Dal ’48 al ’77 (ma un po’ anche: oggi in Spagna e domani in Italia)

Ho finito di leggere ormai qualche settimana fa Il Risorgimento italiano di Alberto Mario Banti (Laterza, 2008, € 9,50), del quale ho già commentato un estratto tempo fa.

Era da un po’ che volevo approfondire le mie conoscenze sul Risorgimento e questo articolo vorrebbe parlare del libro sotto questo punto di vista. Contemporaneamente la lettura si è intrecciata con il periodo di soggiorno per l’Erasmus in Spagna e con le notizie sul processo indipendentista della Catalogna lette là in prima persona (e da un punto particolare di osservazione come è il Paese Basco) e più tardi seguite con attenzione dall’Italia. Tutto questo ha senz’altro colorato la mia comprensione del libro di una serie di riflessioni sull’oggi, che in due parole non possono che riassumersi con: perché stupirsi?

Contemporaneità

Per esempio: Banti esordisce con un problema storiografico fondamentale, che è quello della datazione del Risorgimento: quando sarebbe iniziato, esattamente? E quando lo si può considerare terminato? Connesso a questo e soprattutto al problema della data di inizio, osserva di passaggio, c’è un altro problema che è quello del sorgere dell’idea di Italia: per noi che siamo abituati a dare per scontato che Italia sia un termine con un significato politico e nazionale, e non una semplice localizzazione geografica, può giungere come una sorpresa lo scoprire che il termine è piuttosto nuovo e che durante il Risorgimento questa parola sorge e si afferma e si riempie, man mano, di nuovi significati. A parte la sorpresa, però, il pensiero non può che andare alla costruzione simmetrica di mitologie e identità nazionali che osserviamo tutti i giorni dal vivo, non solo in Catalogna ma anche in Sardegna e altrove.

Altro esempio: la storia del Risorgimento è rocambolesca, è storia di lotta politica acerbissima e di tentativi talvolta disperati e spesso sfortunati. Congiure e cospirazioni abbondano, e sono più quelle che finiscono male di quelle che finiscono bene; insurrezioni e brevi vampate di liberazione – nel ’20, nel ’31, nel ’48 – sono represse più e più volte, non solo in Italia ma in tutta Europa. In quest’ottica Puigdemont e gli altri esponenti catalani che oggi fuggono in Belgio non sono diversi da altri cospiratori di cui si legge, esuli in Svizzera, in Inghilterra, in America e così via (quando non usufruiscono di vacanza premio dell’Imperatore allo Spielberg o direttamente nel mondo dei più).

Stupisce allora lo stupore dei nostri contemporanei, capacissimi di dire che però Garibaldi aveva altra caratura, che l’idea di Italia di Mazzini era altra cosa, che Pisacane…, oppure che si chiedono che senso abbia parlare di nazione quando ormai l’Impero Austr… pardon, l’Europa…

Boh. A me non pare: non nel senso che non ci siano differenze – evidentemente ci sono – ma nel senso che tanto stupore sembra ignorare le radici della storia europea, il costruirsi dell’identità del continente e il costume della lotta politica fino a pochi anni fa (i capi dei partiti di sinistra che nei momenti caldi di colpi di Stato minacciati dormivano ogni notte in case diverse, per prevenire l’eventuale arresto, sapevano benissimo che la lotta politica era anche cospirazione o minaccia e poteva benissimo risolversi nella violenza). C’è stata negli ultimi anni presso parte dell’opinione pubblica una cesura con il ricordare la storia europea e il percorso degli ultimi due secoli fino a pochissimi anni fa e leggere del Risorgimento vuol dire in qualche misura fare un sano bagno di realtà fuori dell’anestetizzazione prevalente negli ultimi anni, con le sue idee soporifere di Europa, democrazia e politica.

Cose campate per aria

Prima o poi lo devo dire: Il Risorgimento di Banti è un libro molto buono. È piccolo e agile, si legge velocemente ed è adatto per farsi una prima idea dell’argomento, ma non è superficiale. Ha come ulteriore punto di forza il fatto che presenta un buon numero di documenti originali dell’epoca in appendice ma soprattutto, pur seguendo nell’esposizione la successione cronologica degli eventi, si concentra complessivamente sulla storia delle idee, ed è questo che lo rende stimolante e adatto a un confronto con la contemporaneità.

Anche senza la Catalogna alcuni confronti con l’oggi emergerebbero comunque con forza: per esempio una lettura anche veloce del libro dimostra che sono del tutto infondate quelle ricostruzioni parameridionaliste recenti che descrivono le azioni del 1860 in termini di conquista del Sud da parte del Nord o che catalogano Garibaldi e i Mille come volgari banditi; è palese che le cose non stanno così. Oppure mi pare evidente dalla ricostruzione di Banti che il Risorgimento fu un fatto di popolo e non di élite, come altre ricostruzioni suggeriscono, a uso e consumo di certa politica attuale.

Ci sono poi passaggi che mi hanno interpellato per riflessioni future: per esempio stupisce l’affermazione ricorrente dei protagonisti ottocenteschi che l’Italia è tutta uguale e che infatti, avendo ovunque lo stesso clima (cioè le stesse condizioni materiali di base), ha anche ovunque la stessa cultura; una petizione di uniformità che cozza con la nostra idea del paese dai mille campanili e dalle centomila identità locali e che d’altra parte va evidentemente presa sul serio. Oppure ci sono qui e là scampoli interessanti di un discorso sulla lingua: se nell’Ottocento il popolo parla chiaramente varianti linguistiche anche molto diverse e spesso reciprocamente incomprensibili, tanto che i Francesi e i repubblicani italiani dei primi anni del secolo si preoccuperanno di scrivere dei piccoli opuscoli repubblicani – veri catechismi laici –  indirizzati ai contadini nel loro dialetto locale, pure tutti i proclami, le lettere aperte, i giornali, gli ordini del giorno che si trovano sono tutti redatti in italiano, e non vale dire che sono indirizzati a quel cinque per cento alfabetizzato della popolazione in grado di comprendere l’italiano come lingua letteraria, perché palesemente sono rivolti a un pubblico più vasto, quanto meno urbano – e fra i morti dei moti ci sono artigiani, apprendisti, operai, non solo borghesi – il che suggerisce una comprensione dell’italiano come lingua comune relativamente ampia e fa della scelta di questa come lingua nazionale un’operazione ovvia e non costruita a tavolino come talvolta sembra che si pensi in certi circoli.

La lotta politica

La cosa più interessante, però, riguarda l’idea di nazionalismo. Non mi ero mai reso conto di quanto, al suo esordio, il nazionalismo fosse un’idea progressista, in particolare nel suo essere legata fortemente all’idea di costituzione. Il nazionalismo si pone cioè come elemento di opposizione al governo assoluto di uno solo: l’alternativa è avere una costituzione, e la costituzione si dà come realtà generata dal popolo: è l’alternativa fra il governare per diritto divino o per volontà della nazione. È anche abbastanza evidente, leggendo la ricostruzione di Banti, capire come le prime élite democratiche siano arrivate a un orizzonte d’azione che abbracciava tutta la penisola (e prima ancora, tutta l’Europa, dato il grande conflitto napoleonico): perché l’unione fa la forza e sviluppare un’azione politica che travalicasse i confini di tutti i vari staterelli permetteva di coalizzare una forza politica e culturale di gran lunga maggiore nei confronti dei singoli sovrani: si vede bene che quando un sovrano è costretto a concedere la Costituzione questo genera un effetto a catena che in sequenza travolge gli altri.

Il problema è che, a un certo punto, questa idea di “nazionalismo costituzionale” scappa di mano: la necessità di delimitare con precisione cosa sarebbe esattamente questo popolo in nome del quale si chiede un governo costituzionale porta, fatalmente, a creare una distinzione fra popoli diversi dei quali il nostro è, ovviamente, il migliore: il contrasto non è più fra collettività nazionale e singolo autocrate, ma fra collettività nazionali diverse, e quindi fra Italiani e Austriaci. Banti scrive delle pagine molto interessanti sull’idea di nazione come collettività del sangue, sulla nazione che riproduce sostanzialmente la famiglia; sono idee molto coinvolgenti, con un richiamo emotivo fortissimo (compresa la protezione delle nostre donne, per dire) e i democratici repubblicani che le agitano non avrebbero dovuto stupirsi quando poi queste idee hanno costruito un discorso politico conservatore: era già tutto scritto nella riproduzione delle strutture di potere paternalistiche della famiglia (per dire, non è difficile far rientrare dalla finestra in questo schema di pensiero il ruolo del Re come il buon padre della famiglia italiana, e addio repubblica).

Il senso del cedimento in questa lotta di idee si ha quando i repubblicani decidono che l’unità d’Italia è più importante del fatto che per ottenerla si deve accettare di dare la corona alla Casa Savoia (cioè il discorso nazionale è più importante del discorso istituzionale): sarà questa accettazione che si rivelerà, alla fine, la loro rovina e con essa, di ogni possibilità diverse di evoluzione dell’idea di collettività nazionale in senso non conservatore: perché l’Unità si farà, a quel punto, come semplice estensione del Regno piemontese. Quello che colpisce di più però è la clamorosa occasione mancata dai Borbone: i quali nel ’48 si rendono conto benissimo che i Savoia leggono lo sviluppo dell’unità nazionale in chiave egemonica e se ne tirano fuori, decretando così la propria sconfitta; avrebbero dovuto, col senno di poi, raddoppiare la posta, fare appello alla propria tradizione politica locale – avevano concesso la Costituzione prima degli avversari, dopotutto – e competere nella direzione del porsi alla guida del movimento nazionale: si sa invece come è andata.

È, nel racconto di Banti, il senso di questa doppia sconfitta (tripla, se ci mettiamo dentro anche l’idea federalista) ad avere segnato il destino dell’Italia dopo l’Unità e in fondo fino quasi a oggi; per esempio, riflettevo, c’erano risorse intellettuali bastevoli, al Sud, per affrontarne i problemi: se non è successo non è perché i Piemontesi hanno conquistato il Sud – il racconto garibaldino è, casomai, un racconto di autoliberazione – né perché, come racconta Tomasi di Lampedusa, i nobili hanno deciso di cambiare tutto perché nulla cambiasse (un altro mito) ma perché quelle risorse intellettuali erano in capo alle forze progressiste meridionali che sono state emarginate nel complesso della lotta politica italiana, sopraffatte dalla Destra storica e poi dal compromesso centrista e trasformista della Sinistra storica. Le forze progressiste del Sud non sarebbero state meglio sotto i Borbone: la loro scelta di preferire l’alleanza con le forze progressiste del resto d’Italia e quindi uniformarsi alla loro scelta di fidarsi dei Savoia era tatticamente corretta, ma si è rivelata alla fine strategicamente perdente. È questa vittoria della Destra storica che ha permesso lo sfruttamento del Sud a favore del Nord specularmente allo sfruttamento delle masse popolari del Sud e del Nord a favore delle aristocrazie del Sud e del Nord: uno non poteva darsi senza l’altro.

Tornando all’oggi

È questo il tema, credo, che ci riporta alla attualità. Il discorso centrale negli indipendentismi è: quale lotta politica? Il punto dirimente per le forze progressiste non può essere quella della nazionalità: un capitalismo sfrenato, una tecnocrazia imperante, una finanziarizzazione dell’economia senza limiti – per citare tre comuni mali dell’oggi – sono le stesse sotto il Re spagnolo come sotto la Repubblica catalana, sotto Roma come sotto Cagliari. Il punto non è, oltre un certo limite, l’autogoverno, ma quale governo, quale collettività contro quale aristocrazia, per tornare al punto di partenza della riflessione del Risorgimento. L’esito del nazionalismo non è mai a favore della democrazia – la comunità del sangue, la famiglia nazionale sono autoritarie per definizione – e inserirsi dentro il discorso nazionalista comporta, per i democratici, un abbraccio mortale (lo so che mi direte: ci può essere un indipendentismo non nazionalista; la risposta è, semplicemente: no. Citatemi un caso storico e ne riparliamo, ma basta guardarsi intorno qui in Sardegna: tutti i gruppi indipendentisti, anche quelli che lo escludevano, sono approdati a posizioni culturali nazionaliste, spesso becere).

Letture contrapposte

Rimane nel titolo di questo post un mistero non ancora svelato: cosa c’entra il ’77. Boh, c’entra nel senso che sto continuando a studiare: sto leggendo al momento Il lungo Risorgimento di Gilles Pécout (Bruno Mondadori, 1999, € 10), un testo molto più ampio e di taglio più accademico del libro di Banti – non necessariamente migliore, direi – e ho in coda 1848 di Mike Rapport (Abacus, 2009, € 15,50) e Mazzini di Denis Mack Smith (BUR, 2006, € 9,80); in realtà vorrei poi qualcosa di più recente di tutti questi testi. Ma contemporaneamente e in maniera del tutto casuale sto leggendo Ma chi ha detto che non c’è, il libro sul ’77 di Gianfranco Manfredi (Agenzia X, 2017, € 20) e vado facendo una serie ulteriore di riflessioni incrociate, che però stanno ancora sedimentando: capiterà di parlarne più avanti.

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