Sotto la divisa niente

Sto leggendo, per motivi abbastanza casuali, Da Custoza in Croazia. Memorie di un prigioniero, memoriale di Giuseppe Bandi, un ex garibaldino e poi giornalista e poi nuovamente ufficiale dell’esercito, preso prigioniero dagli austriaci a Custoza nel 1866.

Sul libro in sé, letterariamente, non c’è tanto da dire. È un libro in cui l’autore dice cose come queste (Bandi è stato preso prigioniero il 24):

Il mattino del 25 surse pallido e piovoso.

Non le note gioconde della sveglia italiana, ma il tuono lugubre del barbaro tamburo alemanno mi scoteva dal sonno.

Però è un testo interessante, un po’ perché scritto in un italiano ottocentesco pieno di variazioni dialettali, che ci si diverte a decifrare (che vorrà mai dire asciolvere?) e un po’ perché pieno di testimonianze di cultura materiale dell’epoca: non ci si crede a a quanto bevano questi, a tutte le ore, e quanto fumino. Tra l’altro durante la marcia i prigionieri sono condotti per mezzo Tirolo ed essendoci appena stato in vacanza mi ha fatto piacere immaginarmi i posti che Bandi definisce – ovviamente! –

monotona maestà del Settentrione che succede alla pittoresca e florida maestà del nostro clima.

Ed è anche molto interessante in un libro dal taglio realistico l’inserzione, in puro stile di escamotage narrativo ottocentesco da romanzo d’appendice, della lunga storia del passato di un frate, una specie di fra’ Cristoforo di cui Bandi fa la conoscenza e che serve da intermezzo patetico-patriottico.

La cosa che però mi ha veramente colpito è che, detto brevemente, sotto non c’è nulla. Cioè, sotto la patina del nazionalismo, delle stereotipizzazioni del nemico, della partigianeria politica, anche in chiave interna italiana: ecco, non c’è nulla; non c’è nessuna tensione morale, nessun valore profondo, nessuna spiritualità. C’è l’onore dell’ufficiale, questo sì: ma è, come molto onore militare, puramente di facciata, di mantenimento delle apparenze, preoccupato non della propria integrità ma della possibilità di non dover chinare il capo dinanzi ad altri.

In parte dipende dal fatto che tutto è collocato in una civiltà ancora contadina, sanguigna e robustamente attaccata alla materialità delle cose: mangiare, bere, fumare e andare a donne sono le preoccupazioni principali dei giovani militari prigionieri e su questo piano interagiscono con le varie figure che incontrano. Sono giovani e fuori di casa e la cosa può essere comprensibile, ma il fatto è che non c’è altro: a parte qualche discussione sugli avvenimenti politici e militari di attualità, le preoccupazioni sono tutte rivolte al soddisfacimento di bisogni materiali primari e intramezzate da continui occhiuti pettegolezzi su chi ha ereditato da chi, chi se la spassa, chi, nei vari villaggi che visitano, ha una buona rendita o fa la bella vita; si vede benissimo che in queste note Bandi strizza l’occhio al lettore, convinto di presentare una gustosa galleria di furbacchioni e rivelando, invece, una grettezza sorprendente in sé e nel suo supposto pubblico.

A fronte di questo gretto materialismo spicca ancora di più l’assenza di qualunque richiamo a valori morali profondi (tranne forse l’amore e la preoccupazione per il padre lontano) o a dimensioni spirituali che non siano patetismo di maniera.

D’altra parte le doppie morali abbondano: per esempio nella storia strappalacrime del frate a un certo punto si cita Berchet che inveisce contro le donne italiane che si uniscono allo straniero oppressore (un classico della polemica risorgimentale):

Maledetta chi d’italo amplesso
il tedesco soldato beò!»

ma evidentemente non ci sono problemi se sono le ragazze austriache a concedersi ai seduttori nostrani, considerato che i prigionieri hanno, come detto, una sola idea in testa. Ma non è solo questo: per esempio tutte le rappresentazioni degli stranieri (e anche della comunità ebraica di Verona) sono stereotipate e in generale offensive, salvo notare che i Croati, fra i quali trascorre l’ultima parte della prigionia, sono molto meglio di come li dipinge la propaganda italiana – e ricamarci sopra un altro pezzo patetico, che fornisce anche l’occasione per attaccare di sponda il governo austriaco. Oppure: Bandi è sicuramente anticlericale, come conviene a un ufficiale sabaudo dell’epoca, ma la chierica del cappellano è venerata, fa subito amicizia col frate, ha per i sacerdoti il rispetto dovuto e quando non ha di meglio da fare si affida piamente alla volontà divina.

Anche la polemica politica in chiave interna italiana, che oltretutto è incomprensibile al lettore attuale che non capisce chi, cosa, perché, è soprattutto una polemica tutta relazionale, personalizzata, di gruppi e conventicole in lotta fra loro.

Se non temessi di straparlare direi che il libro di Bandi è una buona testimonianza del disordine morale, dello sbandamento, successivo all’Unità e al tradimento di molte delle istanze della prima fase del Risorgimento; in un paio di passaggi ho anche pensato che si colgono meglio un certo tipo di radici del fascismo, il cinismo nascosto sotto il vitalismo di fazione, per esempio; o il qualunquismo prima del qualunquismo (siamo sempre nel campo del cinismo); il bearsi della ragione del più forte appena mascherata; l’ansia di una affermazione nazionale che rivela un nascosto timore di inferiorità.

Sono tutte dimensioni, in realtà, che ricordano anche l’oggi: anche oggi sotto la partigianeria faziosa, per esempio, mancano sostrati ideali e rimane, di fatto, solo la cura del proprio interesse. In questo senso mi dispiace di avere evocato il fascismo qui sopra: perché il libro di Bandi ci ricorda invece quanto siamo oggi di nuovo vicini all’epoca del nazionalismo e dei trasformismi, e direi che basta ed avanza senza bisogno d scomodare cose meno pertinenti.

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