Quel che gli adolescenti non dicono

Credo che avessi a malapena vent’anni. Mia sorella Iole non doveva ancora essere maggiorenne, o avere compiuto appena i diciott’anni, e aveva ottenuto il permesso dei miei genitori di andare in campeggio con la sua migliore amica, Rossella, in Costa Smeralda.

I miei genitori erano abbastanza liberali: a quattordici anni io ero stato per due settimane in una Costa Verde del tutto disabitata, da solo con altri quattro coetanei a condurre la vita dei selvaggi (una vacanza fantastica di cui una volta vi racconterò), ma anche loro avevano dei limiti: il permesso era legato al fatto che in costa le aspettava la zia di Rossella con altri amici, gente adulta  e affidabile (come si vedrà…).

Il compito di accompagnarle a Palau, luogo dell’appuntamento, ricadde su di me. A Iole la cosa non piacque perché voleva dire essere sottoposta a un fratello piuttosto… palloso, diciamolo, e io non trovai troppo soddisfacente il fardello di una sorella più piccola e poco incline a seguire i miei (severi) canoni di assennatezza.

Partimmo una mattina presto. Tutto andò come nelle migliori tradizioni dei fratelli Sedda: io sbagliai strada e Iole si mise nei casini.

Cominciamo da me: i sardi fra i lettori apprezzeranno in pieno il fatto che per andare a Palau uscii dalla 131 a Bonnannaro, passai per Mores e Ozieri, deviai lungo il Coghinas e da Tempio mi rincongiunsi in qualche modo all’Orientale. Una strada più bella, ma anche più lunga, più scomoda e molto più piena di curve: e Rossella soffriva di mal d’auto. Parecchio. Perciò la strada fu anche piena di soste forzate.

Il meglio però doveva arrivare: perché la zia di Rossella non era più a Palau. Occhio: parliamo del 1984. Niente cellulari. Il solo modo di sapere dove diavolo fossero era aspettare che la zia chiamasse casa la sera, chiamare a propria volta per sapere le novità e farsi dare un nuovo appuntamento. E sperare che la zia richiamasse per farsi dare conferma. E richiamare per sapere se aveva chiamato.

Decisamente il tutto non rispettava i miei canoni di assennatezza.

Però non c’era molta scelta: io dovevo tornare a Cagliari per roba dell’Azione Cattolica (e in ogni caso Iole non mi voleva particolarmente fra i piedi) quindi a sera ripartii abbandonando due ragazzine da sole a Palau, nella vaga prospettiva di un ritrovamento della zia all’indomani.

In realtà, Iole trascorse una settimana di vacanza da sola con Rossella, discendendo pian piano la costa: ogni sera telefonavano a casa e scoprivano che la zia si era spostata più giù, quindi prendevano armi e bagagli per raggiungerla, solo per scoprire che era già andata via. Oltretutto, era piena estate e non c’era posto da nessuna parte: mia sorella e l’amica avevano soldi, ma non avevano modo di spenderli in alcun modo per procurarsi un posto sano dove dormire.

Durante quella settimana, Iole fece cose che mia madre probiva severamente: fare l’autostop, per esempio. Vagabondare del tutto da sola nel caos dell’estate in costa. Dormire in spiaggia. Dormire in spiaggia insieme a un gruppo di (sotto la protezione di) tedeschi, considerati più affidabili degli studenti nuoresi accampati poco oltre.

Ma mia madre non lo venne a sapere. Io non le dissi niente – maledicendo mia sorella che mi obbligava a violare i miei rigidi canoni eccetera. E Iole ogni giorno chiamava casa: «Ciao mamma, tutto bene. Ci divertiamo e la zia di Rossella veglia su di noi». Poi riattaccava e cercava di scoprire a quanti chilometri di distanza stava la zia e se c’era modo di recuperarla in qualche modo.

Solo molto tempo dopo, quando mia sorella aveva già messo su casa da sola da molto tempo, con cautela, a piccoli pezzi, mia madre ha scoperto le Agghiaccianti Verità a Lungo Taciute, fra le quali l’Avventura della Zia Scomparsa non è certo la principale (se capita, e se mia sorella non mi ammazza prima, vi racconterò anche altre avventure). E comunque, grazie al processo di rivelazioni progressive di Iole, io mi sono potuto permettere di rimanere sullo sfondo e di non raccontare mai le mie, di trasgressioni.

Motivazioni

Ho raccontato tutta questa storia (della qual cosa la famiglia sarà felicissima, penso) per dire che non mi colpisce particolarmente che una recente ricerca della società di marketing Atomik Research per la McAfee (che produce antivirus) riveli che la maggior parte degli adolescenti nasconde ai genitori tutta o parte della propria attività sul web: sarebbe veramente strano il contrario, invece. È normale che McAfee prema sul pedale della preoccupazione, considerato che vende software di controllo delle attività dei figli (o di altri…).

E, come giustamente nota il pedagogista Pietro Lucisano nell’articolo su Tiscali che vi ho linkato poco più sopra, è possibile anche che in realtà gli adolescenti sopravvalutino l’area di disapprovazione che i genitori avrebbero nei confronti delle loro attività: probabile, a giudicare da quel che vedo fare da parte di molti adulti sul web. Certo, ci sono dei dati preoccupanti, per esempio l’acquisto di farmaci sul web: però la domanda è se questo sia in una percentuale maggiore di ciò che accadeva e accade offline.

Comunque, l’articolo è interessante: se vi capita, buttateci un occhio. Scusate, ora, io non posso trattenermi: c’è mia sorella che mi chiama al telefono con insistenza, non capisco perché…

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