Comunicazione non ostile e altra roba forse buona e forse no

Mi sembra utile segnalare un articolo di Annamaria Testa che riferisce di un convegno, Parole O_stili svoltosi a Trieste e dedicato, sostanzialmente, alla comunicazione in rete.

È lo stesso convegno dal quale è uscito un Manifesto della comunicazione non ostile, un elenco di dieci regole che diversi di voi immagino abbiano visto girare in rete.In sé le dieci regole sono certamente più che condivisibili. Eppure devo dire che in parte mi lasciano freddo. Un po’ è per il moralismo che sempre rischia di annidarsi in un certo tipo di comunicazione prescrittiva: se siamo probabilmente tutti d’accordo che gli insulti non sono argomenti sarebbe anche utile mettersi d’accordo su cosa è un insulto, magari, altrimenti la regola diventa – come buona parte del discorso pubblico sugli hater – un martello da dare (benignamente, mi raccomando!) in testa a quelli che criticano, spesso e soprattutto a quelli che criticano chi sta al potere. Le persone si devono rispettare e le idee non sono le persone; e i comportamenti? Stupido è chi stupido fa: se uno è stronzo glielo posso dire o devo avvolgere la parola attraverso tre strati di bambagia? Non so bene come siano andate le discussioni durante il convegno, ma il rischio di censura sulla rete c’è, con la scusa degli odiati populismi, quindi dubitare delle posizioni anche apparentemente meglio intenzionate non è del tutto campato per aria.

Un po’ ho il dubbio che non sia chiaro, nemmeno a chi ha redatto il documento, se si parli di comunicazione in rete o di comunicazione tout court. In un caso forse è poco e nell’altro magari troppo: Condividere è una responsabilità vale per la bufala che mette in giro veritàsconvolgentiacchiappaclik.it e anche per il gustoso pettegolezzo sulla vicina bona della scala A: entrambe le cose possono rovinare una vita. Entrambe le cose non si fanno (o si fanno con responsabilità) ma forse parlare solo di testi e immagini rivela una riflessione insufficiente su tutto ciò che c’è fuori della rete.

E un po’ questa è la perplessità più grande: ha ancora senso parlare di comunicazione in rete come di qualcosa di specifico o, addirittura, di problema? Cioè esiste ancora una distinzione fra la comunicazione in generale e la comunicazione in rete? C’è qualcuno oggi che non comunica con la rete, quando persino le signore anziane all’uscita di chiesa discettano di filtri antispam? Al convegno è stata presentata una ricerca che rivela (rivela?) che la quasi totalità dei giovani fra i 18 e i 34 anni sta sulla rete: per questa fascia di età – ma in realtà per tutti – parlare di comunicazione in rete o meno ha la stessa valenza di discutere del camminare con le scarpe o a piedi scalzi a Milano; è evidente che tutti usano le scarpe: parliamo del camminare e stop, altrimenti un convegno del genere può essere utile agli addetti ai lavori ma per il resto è terribilmente passatista, o no?

Già, gli addetti ai lavori. Questo è in realtà l’ultimo dubbio. Il parterre del convegno e i credit erano impressionanti (anche l’elenco degli sponsor, un ulteriore elemento di dubbio): ci sono anche un buon numero di persone molto rispettabili – una, la Mafe De Baggis, è anche un mio riferimento personale – e però non è possibile non far notare che ridurre il campo dell’argomento, definire la comunicazione in rete come qualcosa di ancora diverso e separato dalla comunicazione tout court, rivela un conflitto di interessi, perché legittima tutti coloro che sono definibili esperti di quel particolare settore. Aprire i confini e allargarsi al tema della comunicazione-e-basta metterebbe a rischio un certo numero di posizioni di potere, o obbligherebbe a confrontarsi con esperti di altri campi. E in realtà l’elusione del tema del problema del potere è forse il punto cruciale: in un momento nel quale le colonne di destra dei siti dei giornali on line – per i quali magari lavora o con cui collabora qualche relatore del convegno – sono occupate costantemente dalle stesse pubblicità sessiste, dalle stesse notizie acchiappa click, nei momenti nei quali la comunicazione ufficiale è spesso occupata a falsificare, travisare, ossequiare il potere, nel momento nel quale tutte le parti politiche, comprese quelle sostenute sicuramente da diversi dei relatori, oscillano fra la falsificazione, la propaganda becera e l’uso di tecniche identiche a quelle dei propalatori di bufale, ci si può accontentare di un decalogo come questo, o non c’è una ipocrisia di fondo che scarica sui singoli, tanto più se scarsamente rappresentati, il peso di pratiche e l’uso di una violenza comunicativa che ha le sue radici da tutt’altra parte?

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3 pensieri riguardo “Comunicazione non ostile e altra roba forse buona e forse no

  • 23/02/2017 in 03:04
    Permalink

    Condivido tutte le perplessità espresse nell’articolo. Ho solo un paio di considerazioni banali.

    George Orwell diceva che “A volte il primo dovere degli uomini intelligenti è ribadire l’ovvio” per cui forse anche le 10 regolette un po’ ipocrite, un po’ riduttive e un po’ banali ma in fin dei conti indiscutibili svolgono nel loro piccolo un’utile funzione, come bignamino (comunque un po’ scarno) di netiquette.

    Secondariamente anche se da molti punti di vista scindere la comunicazione in rete dalla comunicazione in sé sembra davvero un’operazione priva di senso nel 2017, le conseguenze peculiari della diffusione del nuovo medium spingono a tenere almeno per il momento in piedi la distinzione. Ci sono studi di psicologia molto ben argomentati che dimostrano (o almeno suggeriscono fortemente) che a parità di contenuto l’elaborazione di informazioni acquisite da mezzi materialmente diversi (e quindi diversi a livello prima di tutto sensoriale) varia radicalmente. Forse perché la luce del monitor in qualche modo ipnotizza (allo stesso modo in cui determinate palette di colori potenziano o inibiscono l’immedesimazione nel videogioco); o forse perché siamo portati neurologicamente a ricercare le componenti non-verbali del linguaggio, che in un qualsiasi testo scritto sono strappate via, in elementi puramente grafici come il font e il colore; o forse ancora perché la distanza e la posizione relativa del fruitore dal monitor, dalla pagina di carta, dalla cassa audio e dal vivo parlante determina percentuali diverse di occupazione del campo visivo e uditivo e di conseguenza stimola i meccanismi di fiducia e diffidenza istintivi in maniera diversa. O più semplicemente, dietro il terminale portatile o fisso ci sentiamo più al sicuro dalle conseguenze delle nostre parole allo stesso modo in cui in macchina fra le lamiere chiuse del nostro veicolo ci sentiamo molto più portati a offendere le madri e le sorelle degli involontari compagni di carreggiata.

    Quale che sia la causa non è molto importante ai fini del discorso. Sta di fatto che sembra che in rete 2+2=5 sia molto più facile da accettare (e da difendere aggressivamente) e molto più difficile da mettere in discussione, a prescindere dalla consapevolezza che in realtà abitualmente fa 4, manifestata magari fino a un minuto prima dalla stessa persona. Tutti i software di verifica automatica delle affermazioni, con buona pace dei programmatori che ci sudano dietro, falliscono nel loro scopo anche con utenti dall’istruzione molto elevata. Questo non può essere ignorato. E il potere dal canto suo sicuramente non lo ignora.

    Bisognerebbe prendere gli “addetti ai lavori” di più discipline e chiuderli in uno sgabuzzino per elaborare una teoria della comunicazione moderna che tenga conto anche di queste cose. Ma fa più comodo cercare di buttare tutto nel calderone dell’analfabetismo funzionale (finendo inevitabilmente per esservi gettati vivi a propria volta da qualcun altro) allo stesso modo in cui i medici del ‘600 davanti alle epidemie spiegavano tutto con le influenze astrali e gli untori.

    In attesa che gli addetti ai lavori si sveglino, i manifesti come questo sarebbero meglio di niente, anche contro il potere, se fossero fatti meglio. Si poteva ottenere qualcosa di più da un convegno che dura più giorni.
    Una volta su Usenet o su certi forum nel Web si sarebbe potuto agire in tal senso. Oggi le comunità di quel tipo sono estinte o spostate sui social, ed è difficile che questi ultimi possano ospitare certi tipi di riflessioni. Di sicuro il potere (di nuovo, si perdoni l’abuso del termine) non le incoraggia.

    L’ora è tarda, per cui non mi assumo completamente la responsabilità di quanto ho scritto.

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    • 23/02/2017 in 15:33
      Permalink

      Sono abbastanza d’accordo con te (e l’ora tarda non sembra avere influito). Diciamo che si possono avere dei dubbi ma non c’è motivo di polemizzare davvero sul manifesto: magari, come dici tu, ci si poteva aspettare qualcosa di più.

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