Non perdete Dark Winds
Sto guardando Dark Winds, serie Netflix che trasferisce su video i gialli di Tony Hillermann dedicati ai poliziotti della Navajo Tribal Police; nella serie ai due poliziotti dei romanzi, Joe Leaphorn e Jim Chee, viene affiancata Bernadette Manuelito, un personaggio creato dalla figila di Hillerman, Anne, che ha ripreso i personaggi del padre.
Hillerman è una mia vecchia passione, del quale avevo parlato già ai tempi di Oggi parliamo di libri, dove sono stato addirittura profetico:
Se avessi dovuto seguire rigidamente le regole che mi sono dato per le trasmissioni difficilmente questi gialli sarebbero comparsi, perché attualmente non ce n’è nemmeno uno disponibile in italiano. Ma vedo che l’attenzione degli editori per Hillerman ritorna periodicamente, magari con migrazioni da una casa editrice all’altra, e così ho deciso di lasciare un po’ più di spazio alla soddisfazione dei miei gusti personali, nella convinzione che chi fosse interessato prima o poi troverà occasione per leggerli.
Dopo il traino di Netflix, non dubito che i romanzi siano già ampiamenti disponibili.
Questa è una segnalazione veloce e non so se farò una recensione completa, però la serie merita aldilà della mia passione: c’è un pesante aggiornamento di trame e personaggi rispetto ai romanzi e diminuisce la dimensione puntuale di illustrazione della cultura navajo (Chee non è più uno sciamano/uomo della medicina, anzi un incredulo), ma in compenso c’è un’ottima scrittura, un cast di attori bravissimi spesso sconosciuti e largamente nativi, un set di personaggi notevole, una ottima ricostruzione d’ambiente degli anni ’60 e una colonna sonora grandiosa e spesso diegetica in maniera davvero divertente. Regia e fotografia sono all’altezza e i panorami, come si può immaginare, fantastici. Ciliegina sulla torta, un pizzico di sana critica al trattamento dei nativi (e dei latini) da parte dei “bianchi” (non eccederei nei complimenti perché ha talvolta tratti superficiali, ma c’è ed è evidente, ed in ogni caso: avercene).
La visone è necessariamante da fare in inglese, perché altrimenti l’impasto linguistico texicano/navajo si perde completamente. Peraltro il tutto è masticato senza pietà, quindi servono i sottotitoli.

