fiction Writers’ Workshop, Octavia Butler è entrata nel settore con la sua prima storia, Crossover, nel 1971, e col suo primo romanzo, Patternmaster, nel 1976 – quattordici anni dopo dell’apparizione del mio primo romanzo nell’inverno del ’62. Ma lei racconta la sua storia con vivacità e capacità d’intuizione. Tutti sono stati felici della sua comparsa! Dopo aver venduto diversi racconti, Steven Barnes è arrivato per la prima volta all’attenzione generale nel 1981 con Dreampark e altre collaborazioni con Larry Niven. Charles Saunders ha pubblicato i suoi romanzi del ciclo di Imaro con DAW Books nei primi anni ’80. Ancora più recentemente nel campo collegato dell’horror, Tannanarive Due ha pubblicato The Between (1996) e My Soul to Keep (1997). L’anno scorso tutti noi, tranne Charles, eravamo presenti alla prima African-American Science Fiction Writers Conference sponsorizzata dalla Clarke-Atlanta University. Quest’anno, lo scrittore Nalo Hopkinson che risiede a Toronto (un altro studente Clarion di cui ho il piacere di potermi vantare di averlo avuto fra i miei allievi a Clarion) ha pubblicato il suo pluripremiato romanzo di fantascienza Brown Girl in the Ring (Warner, New York, 1998) . Un altro scrittore nero nordamericano, di origine haitiana, è Claude-Michel Prévost, uno scrittore francofono che pubblica da Vancouver, nella Columbia Britannica. 

Dato che la gente mi chiede regolarmente quali esempi di pregiudizio io abbia sperimentato nel campo della fantascienza, ho pensato che questo potesse essere quindi il momento di rispondere – con una storia.

A cinque giorni dal mio ventiquattresimo anno, il 25 marzo 1967, il mio sesto romanzo di fantascienza, Babel-17, vinse il Premio Nebula (in effetti un pareggio) attribuito dalla Science Fiction Writers of America [con il Premio Hugo, il più importante riconoscimento nel campo della fantascienza e del fantasy; per l’Hugo votano i componenti della convention mondiale degli appassionati, per il Nebula gli scrittori e i professionisti, NdRufus]. Quello stesso giorno le prime copie del mio ottavo, The Einstein Intersection, furono consegnate all’ufficio dei miei editori (a causa della scaletta di pubblicazione, il mio settimo, Empire Star, aveva preceduto in stampa il sesto, la primavera precedente). A casa, sulla mia scrivania sul retro di un appartamento in coabitazione in St. Mark’s Place, il mio nono, Nova, era a un po’ più di tre mesi dal completamento.

Il 10 febbraio, un mese e mezzo prima dei premi di marzo, nel suo stato di parziale completamento, Nova era stata acquistata da Doubleday & Co. Tre mesi dopo il banchetto del premio, a giugno, quando fu completato, con quel primo Nebula in tasca, proposi Nova per la pubblicazione a puntate al famoso direttore della rivista di fantascienza Analog, John W. Campbell, Jr. Campbell lo respinse, con una nota e una telefonata al mio agente che spiegava che non aveva la sensazione che i suoi lettori sarebbero stati in grado di relazionarsi con un personaggio principale nero. Questo è stato uno dei miei primi incontri diretti, come scrittore professionista, con la forma scivolosa e sempre mercificata del pregiudizio liberale americano: Campbell non aveva nulla contro il mio essere nero, capite (si dice che esista una sua lettera allo scrittore horror Dean Koontz di solo un anno o due dopo, in cui Campbell spiega in tutta serietà che una civiltà nera tecnologicamente avanzata è un’impossibilità sociale e biologica …). No, non sia mai che pensiamo una cosa simile! Sicuramente non c’era in lui una sola briciola di prevenzione! È solo che avevo scelto, per puro caso, di scrivere di qualcuno la cui madre era del Senegal (e il cui padre era norvegese), e i poveri lettori ingenui, là nell’America profonda, nel 1967, avrebbero potuto sentirsi troppo turbati…

Era tutto gestito come se fosse solo capitato di vestire il mio personaggio principale in una giacca da sera di broccato viola (nella telefonata Campbell chiarì che quello era l’unico motivo per il quale rifiutava il libro. Per il resto, casomai l’aveva piuttosto apprezzato…). Il broccato viola non rientrava nei gusti degli acquirenti in quella stagione. Spiacenti…

Se oggi succedesse qualcosa del genere, probabilmente passerei l’informazione a quelle persone che pensano che sia affar loro fare sì che queste cose si sappiano in giro il più possibile. A quel tempo, tuttavia, l’ho mandata giù – un segno di come sia i tempi che io siano cambiati. Mi sono detto che ero troppo occupato a scrivere. Il percorso più conveniente per un romanzo di fantascienza di successo in quei giorni era quello di venire alla luce a puntate su una rivista, passasse alla pubblicazione in volume rilegato e, alla infine, essere ristampato in edizione economica tascabile. Se stavi scrivendo un romanzo all’anno (o, diciamo, tre romanzi ogni due anni, che allora era quasi la media che stavo mantenendo), quello era l’unico modo per far crescere le tue entrate annuali, all’epoca, da quattro a cinque cifre – e in realtà le cinque cifre più basse. Quello è stato il momento nel quale ho iniziato a capire che probabilmente non sarei stato in grado di garantirmi il tenore di vita (sufficientemente modesto!) che, solo pochi mesi prima, al banchetto del premio, mi ero permesso di immaginare. Le cose che mi immaginavo di scrivere in futuro, lo sapevo già, sarebbero state più controverse e non meno. La percentuale di broccato viola poteva solo aumentare.

La seconda parte della mia storia riguarda la prima volta che mi è stata detta la parola negro [in originale proprio negro, non nigger, NdRufus] da qualcuno nella comunità della fantascienza, come riferimento diretto alle mie origini razziali. Bisogna capire che, dalla fine degli anni ’30, quella comunità, quel mondo erano stati in gran parte ebraici, altamente liberali, e con notevoli eccezioni tendeva molto a sinistra. Anche i suoi campioni di destra, Robert Heinlein o Poul Anderson (o, addirittura, Campbell), avrebbero preferito di gran lunga andare a una festicciola di sinistra e avere una discussione amichevole con qualche socialista intelligente piuttosto che frequentare le organizzazioni di destra e ultraliberali che magari sostenevano in via di principio e, nel caso di Heinlein, con donazioni. Il 14 aprile del 1968, un anno e forse tre settimane dopo, venne la sera del successivo banchetto dei Premi Nebula. Una quindicina di giorni prima, avevo compiuto ventisei anni. The Einstein Intersection (che era comparsa come oggetto fisico proprio quel giorno dell’anno precedente) e il mio racconto breve Aye, and Gomorrah erano entrambi finalisti.

A quei tempi il banchetto dei Nebula era una questione molto formale con fino a un centinaio di ospiti in un hotel-ristorante in centro città. Del tutto casualmente era un periodo di capovolgimenti e incertezze nella mia vita personale (il che, sospetto, equivale a dire che ero uno scrittore ventiseienne). Ma quella sera mia madre, mia sorella e un’amica, così come mia moglie, erano al mio tavolo. Il mio romanzo vinse – e alla consegna dello scintillante trofeo di plexiglass seguì un discorso sconfortante da parte di un eminente membro della SFWA.

Forse avete presenti discorsi critici di questo genere. Cominciano, come in quel caso: «Quel che devo dire stasera non piacerà a molti di voi…» e proseguono prendendosela con gli organizzatori che si sono lasciati conquistare da (così l’espressione, o qualcosa di molto simile) «pretenziose assurdità letterarie» fino a attribuirgli dei premi abbandonando i vecchi valori di buoni, robusti, artigianali racconti. Il mio nome non venne fatto, ma era evidente che ero (insieme a Roger Zelazny, non presente) il primo obiettivo di quella tirata. È una strana esperienza, devo dire, accettare un premio da una sala piena di gente in smoking e abiti da sera e poi, dallo stesso podio in cui l’avete ritirato, sentir pronunciare una geremiade di mezz’ora da una eminence gris che afferma che il premio non vale nulla e le persone che ve lo hanno consegnato sono degli sciocchi mal consigliati. Non è paranoia: ho contato una a una più di una dozzina di paia d’occhi che andavano avanti e indietro da me all’oratore che insisteva riguardo alla banalità di lavori come il mio e alla stupidaggine degli oltre cento scrittori che avevano votato a favore.

Come potete immaginare, l’applauso fu debole, imbarazzato e disperso. C’erano più colpi di tosse e movimenti di sedia che battiti di mani. Alla fine del discorso, ero immerso nelle onde dell’umiliazione e mi chiedevo cosa avessi fatto per meritarlo. Il maestro di cerimonie, Robert Silverberg, salì sul podio e disse, «Beh, immagino che siamo stati tutti puniti a sufficienza». Ci fu un riso amaro. E venne annunciato il premio successivo.

Andò di nuovo a me – per il mio racconto breve, Aye and Gomorrah… Avevo, a quel punto, dimenticato che era in corsa. Per la seconda volta quella sera mi alzai e andai al podio ad accettare il mio trofeo (poggia su una mensola sopra la mia scrivania a meno di mezzo metro da me mentre scrivo) ma, in un imbarazzo sconcertato, mi resi conto mentre camminavo verso la fronte della sala che dovevo dire qualcosa in mia difesa, anche se vagamente capivo che sarebbe stato meglio che la cosa fosse indiretta come l’attacco. Con la mia canottiera imbevuta di sudore che a ogni passo faceva su e giù lungo la schiena sotto l’elegante maglia a collo alto, guadagnai il podio e il mio secondo trofeo della serata. Al microfono dissi, con la massima calma che riuscivo a mantenere: «Scrivo i romanzi e racconti che faccio e ci lavoro sopra più duramente che posso per renderli il meglio che posso. Il fatto che abbiate scelto di onorarli – e due volte in una sola notte – è confortante. Grazie».

Ricevetti una standing ovation – sebbene fossi consapevole che era tanto per reazione alla ripassata del bastian contrario quanto a sostegno di qualsiasi cosa avessi fatto. Tornai indietro verso il mio posto, ma mentre passavo davanti a uno dei tavoli, una agente letteraria donna (non la mia) che mi aveva scritto diverse volte e che sosteneva il mio lavoro, mi prese il braccio mentre passavo e mi fece abbassare per dire: «Questo è stato elegante, Chip…!» mentre l’applauso proseguiva. Nello stesso momento, sentii una mano sull’altra manica – proprio il braccio che teneva il blocco di plexiglass del Nebula – e mi voltai verso Isaac Asimov (che avevo incontrato per la prima volta al banchetto dell’anno prima), seduto dalla parte opposta e che ora mi tirava verso di lui. Con un ampio sorriso, completamente saturo di evidente autoironia, si sporse verso di me per dire: «Sai, Chip, ti abbiamo assegnato quei premi solo perché sei negro…!» (questo era nel 1968, il termine nero non era ancora linguaggio comune). Io sorrisi di rimando (non c’era nessuna possibilità che intendesse seriamente la battuta sotto nessun punto di vista – se non come qualcosa che cercava di farsi largo attraverso le tante tensioni della serata… Nonostante questo, parte di me alzò silenziosamente gli occhi al cielo e disse: «Devo davvero sentire questo esattamente in questo momento?») e tornai alla mia tavola.

Il modo in cui ho letto la sua affermazione allora, e il modo in cui la leggo oggi – in effetti, qualsiasi altro modo sarebbe una lettura storicamente fuorviante – è che Ike stava cercando di usare un’assurdità dichiaratamente di cattivo gusto (era famoso per queste) per disinnescare una parte delle considerevole quantità di ansia presente nella sala quella notte; è un tropo maschile abituale, non c’è bisogno di dirlo. Penso che stesse cercando di dire che la razza probabilmente non aveva avuto alcun ruolo, o minimo, nella sua considerazione o in quella di qualunque altro scrittore che aveva votato per me.

Ma questo tipo di ironie taglia in più direzioni. Non so se Asimov si sia reso conto di averlo fatto, ma da vecchio materialista storico, anche se solo in un secondo momento, deve aver capito che stava dicendo anche: «Qui nessuno ti guarderà mai, leggerà una parola che scrivi, o ti considererà in ogni situazione, anche se crollasse il soffitto o il denaro scorresse a fiumi, senza dire a se stesso o se stessa (che sia nel tentativo di farsene o non farsene influenzare): «Negro…». La situazione razziale, per quanto possa sembrare a volte permeabile (e, sì, è altamente permeabile), è comunque tutto ciò che ti circonda. Non dimenticarlo mai…!». E io non l’ho mai fatto.

Il fatto che quella particolare battuta abbia fatto la sua comparsa proprio allora, in quel momento più che pieno di ansie, quando quella volatile organizzazione di combattivi scrittori di fantascienza che esisteva da soli tre anni si sentiva scossa violentemente da accesi conflitti interni che riguardavano il cambiamento dei valori estetici, vuol dire che, sebbene la parola non mi fosse stata ancora detta o fosse stata scritta su di me fino ad allora (e, da allora in poi è stata, e la cosa è interessante, scritta regolarmente, anche se io non ho in alcun modo cambiato il mio modo di presentarmi: Judy Merril si era già riferita a me come «un negro di bell’aspetto». James Blish ben presto avrebbe scritto di me come «un allegro negro». Voglio dire, potete immaginare che qualcuno nello stesso periodo potesse scrivere «un allegro ebreo»?), aveva chiaramente riguardato ogni passaggio e ogni fase dei miei appena scoccati sei anni da scrittore professionista.

Qui la storia prende uno sviluppo ottimistico.

L’uomo che aveva fatto il discorso a quanto pare non aveva ancora letto il mio romanzo quando scrisse il suo intervento. Si era limitato a farselo descrivere da un amico, un lettore notoriamente eccentrico, che aveva dichiarato lapidariamente che il lavoro era chiaramente e palesemente al di sotto di ogni possibilità di considerazione come serio romanzo di fantascienza: ogni capitolo iniziava con una serie di citazioni da testi letterari che non avevano nulla a che fare con la scienza in sé! Il nostro bastian contrario si era fidato di questa valutazione, perlomeno per quanto riguardava la composizione del suo discorso punitivo.

Quando, una settimana o due dopo, decise di leggere il libro da sé (nel caso fosse stato sfidato su questioni specifiche ), scoprì, con sua sorpresa, che gli piaceva – e, con quale imbarazzo posso solo immaginare, divenne uno dei miei più convinti e argomentativi sostenitori, come curatore e come critico (qui c’è una lezione sulla lettura: fai quello che ti tocca, e puoi salvare te stesso e gli altri da molte brutte figure). E Nova, dopo la sua apparizione per Doubleday nel ’68 e alcune recensioni discretamente entusiastiche, ottenne quello che era un anticipo record per un romanzo di fantascienza fra quelli pagati fino a quel momento da Bantam Books (un primato battuto poco dopo), dando inizio ai vent’anni in cui ho potuto effettivamente sostenermi (quasi) solo con la scrittura.

(Algis Budrys, che era presente anche lui quella sera, scrisse nella sua recensione del gennaio ’69 su Galaxy: «Samuel R. Delany, esattamente adesso, per quanto riguarda questo libro, Nova, non per qualche libro futuro o per un corpus complessivo di lavori accumulatisi, è il miglior scrittore di fantascienza al mondo, in un momento in cui la concorrenza per questo titolo è intensa. Non vedo come uno scrittore di fantascienza possa fare di più che spezzarti il cuore mentre ti spiega come funziona. Nessuno scrittore lo può…». Anche allora ne sapevo abbastanza da non prendere sul serio quell’iperbole. Ne faccio menzione per far presenti le pressioni circostanti contro le quali occorreva continuare a pensare con chiarezza – e, sì, darsi un po’ di arie. Ma è il desiderio di avere entrambe le cose – rendersi conto che è privo di senso, ma provare un certo piacere perverso, tuttavia, per il fatto che dopotutto almeno qualcuno si è sentito di dirlo – che definisce il campo in cui iniziano quei pericolosi slittamenti nel proprio quadro della realtà, slittamenti che portano a quel mostruoso e insopportabile egocentrismo così orrendo in così tanti artisti molto lodati).

Ma ciò che la spiritosaggine di Asimov ci dice anche è che, per ogni artista nero (e mi perdonerete se rimango fedele alla nomenclatura della mia giovinezza, che i miei amici e contemporanei, facendola propria dal dottor Du Bois, hanno lottato per istituire, facendo irruzione nelle biblioteche per tutta l’estate del ’68, abbattendo i cartelli che parlavano di letteratura negra e sostituendoli con quelli con letteratura nera – la n minuscola di nera è una lettera molto importante, un tentativo di ironizzare e deidealizzare l’intera idea di razza, di rendere provvisoria e contingente, un significato del quale molti giovani oggi, che in maniera tristemente apatica lo scrivono con la maiuscola, hanno perso traccia), il concetto di razza dava forma a tutto ciò che mi circondava, cosicché poteva venire a galla – e lo faceva effettivamente – esattamente in quei momenti di maggiore ansia, una manifestazione causata esattamente dallo sguardo bianco, se volete, ogni qualvolta questo si girasse, turbato per un qualunque motivo, nella mia direzione.

Alcuni hanno chiesto se io abbia avuto l’impressione che il mio ingresso nel campo della fantascienza fosse una trasgressione.

Sicuramente non al punto d’ingresso, in ogni caso. Ma è chiaro dalla mia storia, spero (e ne ho raccontato molte altre riguardo a quella serata tormentata), che la trasgressione ha a che fare, per quanto in maniera inarticolata, con ogni aspetto della carriera di uno scrittore nero in America. Che sia emerso in un momento così intenso è, se possibile, solo da aspettarsi in una società come la nostra. Come potrebbe essere altrimenti?

Una domanda che non mi è mai stata presentata con la stessa frequenza – e il racconto di storie come quelle di cui sopra tende a sviare e, per così dire, a metterla a riposo – è la domanda: se quella è stata la prima volta che sei stato consapevole del razzismo diretto, quando è stata l’ultima volta?

Vivendo negli Stati Uniti come un uomo o una donna di colore, il fatto è che la risposta a questa domanda è raramente diversa da: poche ore fa, alcuni giorni, poche settimane… Allora, il mio ipotetico interlocutore persiste, quando è stata l’ultima volta che sei stato consapevole del razzismo nel campo della fantascienza in sé. Bene, dovrei dire, ho appena passato lo scorso fine settimana a partecipare a Readercon 10, una bella e ricca convention di persone attente e sensibili, una collezione meravigliosa e stimolante di seminari di alto livello e programmazione di qualità, con, quest’anno, quasi un centinaio di professionisti , alcune decine dei quali erano editori e il resto dei quali erano scrittori.

Nel salone delle vendite c’era un tavolo pr gli autografi in cui, per tutta la durata della convention, a coppie di scrittori veniva assegnata un’ora ciascuno per rendersi disponibili per la firma dei libri. Le ore che gli scrittori avrebbero passato al tavolo erano parte del programma. Alle 12,30 di sabato sono arrivato alla postazione proprio mentre Nalo Hopkinson veniva a unirsi a me.

È chiaro, a livello personale, che non potrei essere più felice che di firmare con Nalo. È affascinante, talentuosa e penso a lei come a un’amica. Entrambi abbiamo apprezzato la nostra ora insieme. Non è questo il problema. Dopo che la nostra ora era scaduta, tuttavia, e siamo andati a pranzare insieme al suo amico David, ci siamo trovati entrambi più divertiti che altro del fatto che i due scrittori neri americani di fantascienza di Readercon, su quasi ottanta professionisti, erano finiti al tavolo degli autografi nella stessa ora. Permettetemi di ripetere: non penso che si possa avere il razzismo come sistema effettivo finché non si abbia quel sostegno socio-economico indicato da quella (piuttosto arbitraria) percentuale del venti per cento / ottanta per cento. Ma ciò che il razzismo come sistema fa è isolare e segregare le persone di una razza, o gruppo, o etnia, da un’altra. Come sistema può essere alimentato dal caso tanto quanto dall’ostilità o dalle migliori intenzioni («Pensavo che sarebbero stati più a loro agio insieme, pensavo che avrebbero voluto stare tra loro…»). E certamente una delle sue manifestazioni più forti è il meccanismo socio-visivo per il quale le persone si abituano a vedere sempre i neri con altri neri e così – perché le persone si abituano – a essere a disagio quando vedono i neri mescolati, in qualsiasi proporzione, con i bianchi.

Eric Van, che è mio amico da almeno dieci anni, era il responsabile della Readercon di quest’anno per la programmazione degli incontri semi-informali, le conferenze e le sessioni di autografi. Uno degli obiettivi – utilizzando il computer – non era solo quello di assegnare gli scrittori ospiti ai seminari a cui volevano essere presenti, ma di provare, quando possibile, a non programmare quei seminari in contemporanea con altri pannelli ai quali gli stessi scrittori volevano assistere. Questo ha creato alcune finestre molto strette. Ho chiamato Eric dopo la convention, e lui ha gentilmente richiamato schemi e fogli orari sul suo computer. «Bene», mi ha detto, «molti scrittori, ovviamente, hanno chiesto di firmare insieme. Ma certamente né tu né Nalo lo avete fatto. Per quanto ricordo, Nalo aveva un orario particolarmente stretto. Non arrivava fino a tarda notte di venerdì. Sabato alle 12,30 era praticamente l’unico momento in cui poteva firmare – quindi, tra voi due, è stata messa in programma per prima. Quando ho consultato la griglia, i primi due nomi che sono saltati fuori per lo stesso orario erano tu e Jonathan Lethem. Tu eri primo in ordine alfabetico – e così ti ho bloccato. Ricordo di aver guardato alla vostra coppia, tu e Nalo, e di aver detto: beh, certamente non c’è niente di sbagliato in questo accoppiamento. Ma il punto è che non stavo ragionando secondo considerazioni razziali. Probabilmente avrei dovuto essere più attento alle possibili implicazioni razziali -».

Permettetemi di ripeterlo: il razzismo è un sistema. Come tale, è alimentato tanto per caso quanto dalle intenzioni ostili e allo stesso modo anche dalle migliori intenzioni. È qualunque cosa acclimatizzi sistematicamente le persone, di tutti i colori, a sentirsi a proprio agio riguardo all’isolamento e alla segregazione delle razze, a livello visivo, sociale o economico – cosa che a sua volta sostiene ed è sostenuta dalla discriminazione socio-economica. Dato che è un sistema, tuttavia, ritengo che il senso di colpa personale non sia quasi mai la risposta adeguata in una simile situazione. Certamente, il senso di colpa personale non sostituirà mai un po di sana analisi di sistema. E uno non deve essere uno scrittore di fantascienza particolarmente dotato per immaginare un tempo, quando saremo molto più vicini a quel livello del 20 per cento, nel quale noi scrittori neri staremo tutti assieme, firmeremo assieme i nostri libri, abbiamo i nostri separati calendari alle convention, se non avremo le nostre convention segregate, fino a quando non ci prenderemo nemmeno il disturbo di presentarci alle vostre perché vi facciamo sentire a disagio e voi non ci volete davvero; e voi ci fate sentire allo stesso modo…

Un fatto che aggiunge la propria ombra alla discussione è l’attenzione che è stata dedicata a Octavia Butler sin dalla sua più che meritata vittoria del 1995 del premio genio MacArthur. Ma l’interesse è stato espresso ampiamente in termini di interesse per la fantascienza afroamericana, sia che fosse in una delle aule del MIT, dove Butler e io siamo apparsi assieme l’ultima volta, o all’Università di Chicago, dove è in programma un incontro insieme fra pochi mesi. Ora Butler è una scrittrice gentile, intelligente e meravigliosamente capace di impressionante. Ma se fosse una persona appena meno di buon cuore di quel che è, potrebbe benissimo chiedersi: «Perché, quando mi invitate, invitate sempre quel tizio, Delany?».

Il fatto è che, mentre è sempre un piacere personale apparire con lei, Butler e io siamo scrittori molto diversi, interessati a cose molto diverse. E poiché io sono colui che beneficia di questa generalizzazione altamente artificiale dell’interesse letterario nel lavoro di Butler verso questo interesse in molti modi artificiale nella fantascienza afro-americana (io non sono quello che ha vinto il MacArthur, dopo tutto ), penso che spetti a me metterlo pubblicamente in discussione. E sebbene questo fornisca generosi onorari a entrambi, penso che la natura della generalizzazione (dato che abbiamo una scrittore nera di fantascienza straordinariamente talentuosa, perché non generalizzare questo interesse a tutti gli scrittori di fantascienza neri, maschi e femmine) ha sia elementi di razzismo che di sessismo.

Un’altra cosa mi permette di mettere in discussione l’argomento. Quando, l’anno scorso, c’è stata una African-American Science Fiction Conference alla Clark-Atlanta University, dove, con Steve Barnes e Tanananarive Due, Butler e io ci siamo incontrati, abbiamo discusso e scambiato opinioni e idee, parlato e interagito con gli studenti e gli insegnanti dell’università e con gli altri scrittori in quella storica università nera, tutti noi presenti abbiamo avuto quel tipo di esperienza ricca e vivace che era molto più facile potesse creare interessi comuni e addirittura, successivamente, poteva facilmente condurre a temi condivisi nel nostro lavoro successivo. Questo incontro consapevole e vitale per rispondere in modo specifico ai giovani neri di Atlanta non è, tuttavia, ciò che di solito accade in una presentazione accademica in una università in gran parte bianca che fa una serata sulla fantascienza afroamericana. Butler e io, nati e cresciuti da parti opposte del paese, a una mezza dozzina di anni di distanza, condividiamo molte delle esperienze di esclusione razziale e quelle risposte familiari e sociali a quell’esclusione che costituiscono una razza. Ma finché il razzismo funziona come un sistema, è ancora alimentato da aspetti del desiderio perfettamente lodevole dei bianchi consapevoli di osservare questo oggetto, per quanto dubbia sia la sua realtà, che esiste in gran parte per il fatto di avere ricevuto l’etichetta: fantascienza afro-americana .

Per fare un confronto di un certo peso,

Ai tempi del cyberpunk, sono stato spesso citato sia dagli scrittori coinvolti che dai critici che ne scrivevano come un’influenza. Come critico, più volte ho scritto sugli scrittori cyberpunk. E Bill Gibson ha scritto un’introduzione cortese e riconoscente alla ristampa del 1996 del mio romanzo Dhalgren. Quindi si potrebbe pensare che ci fossero un buon numero di ragioni perché io comparissi in seminari assieme con quegli scrittori o fossi coinvolto in attività con loro. Con tutta l’attenzione che è stata riversata su di lei negli ultimi anni, Butler è stato attento (e precisa) a non affermare che io abbia avuto alcun tipo di influenza su di lei. Non ho mai scritto specificamente sul suo lavoro. Né, per quanto ne so, lei mi ha mai menzionato per iscritto.

Nonostante questo: durante tutta la storia attiva del cyberpunk, ricordo che mi sia stato chiesto solo una volta di sedere accanto a Bill in una conferenza sul cyberpunk, e si trattava principalmente di un evento rivolto ai media al Kennedy Center. Negli ultimi dieci anni, tuttavia, sono stato invitato ad apparire con Octavia almeno sei volte, con un’altra apparizione in programma in pochi mesi e un’intervista congiunta con entrambi in programma per una rivista nazionale. Tutto il confronto evidenzia la pura e assoluta forza del discorso razziale nel nostro paese a confronto con qualsiasi altro. In una società come la nostra, il discorso razziale è così coinvolto e intrecciato col discorso razzista che sfiderei chiunque in maniera definitiva e autorevole a distinguerli in modo assoluto una volta per tutte.

Bene, allora, come si combatte il razzismo nella fantascienza, anche in una forma così nascente che potrebbe stare producendo solo delle scintille, qua e là. Il modo migliore è quello di costruire una certa vigilanza sociale nel sistema – e questo significa convenzioni come Readercon: certamente il razzismo nella sua forma attuale e talvolta difficile diventa un buon argomento per i seminari. Poiché la razza è un argomento delicato, in situazioni come la sessione di autografi di Readercon di cui ho parlato più sopra, dove il caso e la vicinanza da soli hanno messo i neri insieme, ci si deve semplicemente chiedere: è tutto a posto, o ci sono altre persone alle quali, in questo caso, preferirei essere abbinato per qualsiasi motivo – anche se questa ragione è solo per rompere l’apparenza di un possibile razzismo; poiché la somiglianza a un possibile razzismo può essere un fattore altrettanto importante per riprodurre e promuovere il razzismo come qualsiasi altra cosa. Il razzismo riguarda tanto assuefare le persone a abituarsi a certe configurazioni razziali, in modo che siano specificamente non abituate ad altre, quanto riguarda qualsiasi altra cosa. In effetti, dobbiamo ricordare che ciò che stiamo combattendo si chiama pregiudizio: il pregiudizio è pre-giudizio – in questo caso, il giudizio preventivo che il modo in cui le cose accadono casualmente sia giusto, quando ci possono ben essere ragioni per impostare le cose diversamente. Gli editori e gli scrittori devono essere attenti alle pressioni socio-economiche sui momenti di incontro di questi gruppi sociali perché si riproducano all’interno di un nuovo sistema in virtù virtù di pressioni esterne. Poiché viviamo ancora in una società razzista, l’unico modo per combatterlo in un qualunque modo sistematico è stabilire – e ripetutamente rinfrescare – istituzioni e tradizioni antirazziste. Ciò significa incoraggiare attivamente la presenza di lettori e scrittori non bianchi alle convention. Significa presentare attivamente scrittori non bianchi nei seminari per discutere precisamente questi problemi nella programmazione delle convention (sembra assurdo dover evidenziare che il razzismo non è affatto esaurito semplicemente dalle differenze bianco/nero: anzi, si potrebbe sostenere che qui è solo sfiorato). E significa incoraggiare il dialogo tra, e incoraggiare il mescolarsi con, i molti tipi di scrittori che compongono la comunità dela fantascienza.

Significa sostenere quelle tradizioni.

Ho già iniziato a discuterne con Eric. Parlerò di ciò con gli organizzatori del prossimo anno.

Readercon è certamente un posto buono come qualunque altro, non per iniziare, ma per continuare.

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