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Indiani e pionieri

Ieri, segnalando Dark Winds, ho raccontato con un certo scetticismo del suo tono anticoloniale o comunque critico riguardo al trattamento, negli anni ’60 del secolo scorso, non nel ‘700 e ‘800, dei nativi americani (quelli che in Canada e Australia sono definiti Primi Popoli).

Mi sono chiesto, dopo aver pubblicato l’articolo, se non fossi stato troppo severo. La prima stagione ha una sottotrama dedicata al tema della sterilizzazione forzata delle donne native, che viene risolta con un po’ di buoni sentimenti e l’azione di una coraggiosa giornalista bianca ma che è comunque esposta con sufficiente brutalità da indurre anche lo spettatore più scafato a fermarsi un attimo a riflettere. Ci sono qui e là un po’ di riferimenti alla Lunga Marcia dei Navajo e accenni fuggevolissimi alla scolarizzazione forzata e allo sradicamento culturale dei giovani Navajo. Nella seconda stagione un riferimento, non so quanto chiaro, alla appropriazione culturale di pratiche sciamanistiche o religiose da parte della cultura hippy (il peyote…). E c’è, più volte ripetuta, la convinzione espressa di tutti i personaggi nativi di essere trattati da cittadini di serie B e che tutta una serie di cose che sono normali in altri contesti (comprese indagini ben fatte in caso di omicidio) a loro non verranno mai concesse. Infine l’ottima scrittura si concede vezzi e rimandi che chi vuole può approfondire, come gli abboccamenti nel bar che nel decennio precedente era frequentato dalle stelle di Hollywood del western o la scena nella quale si vede che in città al cinema danno Piccolo Grande Uomo. D’altra parte nella prima stagione c’è una banda di nativi che militano in gruppi paramilitari di nativi, ma sono i cattivi e di tutte le proteste dell’epoca, al momento, questa è l’unica traccia.

Non è poco ma tutto sommato, anche calcolando che cosa manca rispetto ai romanzi originali, che approfondivano sia la dimensione culturale dei Navajo che lo squallore e la precarietà della vita materiale, non mi sembravano giustificati gli entusiasmi di una serie di recensioni che ho visto in giro e che gridavano alla rivelazione anticolonialista.

Dopo aver pubblicato l’articolo, però, mi è tornata in mente la puntata dedicata a Casablanca di un podcast di cinema che mi ha consigliato il mio compare e compagno Fabbicastorie Andrea Assorgia. Ma questo richiede una parentesi.

Segnalazione breve del giorno: Storyboard

Il podcast in questione si chiama Storyboard, è prodotto dalla Lucky Red e narrato da Gabriele Niola. È un podcast garbato e spiritoso che ad ogni puntata racconta in parallelo un film come appare allo spettatore e insieme la storia della sua produzione; mi ha fatto un’ottima compagnia nelle mie uscite in bicicletta durante le vacanze di Natale. Non ci sarà una critica cinematografica degna di Roger Ebert e a volte il podcast è un filo, diciamo così, sensazionalista, nel senso che ogni volta stiamo parlando di un film che ha adottato soluzioni che nessuno aveva mai provato e, dall’altra parte, di avventure produttive più grandi della realtà, ma vi consiglio comunque di cercarlo su Spotify: sono quindici puntate molto piacevoli.

Torniamo a Dark Winds via Casablanca

Nella puntata dedicata a Casablanca si racconta, a un certo punto, di Dooley Wilson, che nel film interpreta il celeberrimo Sam, il pianista, e si fa notare che è un ruolo da pioniere: Sam è un amico di Rick, per la prima volta il personaggio nero non è in in ruolo subalterno (tipo le cameriere alla Mamie di Via col vento) ma è in qualche modo alla pari col protagonista. A noi può sembrare strano, perché automaticamente inseriamo il personaggio nella categoria dei caratteristi e non ci sembra poi così alla pari, ma Niola racconta che all’epoca fra il publbico di colore il personaggio fece sensazione, rappresentando una importante affermazione di una possiible parità.

Seguendo quel pensiero mi sono detto che, magari, lo stesso discorso potrebbe valere per Dark Winds: la sua funzione di rottura rispetto ai personaggi nativi può apparire debole, ma magari lo è e contemporaneamente è pionieristica, offrendo un palcoscenico mai permesso prima.

Dopo esserelo chiesto devo dire che non sono convinto: c’è negli ultimi anni tutta una serie di storie ambientate nelle riserve o che offorno molti ruoli a attori nativi: avevo visto anni fa almeno parte di Reservation Dogs, e una ricerchina sulla rete indica quanto meno anche Rutherford Falls. Ieri al beneamato circoletto del cinema mi sono stati citati anche Land e Fargo (fra l’altro nella riproposizione come serie TV compare anche uno dei protagonisti di Dark Winds, che sta anche in un altro filmrecente, questa volta di zombie, Blood Quantum) e io mi sono ricordato anche di Killers of the Flower Moon.

Non sono tute opere dello stesso tipo o che offrono lo stesso tipo di racconto della realtà dei nativi, e forse si può obiettare che, per il peso combinato dei produttori (fra cui, curiosamente, GRR Martin e Robert Redford, che si concedono anche un cameo) e di Netflix, forse Dark Winds è un palcoscenico maggiormente di rottura rispetto a diversi degli altri, però mi sembra difficile ritenerlo pionieristico o una novità di rottura dal punto vi vista della decolonizzazione dell’immaginario.

Avanzerei piuttosto una ipotesi diversa, e cisoè che siamo in una fase, piuttosto sfaccettata, di riappriaizone culturale, o di allargamento degli spazi della rappresentazione, da parte dei nativi, e che perciò sotto questo punto di vista Dark Winds e tutti gli altri vadano soppesati non dal punto di vista della novità ma da quello del maggiore o minore consolidamento del fenomeno, maggiore o minore valore aggiunto al percorso. Non è che poi questo esaurisca tutte le valutazioni possibili (per esempio, Leaphorn and Chee, i due poliziotti Navajo, sono intepretati rispettivamente da un Hunkpapa Lakota e da un Hualpai; a me non crea particolarmente problema, ma forse algtriove sì) ma almeno mi sembra un approccio più equilibrato di prendere ogni nuovo prodotto culturale di questo tipo come il primo del suo genere.

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