Gioco e educazione alla fede

Complice una giornata di malattia ho ritrovato nel mio disco rigido una vecchia relazione, intitolata Il gioco come dimensione essenziale della vita e della fede e come strumento educativo e che risale ormai a un sacco di tempo fa: 15 marzo 1998.

Il contesto era un incontro diocesano degli educatori ACR (bei tempi, quando l’ACR ancora mi chiamava…).

La ripropongo un po’ in omaggio ai vecchi tempi e un po’ perché si tratta di una visione che ancora condivido, anche se oggi sarei più propenso a ragionare sulle dimensioni ludiche di tutte le attività educative, mentre qui si vede che ragiono in termini di gioco-gioco (anche a favore di questa posizione, naturalmente, ci sono solidi argomenti, come il non spacciare come “gioco” quel che è semplice esercizio o tecnica di animazione).

Non è tanto una relazione quanto un vero e proprio incontro formativo di una giornata, con note sulle attività di gruppo da proporre. Man mano che la riporto inserirò anche alcune mie osservazioni, in corsivo.

1. L’ATTIVITA’ DEL GIOCO

(DIMENSIONE UMANA)

Credo che racconterò un’altra volta le mie esperienze ai campi di catechesi degli scout a San Benedetto di Assisi, in cui da padre Karl Huber appresi tanto su gioco ed educazione. Ma come vedo il sottotitolo “dimensione umana” ho un sobbalzo, perché si vede che preparando la relazione avevo in mente gli schemi di padre Huber (e del Progetto Unitario di Catechesi dell’AGESCI) e avevo deciso di servirmene anche dentro l’AC. Padre Huber lavorava per “triadi” e una delle principali era “umano-religioso-cristiano”, cioè partire dall’esperienza umana per far emergere prima le dimensioni spirituali universali e poi quelle specificamente cristiane; anche la mia relazione segue questo schema [NdRufus].

Alcune discussioni terminologiche: la parola “gioco” in italiano ha un valore ambivalente e non sempre positivo, «non stiamo mica giocando», «un gioco da ragazzi», per dire di una cosa facile e magari un po’ stupida… “Gioco” arriva alla lingua italiana dal latino iocus, scherzo, e ne ha mantenuto in parte il significato negativo. Meglio sarebbe stato se avesse mantenuto la derivazione dalla parola latina che vuol dire gioco, cioè ludus (il quale, non a caso, indicava anche la festa).

Altre ambivalenze le cogliamo se ci rifacciamo alle lingue straniere, in particolare all’inglese, che ha la nota distinzione fra play, gioco non competitivo, e game, gioco competitivo. In realtà la distinzione è meno chiara di quanto sembri: si dice ad esempio to play the game, “giocare il gioco” (e vuol dire anche, “stare alle regole”). Incidentalmente, play indica anche l’attività di suonare uno strumento musicale e, come sostantivo, indica l’azione teatrale.

Il gioco è una realtà complessa e come tale sfugge alle facili definizioni

Primo esercizio: in gruppi da quattro/cinque persone, definire cosa è il gioco, usando frasi che inizino per “il gioco è…”, oppure “col gioco si…” o anche “tipico del gioco è…”, o infine “quando si gioca…”. L’attività dura al massimo dieci minuti, al termine le frasi vengono riferite dal gruppo in plenaria e segnate su un cartellone o lavagna. Il conduttore di tema le commenta, facendo emergere collegamenti e differenze e il tipo di “idea” del gioco che il gruppo ha fatto emergere.

Una definizione (da Homo ludens di Huizinga)

Gioco è

  • un’azione o occupazione volontaria
  • entro certi limiti definiti di tempo e di spazio
  • secondo una regola volontariamente assunta…
  • … e che tuttavia impegna in maniera assoluta
  • che ha fine in se stessa
  • accompagnato da un senso di gioia
  • e con la coscienza di essere diversi dalla vita ordinaria

Secondo esercizio: in gruppi da quattro/cinque, trovare il maggior numero possibile di “caratteristiche del gioco” (nota: fare l’esercizio breve, casomai passare direttamente al lucido che segue il lucido che segue! Usavo i lucidi!! Un altro mondo! [NdRufus]).

Caratteristiche del gioco

  • Il gioco è un atto libero
  • Il gioco non è serio
  • Il gioco è limitato nel tempo
  • Il gioco si fa in un campo
  • Il gioco procede secondo un ordine assoluto (perché ha il suo senso in sé stesso )
  • Ogni gioco ha le sue regole
  • Il gioco si può ripetere
  • Il gioco si può cambiare
  • Il gioco crea comunità
  • Il gioco è pubblico

Così il gioco è all’origine della società e della cultura.

Conclusione

Dopo il lucido “caratteristiche del gioco” dire che si è conclusa la parte “umana” e sollecitare una prima reazione. In particolare chiedere:

  • se il gioco dei bambini in ACR ha queste caratteristiche

2. LA VITA COME GIOCO

(DIMENSIONE RELIGIOSA)

Nesso: sinora abbiamo detto che il gioco è fondamento della vita e della società. Un passo ulteriore è chiedersi se la vita umana stessa non sia in sé un gioco.

Riprendere in mano le “caratteristiche del gioco” (lucido precedente) e citare alcune caratteristiche che si attagliano anche alla vita umana, per esempio

  • Il gioco è limitato nel tempo
  • Il gioco si può cambiare
  • Il gioco crea comunità
  • Il gioco è pubblico

Terzo esercizio. Dopo, formare dei gruppi al solito modo e chiedere di trovare altre cose dell’esperienza umana (escludendo perciò temi propriamente cristiani), che rientrino nelle caratteristiche del gioco.

Di solito vengono fuori almeno il sesso e la gastronomia, ma si può fare di meglio: infatti… [NdRufus]

Tenere pronti da citare:

  1. Il linguaggio come gioco
  2. La conoscenza, l’arte, l’amore e la vita come gioco: sono in-utili (cfr. Iside nei dialoghi socratici di Platone)
  3. Riti e culto come gioco nella religiosità umana

3. LA VITA DI FEDE CRISTIANA COME GIOCO

3.1 CENNI BIBLICI

Proverbi 8,22-31

Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività,
prima di ogni sua opera, fin d’allora.
Dall’eternità sono stata costituita,
fin dal principio, dagli inizi della terra.
Quando non esistevano gli abissi, io fui generata;
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua;
prima che fossero fissate le basi dei monti,
prima delle colline, io sono stata generata.
Quando ancora non aveva fatto la terra e i campi,
né le prime zolle del mondo;
quando egli fissava i cieli, io ero là;
quando tracciava un cerchio sull’abisso;
quando condensava le nubi in alto,
quando fissava le sorgenti dell’abisso;
quando stabiliva al mare i suoi limiti,
sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia;
quando disponeva le fondamenta della terra,
allora io ero con lui come architetto
ed ero la sua delizia ogni giorno,
dilettandomi davanti a lui in ogni istante;
dilettandomi sul globo terrestre,
ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo.

Non posso che avere ammirazione per il me stesso di quindici anni fa, che non solo citava disinvoltamente oscuri personaggi dei dialoghi platonici ma si avventurava anche nell’esegesi di difficili brani come questo del libro dei Proverbi. Immagino che il riferimento sia al leggere il gioco, nella sua gratuità, in-utilità, come quella sapienza di Dio che esiste fin dal principio, e quel “dilettandosi sul globo terrestre” non indica forse il gioco di Dio?, ma è un concetto che, a occhio, si può introdurre solo se l’attività precedente è andata molto bene [NdRufus].

Salmo 104,26

Mandò Mosè suo servo
e Aronne che si era scelto

Questo brano è solo apparentemente più inspiegabile del precedente: credo che in realtà volessi fare riferimento alla lettura bibilica del padre Gebhard-Maria Behler nel suo saggio Il gioco di Dio (Àncora, Milano, 1984), che io non sono mai riuscito a leggere per intero ma che sono sicuro padre Huber avesse ben presente. La tesi del libro è che è possibile leggere l’Antico Testamento come il meraviglioso “scherzo” (nel senso buono) di Dio, che continuamente rovescia le certezze umane, scegliendosi come profeta, per esempio, Mosé che era balbuziente. Altri esempi simili sono, ovviamente, Davide (il figlio più piccolo) e Maria (una ragazza umile), ma nella stessa logica si possono leggere le storie di Giona ed Elia o la nascita di Gesù a Betlemme, la più piccola delle città di Giuda. Padre Behler si spinge fino a identificare un “giocare a nascondino” fra Dio e figure come Adamo («dove sei?»), Mosé (il roveto ardente) e ancora Elia (il vento leggero). Se uno mi volesse rendere felice potrebbe procurarmi il libro di padre Behler (lo dico, non si sa mai) [NdRufus].

Luca 7,31-32

A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione, a chi sono simili? Sono simili a quei bambini che stando in piazza gridano gli uni agli altri: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!

3.2 ELEMENTI TEOLOGICI

  • Siamo figli del Padre
  • Portiamo l’eredità del Paradiso
  • Abbiamo la promessa del Regno
  • Il peccato come rifiuto di giocare

Francamente non riesco a ricordare cosa intendessi con precisione con i primi tre punti, che riporto per completezza. Credo comunque che le suggestioni bibliche siano più che sufficienti per riempire di contenuti questi tre titoletti. Diverso discorso invece per il quarto, che prende riferimento dal brano del Vangelo citato e nel trattare il quale sicuramente avevo in mente la trasposizione che ne fa Tolkien nel Silmarillion, in cui il canto sostituisce il gioco: [NdRufus]

Esisteva Eru, l’Uno, che in Arda è chiamato Ilùvatar; ed egli creò per primi gli Ainur, i  Santi, rampolli del suo pensiero, ed essi erano con lui prima che ogni altro fosse creato. Ed egli parlò loro, proponendo temi musicali; ed essi cantarono al suo cospetto, ed egli ne fu lieto. A lungo cantarono soltanto uno alla volta, o solo pochi insieme mentre gli altri stavano ad ascoltare; ché ciascuno di essi penetrava soltanto quella parte della mente di Ilùvatar da cui proveniva, e crescevano lentamente nella comprensione dei loro fratelli. Ma già solo ascoltando pervenivano a una comprensione più profonda, e s’accrescevano l’unisono e l’armonia.

E accadde che Ilùvatar convocò tutti gli Ainur ed espose loro un possente tema, svelando cose più grandi e più magnifiche di quante ne avesse fino a quel momento rivelate; e la gloria dell’inizio e lo splendore della conclusione lasciarono stupiti gli Ainur, sì che si inchinarono davanti a Ilùvatar e stettero in silenzio.

Allora Ilùvatar disse: “Del tema che vi ho esposto, io voglio che voi adesso facciate, in congiunta armonia, una Grande Musica, E poiché vi ho accesi della Fiamma Imperitura, voi esibirete i vostri poteri nell’adornare il tema stesso, ciascuno con i propri pensieri e artifici, dove lo desideri. Io invece siederò in ascolto, contento del fatto che tramite vostro una grande bellezza sia ridesta in canto”.

Allora la voce degli Ainur, quasi con arpe e liuti e flauti e trombe, e viole e organi, quasi con innumerevoli cori che cantassero con parole, prese a plasmare il tema di Ilùvatar in una grande musica; e si levò un suono di melodie infinitamente avvicendantisi, conteste in armonia, che trascendevano l’udibile in prrofondità e altezza, e i luoghi della dimora di Ilùvatar ne erano riempiti a traboccarne, e la musica e l’eco della musica si spandevano nel Vuoto, ed esso non era vacuo. Mai prima gli Ainur avevano prodotto una musica simile, benché sia stato detto che una ancora più grande sarà fatta al cospetto di Ilùvatar dai cori degli Ainur e dei Figli di Ilùvatar dopo la fine dei giorni. Allora i temi di Ilùvatar saranno eseguiti alla perfezione, assumendo Essere nel momento stesso in cui saranno emessi, ché tutti allora avranno compreso appieno quale sia il suo intento nella singola parte, e ciascuno conoscerà la comprensione di ognuno, e Ilùvatar conferirà ai loro pensieri il fuoco segreto, poiché sarà assai compiaciuto.

Ora però Ilùvatar sedeva ad ascoltare, e a lungo gli parve che andasse bene, perché nella musica non erano pecche. Ma, col progredire del tema, nel cuore di Melkor sorse l’idea di inserire trovate frutto della propria immaginazione, che non erano in accordo con il tema di Ilùvatar, ed egli con ciò intendeva accrescere la potenza e la gloria della parte assegnatagli. A Melkor tra gli Ainur erano state concesse le massime doti di potenza e conoscenza, ed egli partecipava di tutti i doni dei suoi fratelli. Spesso se n’era andato da solo nei luoghi vuoti alla ricerca della Fiamma Imperitura, poiché grande era in lui il desiderio di porre in Essere cose sue proprie, e gli sembrava che Ilùvatar non tenesse da conto il Vuoto, e la vacuità di questo gli riusciva intollerabile. Ma il Fuoco non l’aveva trovato, poiché esso è con Ilùvatar. Standosene solo, aveva però preso a concepire pensieri suoi propri, diversi da quelli dei suoi fratelli.

Alcuni di questi pensieri li contessé ora nella sua musica, e attorno a lui subito fu discordanza, e molti che vicino a lui cantavano si scoraggiarono, il loro pensiero fu deviato, la loro musica si fece incerta; altri però presero a intonare la propria a quella di Melkor, anziché al pensiero che avevano avuto all’inizio. Allora la dissonanza di Melkor si diffuse vieppiù, e le melodie che prima s’erano udite naufragarono in un mare di suoni turbolenti. Ma Ilùvatar continuò a sedere in ascolto, finché parve che attorno al suo trono infuriasse una tempesta come di nere acque che si muovessero guerra a vicenda, in un’ira senza fine e implacabile.

Poi Ilùvatar si alzò, e gli Ainur si avvidero che sorrideva; e Ilùvatar levò la mano sinistra, e un nuovo tema si iniziò frammezzo alla tempesta, simile e tuttavia dissimile dal precedente, e acquistò potenza e assunse nuova bellezza. Ma la dissonanza di Melkor aumentò in fragore, con esso contendendo, e ancora una volta s’ebbe una guerra di suoni più violenta della prima, finché molti degli Ainur ne restarono costernati e più non cantarono, e Melkor ebbe il sopravvento. Allora Ilùvatar tornò a levarsi, e gli Ainur s’avvidero che la sua espressione era severa; e Ilùvatar alzò la mano destra, ed ecco, un nuovo tema si levò di tra lo scompiglio, ed era dissimile dagli altri. Poiché sembrò dapprima morbido e dolce, una semplice increspatura di suoni lievi in delicate melodie; ma era impossibile soverchiarlo, e assunse potenza e profondità. E sembrò alla fine che vi fossero due musiche che procedevano contemporaneamente di fronte al seggio di Ilùvatar, ed erano affatto diverse. L’una era profonda e ampia e bella, epperò lenta e impregnata di un’incommensurabile tristezza, onde soprattutto ricavava bellezza. L’altra aveva ora acquisito una coerenza sua propria; ma era fragorosa, e vana, e ripetuta all’infinito; e aveva scarsa armonia, ma piuttosto un clamoroso unisono come di molte trombe che emettessero poche note. Ed essa tentava di sovrastare l’altra musica con la violenza della propria voce, ma si aveva l’impressione che le sue note anche le più trionfanti fossero sussunte da quella e integrate nella sua propria, solenne struttura.

Nel bel mezzo di questa contesa, mentre le aule di Ilùvatar oscillavano e un tremore si diffondeva nei si1enzi ancora immoti, Ilùvatar si alzò una terza volta, e il suo volto era terribile a vedersi. Ed egli levò entrambe le mani e con un unico accordo, più profondo dell’Abisso, più alto del Firmamento, penetrante come la luce dell’occhio di Ilùvatar, la Musica cessò.

Poi Ilùvatar parlò e disse: “Potenti sono gli Ainur, e potentissimo tra loro è Melkor, ma questo egli deve sapere, e con lui tutti gli Ainur, che io sono Ilùvatar, e le cose che avete cantato io le esibirò sì che voi vediate ciò che avete fatto. E tu, Melkor, t’avvederai che nessun tema può essere eseguito, che non abbia la sua più remota fonte in me, e che nessuno può alterare la musica a mio dispetto. Poiché colui che vi si provi non farà che comprovare di essere mio strumento nell’immaginare cose più meravigliose di quante egli abbia potuto immaginare”.

Allora gli Ainur s’impaurirono, benché ancora non comprendessero le parole che venivano loro rivolte; e Melkor fu pieno di vergogna, donde derivò ira segreta. Ilùvatar però si levò in splendore e se ne andò dalle belle regioni che aveva creato per gli Ainur; e gli Ainur lo seguirono.

Ma giunti che furono nel Vuoto, così Ilùvatar parlò: “Guardate la vostra Musica!”. Ed egli mostrò loro una visione, conferendo agli Ainur vista là dove prima era solo udito; ed essi scorsero un nuovo Mondo reso visibile al loro cospetto, e il Mondo era sferico in mezzo al Vuoto, e in esso sospeso, ma non ne era parte. E mentre guardavano e si meravigliavano, quel Mondo prese a svolgere la propria vicenda, e sembrò loro che vivesse e crescesse. E quando gli Ainur ebbero contemplato a lungo e in silenzio, Ilùvatar tornò a dire: “Ecco la vostra Musica! Questo è il vostro canto; e ognuno di voi troverà quivi contenute, dentro il disegno che vi espongo, tutte quelle cose che apparentemente egli stesso ha concepito o aggiunto.

3.3 LA LITURGIA COME GIOCO DIVINO

Cfr, Romano Guardini, Lo spirito della liturgia

La liturgia non ha «scopo», o almeno non può essere ridotta soltanto sotto l’angolo visuale della sola finalità pratica.  Essa non è un mezzo impiegato per raggiungere un determinato effetto, bensì – almeno in una certa misura – fine a sé.  Essa, secondo le vedute della Chiesa, non è una tappa sulla via che conduce ad una mèta che sta fuori di essa, bensì un mondo di realtà viventi che riposa in se stesso.  Questo è l’importante: se lo si trascura, ci si sforza di trovare nella liturgia intenti pedagogici d’ogni specie, che possono in qualche modo esservi introdotti, ma che non vi occupano però un posto essenziale.

La liturgia non può avere «scopo» alcuno anche per questo motivo: perché essa, presa in senso proprio, ha la sua ragione d’essere non nell’uomo, ma in Dio.

Gruppo di lavoro 1. In gruppi di una decina di persone: “Considerando che la preparazione ai sacramenti ddell’iniziazione cristiana e alla partecipazione piena alla liturgia è una delle dimensioni educative più importanti dell’ACR, e che il gioco è per essa la metodologia formativa d’elezione, provate a indicare un’attività (e una solo) da svolgere coi ragazzi che integri questi due piani”.

3.4 GIOCO E POPOLO DI DIO

Le caratteristiche del gioco nelle dimensioni:

  • profetica
  • sacerdotale
  • regale

Immagino che ai tempi proponendo questa pista di lavoro, che trovo ancora oggi interessante ma che non avrei la minima idea di come svolgere, sapessi quello che dicevo. Credo peraltro che da qualche parte nel PUC si trovi la soluzione: la triade sacerdotale-profetico-regale, oltre a essere una delle acquisizioni fondamentali del Concilio era un’altro dei contributi di padre Huber ed è tutt’ora uno strumento importante nella catechesi AGESCI.

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