Bambini pericolosi ma benigni

Ho letto nei giorni scorsi The railway children (in italiano I figli della ferrovia), un classico della letteratura per ragazzi di Edith Nesbit che avevo letto almeno trent’anni fa se non di più e che l’Inossidabile considera uno dei Cinque Libri Letti Da Ragazza Che La Discendenza Deve Leggere Prima Dei Quindici Anni.

Ne avevo un buon ricordo e alla rilettura mi è piaciuto molto (talvolta ci scappa la lacrimuccia), sebbene sia un libro pieno di limiti, in parte legati all’età ormai veneranda (è del 1905) e in parte legati alla struttura stessa del libro, e anzi in realtà è interessante investigare esattamente perché, nonostante questi limiti, il libro possa piacere.

Intanto, la trama: Roberta detta Bobbie e i suoi fratellini Peter e Phyllis vivono nell’agiatezza con due genitori meravigliosi in una bella casa nei sobborghi di Londra. Un rovescio delle fortune familiari li obbliga a trasferirsi in campagna con la sola madre, in condizioni economiche difficili. Qui faranno amicizia con diversi esponenti delle classi popolari (la Nesbit era socialista), in particolare i ferrovieri della vicina stazione, scoprendone le doti di umanità e accoglienza finché, ovviamente, la situazione familiare si chiarisce e si giunge al necessario lieto fine.

Il libro, come dicevo, è datato: a un lettore dell’epoca (ma, diciamo, fino ai nostri anni ’70) doveva essere ben evidente il passaggio dei ragazzi dalla “modernità” a una condizione rurale molto più primitiva e la perdita di una serie di privilegi economici e di modi di vita che caratterizzavano la borghesia. Anche la lunga, lunghissima estate senza scuola nella quale i ragazzi esplorano a proprio piacimento la campagna vivendo avventure di ogni genere doveva far risuonare nei lettori giovani e adulti echi di scorribande personali che non sono probabilmente comprensibili ai bambini cittadini di oggi. E incomprensibile deve anche essere il postulato educativo del libro, presentato continuamente ma sempre tenuto sottotraccia (in maniera antiretorica, e proprio per questo retoricissima): che i ragazzi non vanno oppressi ma piuttosto lasciati liberi di svilupparsi, purché siano cresciuti all’interno di alcuni valori generali: l’onore, l’intraprendenza personale, il coraggio, la bontà verso gli inferiori e l’amore per la letteratura e la bellezza. Sono gli stessi principi, per dire, che Kipling espone in Stalky, che non a caso è l’unica lettura dei ragazzi citata esplicitamente: con questo tipo di educazione i ragazzi potranno divenire, nel tempo, adulti in grado di mantenere il ruolo guida dell’Inghilterra nel mondo anche quando lasciati soli in mezzo agli indigeni a rappresentare l’Union Jack nelle terre selvagge, ma certo è un tipo di visione educativa che i ragazzini di oggi possono non capire (in Stalky, almeno, la dimensione antiautoritaria nel conflitto con gli insegnanti ottusi è esplicita).

E, infine, I figli della ferrovia è un libro spiritoso che non si prende tanto sul serio ma è un po’ caramelloso. Di questa caramellosità fa parte, anche, il fatto che i bambini siano un po’ la versione benigna di quelle vere pesti ambulanti che sono la signora Fletcher o Angelica, che dove vanno muore sempre qualcuno. Qui dove passano i ragazzi succedono disastri, acciocché i ragazzi stessi possano far risplendere le loro virtù di bontà, intraprendenza e onore, risolvere la situazione, essere lodati dagli adulti e procedere di un altro gradino nella scala verso la santificazione (e la soluzione, guarda che coincidenza, dei problemi che affliggono il loro padre).

Sono tanti difetti, ne converrete. Infatti l’Inossidabile è molto dispiaciuta perché alle nipoti, anche a causa dell’ostilità del Subcomandante Marcos, che quando glielo legge la notte fa opera di sabotaggio, I figli della ferrovia non piace.

Eppure nonostante questi difetti è un libro molto raccomandabile. Per gli stessi difetti. Per gli adulti che erano ragazzi fino agli anni ’70, che ci ritrovano scorribande di lunghissime estati passate, magari. O che magari apprezzano la caramellosità in una lettura poco impegnativa che risveglia un po’ di sentimentalità e di commozione.

Oppure per chi apprezza il tono della scrittura, che è quello inimitabile, ricco di understatement e di complicità, di un certo tipo di letteratura per ragazzi (e non solo) della letteratura inglese a cavallo dei due secoli. Una capacità fortissima di essere retorici e confidenziali a un tempo, di strizzare l’occhiolino all’infanzia rivolgendosi in realtà agli adulti, di usare uno stile piano ma contemporaneamente inventivo. Avete presente il famoso incipit de Lo Hobbit:

In una caverna sotto terra viveva uno Hobbit. Non era una caverna brutta, sporca, umida, pieni di resti di vermi e di trasudo fetido, e neanche una caverna arida, spoglia, sabbiosa, con dentro niente per sedersi o da mangiare: era una caverna hobbit, cioè comodissima.

Il favolistico applicato al quotidiano, il quotidiano che si trasforma in favolistico: accomuna Kipling, la Nesbit, Lewis, Tolkien, Hugh Lofting, Pamela Lyndon Travers, J.M. Barrie e chissà quanti altri. È uno stile ingannevolmente semplice e in realtà difficilissimo da padroneggiare, e qui la Nesbit dimostra di controllarlo pienamente (è la capacità di intreccio, casomai, che zoppica).

È uno stile di scrittura, fra l’altro, che è l’ABC della scrittura avventurosa. È questo che raccomanda il libro, in realtà, a quelli – lettori e autori – che hanno l’occhio all’Avventura con la A maiuscola. Bobbie, Peter e Phyllis, per quanto ragazzini, sono palesemente fatti della pasta degli Eroi e destinati – anche prescindendo dall’esigenza di mantenere vitale l’Impero Britannico – a diventare da adulti gente della pasta di

Gunga Din e Ringo, gli eroi di Casablanca e di Forte Apache

come direbbe Guccini, ecco.

L’ultimo motivo di interesse è, come accennavo, pedagogico. Misurato con l’occhio dell’oggi la preoccupazione continua e insistente per l’onore, l’esigenza ossessiva di essere coraggiosi e saper badare a se stessi, possono apparire piuttosto pesanti. Ma quello che è interessante – e il riferimento a Stalky lo conferma – è che per l’epoca si tratta di una visione pedagogica liberale, per la quale oggi useremmo l’espressione di empowerment, e che questi ragazzini, per quanto un pochino caramellosi, sono comunque ragazzini veri, con veri difetti – che naturalmente supereranno per dimostrare di essere dei bambini bravissimi, ça va sans dire. Certo che è retorico e intenzionalmente educativo: ma quello che conta è il tipo di occhio dell’adulto che l’autore posa sui ragazzi, che non è uno sguardo autoritario ma al contrario accogliente e, in un certo senso, liberante.

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