Deadloch e il politicamente scorretto
Arrivo probabilmente buon ultimo a segnalare Deadloch, una serie investigativa australiana con parecchie caratteristiche che la rendono, beh, strana.
La prima di queste è che è ambientata in Tasmania, che peraltro è anche il motivo per cui ho proposto a Bonaria di vederla: è vero che ormai si possono seguire poliziotti di dappertutto, però la Tasmania non ci era ancora capitata. Probabilmente avevo anche idee abbastanza inesatte della Tasmania e delle storie criminali che ci si possono ambientare, ma a Bonaria è piaciuta molto da subito e quindi l’abbiamo vista fino alla fine, e siamo stati contenti di averlo fatto.
E poi è una serie comica, o perlomeno satirica, o perlomeno di humour nero, e anche questo non è tanto comune.
E poi prende per il bavero parecchio politicamente corretto, e da un certo momento in poi il fatto mi ha tenuto in ansia, anche se in realtà non avrebbe dovuto, di solito.
Per spiegarmi sarà bene che raconti due cose sull’ambientazione e sulla trama.
Intanto, sarà anche Australia ma niente spiagge e surf: il clima è costantemente grigio e sembra sempre di muoversi dentro un giallo svedese. Solo che non c’è algida compassatezza, ma sgangherata imperfezione, a tutti i livelli.
La cittadina di Deadloch, in ogni caso, sembra dimenticata da Dio e dagli uomni, anche perché è piena di lesbiche, fra le quali il capo della polizia locale (che comunque ha solo il grado di sergente), la veterinaria (che è la compagna della poliziotta) e un discreto numero di altre cittadine. La sindaca sta cercando di fare di Deadloch un centro di attrazione culturale attraverso un feastval (nella versione italiana festaval) che è ricco di attività che definire radical chic sarebbe fin troppo generoso. In questa situazione a un tempo bucolica e grottesca comnciano ad avvenire delitti: tutti riguardano uomini della comunità.
Dato che il grado di sergente non è sufficiente per condurre un’indagine che appare ben presto complicata, alla responsabile della polizia locale vien affiancata una detective cittadina, completamente sopra le righe e del ttto lontana dai suoi standard di professionalità.
Le due sceneggiatrici sono bravissime a far collidere i piani e a confondere le acque: da un punto di vista formale Deadloch è una classica indagine su un serial killer, combinata con un altrettranto classico buddy cop in cui Dulcie e Eddie imparano, se imparano, a stimarsi a vicenda. A fronte di questa dimensione razionale c’è invece una realtà nella quale i personaggi si muovono che è continuamente caricaturale e grottesca: il fatto che l’indagine continui a sembrare reale, che la ricerca del cattivo sembri meritare attenzione da parte dello spettatore quando tutto il resto sembra una barzelletta testimonia della qualità della scrittura.
Solo che nella scrittura partono schiaffoni in giro. Una parte degli schiaffoni vanno su bersagli e paradigmi culturali che non creeranno problemi agli spettatori, di ogni tipo e genere che siano: o perché corrispondono a standard del genere (il Capo della Polizia autoritario e incompetente…) o perché sono bersagli relativamente facili (persone e pratiche stupide, abbiette o malvage).
Altri bersagli, però, sono sensibili, e creano quella dimensione di politicamente scorretto che dicevo: la cultura queer, il vivere sano, il rifiuto del consumismo, un certo tipo di cultura di sinistra, il buon cibo e gli chef. I diritti delle donne. E, dall’altra parte, quel tipo di bianchi che in inglese sono chiamati white trash, appartenenti alle classi popolari: il fatto che i personaggi sgradevoli siano tutti da quella parte – comprese alcune donne – può far alzare più di un sopracciglio: una scrittura tanto elegante e poi questi stereotipi? Suvvia! Il punto di vista centrale rimane quello di Dulcie, buon senso, attaccamento al dovere e rispetto per tutti, ma a questo si sovrappone continuamente il punto di vista delle autrici, che sbeffeggiano tutto quanto senza pietà e qualche volta, pensiamo, anche a torto.
E io, che pure non ho mai avuto simpatia pr il politicamente corretto e non sono propriamente allineato (anzi, certamente non lo sono) alle interpretazioni dogmatiche delle teorie del genere, molto presto mi sono sentito a disagio.
Perché la linea politica non mi sembrava sicura. E neppure quella culturale. Mi sembrava, cioè, che ci fosse la possibilità che il politicamente scorretto facesse tutto il giro e diventasse, in un modo o nell’altro, reazionarismo puro e semplice. Per capirci, come quando la commedia all’italiana è degenerata e la critica sociale è diventata qualuquismo. Come quando Villaggio ha attaccato la Corazzata Potemkin ed è diventato la bandiera del Bagaglino.
Per dire, c’è un momento divertente in cui una esibizione del feastval consiste in una signora anziana, avvolta in un foulard e seduta per ore e ore immobile su una sedietta da spiaggia. È una gag divertente che sbeffeggia… già, chi? Marina Abramović? Ma Marina Abramović è veramente una grande artista. Le autrici lo sanno e puntano il dito verso stanchi epigoni di Abramovich ma non verso di lei? Però non è mica tanto chiaro…
Alla quarta o quinta puntata mi sono detto che tutto dipendeva da chi fosse il colpevole dei delitti. La figura del cattivo, in queste situazioni, fa da chiave interpretativa della storia e di quello che si vuole dire. Col cattivo salgono sul banco degli imputati quei pezzi delal società che hanno permesso i delitti.
Visto il finale, che ovviamente non rivelo, non sono sicuro: la storia finisce godibilmente e non finisce male dal punto di vista della dichiaraizone d’intenti delle sceneggiatrici, ma non sono sicuro che finisca bene (non parlo di lieto fine, ma di ricapitolazione dei contenuti della storia).
Anche l’esistenza di una sottotrama nella quale, sostanzialmente, si racconta di un altro delitto, in questo caso storico, cioè l’oppressione dei bianchi (tutti i bianchi) nei confronti dei Primi Popoli, non sono sicuro che sia risolta nel modo migliore, anche se la mia impressione è che l’opinione delle autrici risieda nella combnazione di questi due esiti e in una frase che una donna dei primi Popoli dice ad altre donne. Però non è chiarissimo…
Ecco, non sono sicuro: e infatti questa è una segnalazione, non un recensione: mi farà piacere sentire che impressione ne avranno altri spettatori e spettatrici. Se volete, scrivetelo nei commenti!

