Cartoni animati e manipolazione del pensiero

Ho ritrovato nei recessi del mio hard disk un articolo sull’adattamento dei cartoni giapponesi fatto dalla Mediaset, articolo che a suo tempo ebbe un gran successo su Usenet.

È un po’ lungo ma molto molto molto interessante. Non mi spingo a dire che sia stato formativo per me e per molti della mia generazione, ma certo esprime bene le scoperte che facemmo una ventina e passa di anni fa, il modo con cui ci abituammo a guardare a certi aspetti della società e perché da allora in poi abbiamo sempre diffidato del politicamente corretto. Inoltre, come mi pareva di ricordare, l’articolo diceva già nel 1998 (ulp!) cose sull’anestetizzazione dell’opinione pubblica che adesso sono diventate più chiare.

Lo ripubblico qui chiarendo che non è mio ma di Francesco Filippi, di cui vedo che è anche disponibile sulla rete un interessante libretto sugli otaku. Su it.arti.fumetti uscì originariamente col titolo Adattamento e manipolazione del pensiero in tre pezzi (uno, due e tre): io li ho riuniti assieme.

AGGIORNAMENTO DEL 28/07/2017: ho ritrovato Francesco Filippi su Facebook e vi invito a visitare il sito del suo Studio Mistral, che produce (chi l’avrebbe immaginato?) cartoni animati. Nella pagina delle pubblicazioni ci sono altre cose interessanti scritte da Francesco, come la tesi su Leiji Matsumoto.

Perché riadattare un cartoon?

Adeguamento ai tempi e manipolazione del pensiero

di Francesco Filippi

Novembre 1998
Articolo comparso in versione parziale su Manga Giornale n.8 (Cartoon Club, marzo 1999)

Artù TOEI

Adattare o riadattare un cartone animato non italiano comporta fare delle scelte in base a certe motivazioni, scelte che implicano necessariamente conseguenze e responsabilità. Il recente riadattamento di una serie giapponese e di un lungometraggio disneiano hanno permesso di fare un confronto con le rispettive vecchie versioni, rivelando due modi antitetici di lavorare e soprattutto di considerare il grande pubblico televisivo e cinematografico.

Questa ricerca nasce da una analisi de La Spada di Re Artù, una serie televisiva prodotta nel 1979 dalla Toei Animation e che arrivò nel nostro paese qualche anno più tardi, adattata dallo Studio TN7. Quest’anno è stata ridoppiata da Mediaset e trasmessa all’inizio del ’98 su Italia1. Da un confronto fra le due versioni è emersa una scrupolosa e sistematica censura, ottenuta attraverso sottrazioni di immagini, manipolazioni di contenuti, semplificazione del linguaggio ed eliminazione dei brani. Anche se non è stato possibile operare un paragone con la versione originale giapponese, i materiali e gli strumenti a disposizione hanno portato comunque a dei risultati che possono stimolare ulteriori approfondimenti.

Analisi

Una prima differenza tra le due versioni italiane consiste nelle intonazioni, nelle sonorità delle voci dei doppiatori, sia maschili che femminili. Se vent’anni fa sono state scelte delle voci adulte, abbastanza profonde e impostate, oggi si è optato per voci indubbiamente più infantili e pargoleggianti, come quella di Artù, diventata decisamente adolescenziale, da sbarbatello sbruffone, nonostante questi abbia nella storia almeno una ventina d’anni. Mentre sono rimasti sostanzialmente inalterati i rumori – anche se si possono segnalare alcune piccole sottrazioni (ad es. il vociare di sottofondo di un mercato) – a livello musicale manca una canzone in giapponese, che nella vecchia versione crea un sottofondo ritmico e avvincente durante un combattimento. Per nulla irrilevante è poi l’aggiunta del narratore, il quale riempie sistematicamente tutti i “vuoti narrativi”, cioè i momenti in cui emerge la musica, dove il ritmo narrativo concede una pausa di riflessione, di distensione, di ascolto, momenti introduttivi, descrittivi, scene o sequenze che vogliono costruire una atmosfera. Non appena è terminato un dialogo tra due personaggi, non passano che pochi decimi di secondo prima che il narratore prenda la parola: a volte riassume gli avvenimenti accaduti, spesso finisce per risultare ridondante, altre volte fornisce anticipazioni (a scapito ovviamente della suspense e della sorpresa), altre volte ancora cade nel ridicolo, come all’inizio del 21° episodio, dove vi sono otto secondi di panoramica su un brullo paesaggio silenzioso, e si sente solo il vento fischiare. Ebbene, la voce narrante copre perfettamente questi otto secondi dicendo: «Un silenzio quasi spettrale regnava sul brullo territorio che circonda il castello di re Lavik. Solo il vento fa sentire la sua voce». Il risultato è che non è possibile ascoltare davvero la voce del vento.

Abbandonando la colonna sonora e venendo al contenuto dei dialoghi, ho rilevato che in alcune frasi esso è rimasto inalterato, mentre in altre è stato cambiato o censurato.

Ad esempio, sono venute meno le usanze culturali medioevali, che contengono elementi senz’altro scomparsi nella odierna quotidianità: in una scena in cui la sorella di Parsifal, affranta, si butta ai piedi di Artù e questi le dice: «Non inginocchiarti di fronte a me, non sono un sacerdote», la risposta del principe è diventata: «Non inginocchiarti di fronte a me, lo sai che non mi piace». La seguente frase di Isotta: «Perché dici che Tristano è un traditore che ha abbandonato il suo paese? È naturale per un giovane cavaliere specializzarsi nelle arti militari» è diventata: «È semplicemente partito per un viaggio, non ha abbandonato il suo paese; ed è una cosa del tutto naturale per un giovane cavaliere». Ancora: Parsifal, volendo togliersi l’armatura per infilarsi quella di un soldato nemico tramortito, chiede a Guerrehet: «Devi aiutarmi a togliermi l’armatura», che è diventato «Dobbiamo levargli l’armatura».

Non ha ricevuto una sorte migliore neppure la religione cattolica, che è praticamente scomparsa: tutte le invocazioni, le preghiere esplicitamente rivolte a Dio sono diventate (tranne in alcuni rarissimi e inevitabili casi) delle invocazioni o dei desideri impliciti, quando invece non sono state tolte. Ad esempio, il rimorso mistico di un giovane traditore, sottolineato graficamente con una luce dal cielo, è espresso con le seguenti parole: «Signore, perdonami, ho fatto del male! Ho tradito il mio principe»; dopodiché il ragazzo implora perdono ad Artù. Questa frase è stata sostituita con delle insignificanti frasi che il traditore aveva sentito in bocca al principe di Camelot. Nel nuovo doppiaggio mancano inoltre tutte le esclamazioni come «Grazie a Dio», «Se Dio vuole», eccetera.

A volte invece sono stati tolti, stravolti o resi vaghi degli interi discorsi: «Abbandonare il mondo per trovare se stessi nella solitudine» (si sta parlando di un eremita) è diventato: «Ritirarsi a vivere in solitudine». «Ho lasciato decidere alla sorte per non prendermi nessuna responsabilità e non offendere voi due» si è trasformato in: «È una maniera pacifica, per evitare qualsiasi tipo di discussione, così nessuno si farà male». Il Cavaliere Verde, un misterioso personaggio della serie, ha appena comunicato ad Artù la missione che deve compiere, per cui gli dice: «Osserva!» (si vede una mulattiera nella nebbia – con evidente significato simbolico), «La strada da percorrere si rivelerà davanti ai tuoi occhi. La strada del tuo destino è già tracciata: non devi abbandonarla o sarai perduto!». Nella nuova versione invece dice: «Guardate! In autunno l’erba comincia ad avvizzire e scompare nelle zone dove non arriva l’acqua: chi conosce le leggi della natura riesce sempre a trovare la strada giusta». Ancora, Tristano commenta il riservato comportamento di Lancillotto nei confronti di una fanciulla di cui è innamorato: «Un vero uomo non parla mai delle cose più importanti che gli accadono». Che è diventato: «Non dovete aspettarvi un gran che da uno scorbutico come Lancillotto». E una discussione sul codice d’onore (che è anche il titolo originale della puntata) è naufragata in un mare di nebulose frasi sul vero cavaliere. Volendo trovare un tratto identificativo comune a questi discorsi, si potrebbe rintracciarlo nel fatto che essi implicano un ragionamento o magari descrivono una persona che pensa, come nel caso dell’eremita.

Le “innovazioni linguistiche” però non si fermano ai contenuti, ma investono anche la scelta dei termini: tra le espressioni che sono state eliminate si possono distinguere tre sottocategorie: le parole tabù, i termini frequentemente evitati e i vocaboli abbassati di grado.

Fra le parole (una ventina circa) che assolutamente non compaiono nel nuovo doppiaggio troviamo “ammazzare”, “demone”, “morire/morte”, “sangue”, “uccidere”, che sono stati rimpiazzate (quando lo sono state) ad esempio da “fare fuori”, “imbroglione”, “eliminare”, “fare una brutta fine” e simili, mentre termini evitati sono ad esempio “tagliare la testa” (che è diventato “vincere”), “vendersi” (“essere consigliati”), “onore” (“regole”). Un numero invece più cospicuo di vocaboli è stato semplicemente abbassato di grado: «Vi devo la vita» («Grazie a tutti!»), «La sorgente di ogni male è stata distrutta» («Che sollievo, state bene!»), «le tenebre» («una nuvola nera»), “torturare” (“tormentare”), «Non rinuncio al piacere di ucciderlo» («E non gridare, non sono sordo!»), ecc.

Di fatto si può ricostruire un climax discendente: uccidere → eliminare → sbarazzarsi di → catturare → fermare.

Se vogliamo avere un quadro più esaustivo della situazione, sarà bene non dimenticare che «la zia che odiava la violenza» è diventata «la zia dolce e generosa», mentre la dichiarazione di Artù: «Faccio anch’io un giuramento: non perdoneremo coloro che disprezzano e calpestano la vita umana. Li combatteremo fino allo stremo delle nostre forze!», è diventata: «Ti ricorderò sempre, cara zia. Non dimenticheremo mai il tuo nobile gesto e prometto solennemente che presto giustizia sarà fatta».

Tra la vecchia e la nuova versione di Artù vi sono anche significative differenze nella qualità linguistica dei dialoghi, che ha conosciuto una sensibile semplificazione nell’edizione firmata Mediaset. In primis, qualità della raffinatezza e appropriatezza dei termini e delle frasi: “incudine” (è diventato “un blocco di ferro”), “appetitosa” (“buonissima”), “bagliore” (“luce”), “adagiare” (“mettere”), “gravoso” (“importante”), “mercanzie” (“cose e cavalli”), “chiedo udienza” (“devo parlare con”), “singolar tenzone” (è stata semplicemente tolta), «Le tue parole son ambigue» («Ma a chi credi di darla da bere?»), “concedere” (“dare”), “rivolgere una domanda” (“fare una domanda”). L’elenco potrebbe continuare per molte pagine.

È da sottolineare inoltre che sono state tolte delle parole che potrebbero anche essere definite “inconsuete”, nonostante esse siano accostate all’immagine a cui si riferiscono: è il caso di: «L’hai disarcionato!» («Ce l’hai fatta!»), «Ha fatto un cenno di assenso», («Ha detto di sì») e “folgore”; in questi casi si vede, nell’ordine, un cavaliere cadere da cavallo, Isotta piegare la testa e un fulmine che si abbatte su di un castello.

Ancora, qualità e complessità delle costruzioni verbali: molti futuri anteriori, passati remoti, periodi ipotetici di secondo grado sono stati infatti rimpiazzati da infiniti, passati prossimi, imperfetti, sostantivi. Ecco qualche esempio: «Sapevi che il ministro sarebbe venuto qui!» («Sapevi che stava arrivando l’amministratore!»); «Io sono Artù, che tu salvasti» («che tu hai salvato»); «Il principe ha detto che avremmo potuto prendere il legname» («ha detto di venire qui e di prendere il legname»); «Neanch’io avevo previsto che ci sarebbero stati quei due» («Non ho preso in considerazione gli altri
due cavalieri»); «Se il re non si trovasse qui, cosa succederebbe?» («Se il re non sarà qui, che cosa succederà?»); «Cosa? Vorresti che io fuggissi?» («E dovrei passare per un codardo?»).

Se tralasciamo la parte sonora e andiamo a considerare le immagini, da una parte ci accorgiamo che mancano le scene contenenti delle scritte in giapponese: ad esempio quelle che presentano sottotitoli, oppure quelle con la scritta «Continua…» alla fine degli episodi. L’inquadratura in tal caso viene omessa, oppure fermata prima della comparsa della scritta oppure viene ingrandita come se si trattasse di una zoomata in avanti, in modo tale da escludere il sottotitolo dal fondo dello schermo.

Dall’altra parte emerge che sono state tolte tutte le scene che contengono il rosso del sangue, indipendentemente dal contesto e dal contenuto (violento o rassicurante). Mancano tanto le grosse ferite che un soldato può ricevere in battaglia quanto una bocca contusa durante un torneo. Un’intera sequenza è stata seppiata per trasformare da rossa in nera una macchia di sangue sulla fronte di un sovrano uscito malconcio da una battaglia. Un altro esempio di immagine che esprime “negatività” è costituito da un teschio: nel momento in cui esso si sofferma chiaramente sullo schermo, viene tolto (anche se è presente una musica dolce e rassicurante in sottofondo).

Fino a questo punto sono state analizzate le varie modalità di manipolazione a cui è stata sottoposta la vecchia versione di Artù. Ma chi garantisce che non sia stata proprio questa a suo tempo ad essere stata doppiata in maniera distorta e “inasprita” nei termini e nei modi, magari allo scopo di accattivarsi maggiormente il pubblico? Perché la nuova versione non potrebbe cercare di restituire agli spettatori la versione originale del cartone animato? Purtroppo per rispondere a questa obiezione non è possibile avvalersi dei nastri giapponesi, rinchiusi in chissà quale archivio italiano. Tuttavia si possono articolare ugualmente alcune considerazioni: innanzitutto nella versione di Mediaset sono presenti numerosi tagli a livello filmico, dei quali si è già parlato. In secondo luogo non solo in Artù, ma anche in molti altri cartoni animati andati in onda su Italia1 e Rete4, nel nuovo doppiaggio si verificano delle palesi incongruenze tra il dialogo e le immagini: precedentemente si è ad esempio vista la scena in cui il Cavaliere Verde rivela ad Artù la strada del suo destino, rappresentata simbolicamente dalla mulattiera nella nebbia. Ora, scegliere di ripristinare l’originalità di un prodotto artistico presupporrebbe la volontà di restituire l’integrità dell’opera stessa. Limitarsi ad un recupero parziale dell’autenticità, pur potendo invece intervenire fino in fondo in una azione di questo tipo, significherebbe contraddire le proprie intenzioni. Per questo motivo è legittimo ritenere che le vecchie edizioni dei cartoni animati siano più autentiche rispetto alle corrispettive trasmesse da Italia1, anche laddove non sia possibile reperire una testimonianza diretta della loro autenticità.

Considerazioni e commenti

Ora che le differenze tra le due versioni sono state illustrate, è venuto il momento di provare a darvi una spiegazione e soprattutto di ricostruire l’immagine di pubblico e infanzia che vi sta dietro. Innanzitutto è stato tolto qualsiasi riferimento al fatto che il cartone animato è giapponese – che si tratti di una sigla, di una scritta, di un sottotitolo, di una canzone, di nomi (non nel caso di Artù, ma sicuramente dei cartoon ambientati in Giappone): per quale motivo? In una intervista, Alessandra Valeri Manera, responsabile delle trasmissioni a cartoni animati sulle reti Mediaset, ha risposto
che: «il cambio dei nomi viene fatto molto spesso perché sono nomi impronunciabili» e che le scritte «non le togliamo certo per fare un dispetto a qualcuno, ma perché pensiamo che il bambino piccolo non sappia leggere, e quanto agli altri telespettatori, non ci risulta che la maggioranza di essi conosca il giapponese».

Prima di trarre conclusioni occorre considerare qualche altro elemento: ad esempio che la fonetica giapponese è molto musicale e scorrevole, anche più della lingua italiana, né del resto sono mai stati segnalati, da vent’anni a questa parte, casi di fanciulli traumatizzati da un nome o da una scritta incomprensibile. Si tratta dunque di razzismo nei confronti del Sol Levante? Direi proprio di no, anche perché i cartoon nipponici, per il seguito di pubblico che hanno sempre avuto – spiegabile col la loro capacità di assecondare importanti bisogni immaginativi – hanno sempre fruttato tanti soldi a chi li ha trasmessi. E allora emerge l’ipotesi che non si voglia far apparire giapponese un cartone animato per via dell’opinione ancora molto diffusa in Italia che il cartoon nipponico sia necessariamente brutto, terrificante e diseducativo. E se qualche mamma si accorge che il suo pargolo sta guardando un programma sospetto è prontissima a distogliere il fanciullo dal teleschermo o da quel programma quando addirittura non decide di impugnare le armi della pubblica protesta. La qual cosa è assai paventata dalla stessa A.V. Manera: «Adattare una serie è un’operazione costosa, con un grande dispendio di energie, ma riteniamo che in questo modo la serie possa funzionare, o meglio, eviti qualunque tipo di problema». Quello però che rischia di passare inosservato è che i bambini di vent’anni fa sapevano benissimo che si aveva a che fare con cartoni giapponesi, li riconoscevano come tali e se ad esempio vedevano una giocatrice di pallavolo che poco credibilmente faceva allenamento con delle catene ai polsi, avevano modo di dire che almeno alcuni giapponesi hanno (o almeno raccontano) una visione del mondo diversa dalla nostra. Ora, privare un prodotto di riconoscibili elementi contestualizzanti, soprattutto se si ha a che fare con dei bambini, è un’operazione quanto mai azzardata. Il contesto è il primo strumento che si può utilizzare per decifrare la realtà, nel bene e nel male.

Prima di accettare la suddetta ipotesi esplicativa proviamo ad indagare attorno ad altri elementi, come le parole che richiamano una negatività, le quali, abbiamo visto, sono state tolte o abbassate di grado. Dietro questa scelta si potrebbe supporre il seguente ragionamento: venendo meno ad esempio la parola morte, questa non viene neanche pensata, soprattutto dai bambini più deboli e indifesi, i quali, non essendo esposti a concetti negativi, hanno un’occasione in meno per essere influenzati negativamente o traumatizzati. A parte la discutibilità e l’azzardo di un’opzione pedagogica di
questo tipo e soprattutto di questa entità, resta il fatto che qualcosa non quadra: come mai, infatti, «la zia che odiava la violenza» (niente di più positivo ed educativo) è diventata «la zia dolce e generosa»? E perché: «Non perdoneremo coloro che disprezzano e calpestano la vita umana. Li combatteremo fino allo stremo delle nostre forze!» (discorso nobilissimo) è diventato: «Non dimenticheremo mai il tuo nobile gesto e prometto solennemente che presto giustizia sarà fatta»?

Andiamo ancora un poco avanti: perché il sangue, qualsiasi tipo di sangue, in qualsiasi tipo di situazione, non si può mostrare? La vista del rosso o la permanenza di un teschio sullo schermo sono davvero sempre tossiche?

Prima di rispondere rimane da considerare l’altra faccia della medaglia: cioè che nella nuova versione di Artù si perde un’occasione per imparare che le lame tagliano e che il peggio che può capitare andando a far la guerra non è semplicemente cadere giù per una scarpata. Se la violenza è contestualizzata e gestita adeguatamente (e in Artù lo è senz’altro) essa può dare un importante contributo educativo e informativo.

Il problema ancora una volta sembra però essere un altro, cioè evitare che mamme (più o meno riunite in associazioni) e psico-peda-esperti di età evolutiva si insospettiscano e scatenino il finimondo, come dice A.V. Manera: sia le une che gli altri hanno necessariamente molte altre attività di cui occuparsi (da stirare i vestiti a condurre corsi universitari), per cui non hanno certo il tempo di vedersi con attenzione tutto quello che i loro bambini guardano, di studiarselo puntata per puntata. “Passando” distrattamente davanti al televisore, non hanno modo di esaminare il contesto delle vicende, motivo per cui quest’ultimo non è un elemento preso in considerazione nella scelta degli elementi da togliere e perché, ad esempio, una scena decisamente violenta ma confusa viene mantenuta. E se ci sarà senz’altro qualche telespettatore non-cattolico in più poiché i discorsi religiosi sono stati neutralizzati, tutti i genitori – sentendo la dolcezza e tenerezza delle voci – si tranquillizzeranno sapendo che i loro pargoli sono in sicure mani di bambagia.

Rimane a questo punto da prendere in considerazione ciò che invece non è appariscente: le usanze culturali diverse o storiche, la semplificazione del linguaggio, i discorsi che implicano un ragionamento. Una prima considerazione che si può fare è che l’incontro con un qualcosa di diverso dal ristretto quotidiano (culturale o linguistico) richiede uno sforzo cognitivo e soprattutto la pensabilità del diverso. Ed è indubbio che ciò comporti del disagio. D’altra parte è più facile rimanere intrappolati felicemente nei meccanismi dell’attuale, che diventano una necessità. Si potrebbe ipotizzare che queste nuove strategie di adattamento televisivo vogliano evitare qualsiasi tipo di disagio e assecondino (finendo per alimentare) l’umana tendenza a dipendere dal noto, il che significa estendere alla televisione il linguaggio e il pensiero più mediocri di ogni giorno. Un linguaggio articolato permette infatti un pensiero articolato e sottile, indubbiamente scomodo. E invece è comodo che il bambino trovi sui canali televisivi quello che si aspetta, il suo mondo che già conosce: dà illusione di onnipotenza, di controllare tutto e di avere tutto subito. Perché il mondo dovrebbe essere diverso? Perché il mondo dovrebbe cambiare? Perché dovrei farlo cambiare io? Perché dovrei cambiare canale?

Quando gli dei vogliono perdere un uomo, dicevano i greci, gli danno esattamente quello che desidera. E non si può desiderare ciò che non si conosce. Se per raggiungere un obiettivo, ad esempio soddisfare una curiosità, è necessario compiere un viaggio, durante il tragitto ci costruiamo delle strutture, facciamo dell’altro e facendolo cresciamo e ci formiamo la nostra identità. Ma se abbiamo immediatamente quello che vogliamo (e che già conosciamo) senza fatica, rimarremo quelli che eravamo. O magari, a lungo andare, diventeremo molto meno di quello che eravamo; sempre meno differenziati rispetto agli altri, sempre meno consapevoli dei nostri limiti e delle nostre esigenze. Solo chi è abituato a giocare (il gioco è il miglior meccanismo adattivo dell’uomo), a muoversi attivamente negli interstizi, riesce a essere libero, a risolvere i problemi, a vivere bene. È necessario però che sia abituato a farlo, allenato a trovarsi a proprio agio nel disagio di questi buchi mentali, a patto però che questi spazi gli vengano concessi. Quanti spazi per la riflessione sono presenti nella nuova versione di Artù? Praticamente nessuno, dal momento che il narratore li riempie tutti.

È solo una questione di audience? Forse. Ma intanto come spiegare la seguente manipolazione? Artù e compagni stanno compiendo una difficilissima scalata per arrivare in cima ad una montagna e farsi dare il sacro scudo da un eremita. Ad un certo punto il piccolo Guerrehet non ce la fa più e vuole desistere. Artù allora lo incoraggia: «Per fare cose importanti ci vuole sforzo e sacrificio». Nella nuova versione è diventato semplicemente: «Devi farti coraggio». Certamente per chi sta in alto è scomodo che chi sta in basso si convinca che con sforzo e sacrificio può arrivare in alto. È più conveniente che ci si limiti a consolarlo.

Prima di concludere, e per dare un metro di misura in più per valutare il tutto, potrebbe essere utile fare un confronto con un altro doppio adattamento, quello di Lilli e il Vagabondo: due adattamenti in casa Disney a quarant’anni di distanza. I dialoghi non sono stati modificati di una virgola se non quando il parlare quotidiano conteneva termini decisamente datati: ad esempio “canile” (inteso come casetta del cane) è diventato “cuccia” e “codesto modo” si è trasformato in “questo modo”, mentre “eziandio” è stato tolto. Là dove vi era un altrimenti non comprensibile cartello in inglese sono state sovrapposte le corrispondenti parole italiane. Qui non si tratta di semplificazione linguistica, il livello del nuovo doppiaggio non è inferiore al vecchio e sono rimaste parole “negative” come “assassinare”.

Ma allora quale immagine di spettatore risiede dietro le scelte del riadattamento di Artù? Apparentemente, e stando alle dichiarazioni di A.V. Manera, vengono tolte le «sequenze che un comitato di specialisti dell’età evolutiva – quindi psicoterapeuti, insegnanti, eccetera – hanno segnalato come potenziali produttrici di problemi ai bambini». Ad esempio «rappresentazioni per noi difficilmente accettabili – e con noi non intendo persone adulte, ma in particolare il nostro pubblico dei bambini: dobbiamo tener presente che noi siamo una nazione caratterizzata da un’educazione cattolica». Insomma, una televisione che ha a cuore l’infanzia e la fiducia del pubblico. Ma ad uno sguardo portato in maggior profondità emerge un’immagine di pubblico e di infanzia ben diversa, ossia di mero sfruttamento. Innanzitutto hanno molta più rilevanza le mamme dei loro figli: l’importante è che queste credano di avere in casa una baby-sitter affidabile, indipendentemente dal fatto che lo sia davvero. E i piccoli telespettatori contano solo nella misura in cui subiscono beati la televisione (e la vita) senza cambiare programma.

Giunti a questo punto, qual è il peso di tutta questa dissertazione? Come dice la pur ribelle Julia in 1984 di Orwell, sono tutte fesserie e quindi che gusto c’è a preoccuparsene? Tanto sono solo cartoni…

Sarà, ma intanto un bambino guarda mediamente la televisione due ore e mezza al giorno, e questo tipo di esperienza lo coinvolge e lo interessa molto, senz’altro più della scuola. Tra i programmi più amati (non solo dai bambini) ci sono i cartoni animati, il cinquanta per cento dei quali (circa sei ore al giorno) viene trasmesso dalle reti Mediaset. Sei ore di Mediaset al giorno sono molte o poche? Senz’altro non sono poche, ma fortunatamente nella nostra vita non ci sono solo i cartoon. Il problema però si aggrava tenendo conto che non viviamo e cresciamo in una società per il resto sana. Basti pensare che in una situazione simile si trovano molti settori dell’intrattenimento, a partire dai giochi e giocattoli per piccini e per adulti.

Si può fare qualcosa?

Le censure più evidenti (con alcuni esempi di trasformazione)

– Termini sospetti (potenzialmente disturbanti qualcuno)

1. Parole e frasi tabù

Ammazzare (→ farsi sotto, fare fuori)
Bastardo!
Bestiaccia!
Cadavere
Carogna! (→ questa non ci voleva!)
Demone / demonio (→ imbroglione, cavaliere delle tenebre, spirito
maligno)
Diavolo / al diavolo!
Idiota! (→ incapace, sciocco)
Maledetto! / maledizione! (→ codardo!, come osate!, in guardia!)
Morire (→ lasciare, avere le ore contate, liberarsi di, non poterne
più, essere finiti, non salvarsi, andarsene, continuare a dormire,
prendere questo, la vita non ha più senso)
Muori! (→ prendi questo!)
Morte (→ memoria, fine)
Morto/i (→ della notte, senza speranza)
Morti viventi (→ cavalieri scuri)
Oltretomba
Sangue / sanguinare (→ essere attaccabile)
Sepolcri
Uccidere (→ eliminare, non esserci più, comportarsi da bugiardo,
essere distrutti, rubare, essere pronti, fare una brutta fine)

2. Parole e frasi evitate

Abisso
Catastrofico (→ tanto brutto)
Catturare (→ fermare)
Dannato
Defunto
Giuramento (→ promessa)
Inferno (→ tenebre, per sempre, del male)
Micidiale
Nefasto
Odiare la violenza (→ essere dolci e generosi)
Onore (→ regole, del vero cavaliere)
Signore / Dio / divino / sacro
Sudario
Tagliare la testa (→ togliere di mezzo, vincere)
Tomba
Trafiggere
Trucidare (→ crudelmente eliminare)
Vendersi (→ essere consigliati)

3. Parole e frasi abbassate di grado

Agguato (→ mettere agitazione)
Catturare (→ attaccare, fermare)
Crudele
Distruggere (→ lasciare fare a me)
Dovere la vita (→ grazie a tutti)
E’ arrivata la tua ora! (→ ben arrivato!)
Eliminare (→ sbarazzarsi di)
Evitare che ci distrugga (→ tenerla tranquilla)
Evitare di morire (→ pensare a salvarsi)
«Faccio anch’io un giuramento: non perdoneremo coloro che disprezzano
e calpestano la vita umana. Li combatteremo fino allo stremo delle
nostre forze!» (→ «Ti ricorderō sempre, cara zia. Non dimenticheremo
mai il tuo nobile gesto e prometto solennemente che presto giustizia
sarà fatta»)
Fare del male (→ avercela con noi)
Ferito (→ essere tutto intero)
Ferito gravemente (→ ferito)
Funerale (→ problema)
«La sorgente di ogni male è stata distrutta» (→ «Che sollievo, state
bene!»)
Male (→ pericoloso e ingiusto, debole)
Malvagio (→ inattaccabile)
«Medessa, sei finita!» (→ «Medessa è finita»)
Mostro
Nemico
«Non rinuncio al piacere di ucciderlo!» (→ «E non gridare, non sono
sordo!»)
Non temere (→ ci penserò io)
«- Percival, rispondi! Sei rimasto ferito? – No sono riuscito a
salvarmi. Vi ringrazio, vi devo la vita! – E noi tutti la dobbiamo a
te» (→ «- Percival, sei tutto intero? – Si, amico. Però c’è mancato
poco! Grazie, grazie a tutti»)
Pietrificare (→ trasformare)
Rischiare la vita (→ dover tentare)
Sacrificare la vita (→ perdere la vita)
Salvare la vita (→ guarire)
Salvarsi (→ «c’è mancato poco»)
Sopravviverà (→ guarirà)
Sortilegio
Sta troppo male (→ è troppo debole)
Sterminare (→ annientare)
Tenebre (→ nuvola nera)
Togliere di mezzo (→ prendere)
Torturare (→ tormentare)
Vendicarsi (→ essere pericolosi)

4. Discorsi evitati

Abbandonare il mondo per trovare se stessi nella solitudine (→
ritirarsi a vivere in solitudine)

«Ho lasciato decidere alla sorte per non prendermi nessuna
responsabilità e non offendere voi due» (→ «È una maniera pacifica,
per evitare qualsiasi tipo di discussione, così nessuno si farà male»)

«La vita della mamma è in pericolo!» (→ «Che vita è senza la mamma!»)

«Perché dici che Tristano è un traditore che ha abbandonato il suo
paese? È naturale per un giovane cavaliere specializzarsi nelle arti
militari» (→ «È semplicemente partito per un viaggio, non ha
abbandonato il suo paese; ed  è una cosa del tutto naturale per un
giovane cavaliere»)

«Per fare cose importanti ci vuole sforzo e sacrificio» (→ «Devi
farti coraggio»)

«Artù, non devi batterti senza uno scopo preciso: il tuo compito
principale è di raggiungere l’unificazione di Vrogles e far sì che la
pace regni su tutti. Per questo la volontā divina ti ha concesso di
estrarre la sacra spada e di essere investito del titolo del principe
di Camelot. Tu sei chiamato ad una data missione e devi dedicarti a
questa. Osserva!» (si vede una cavedagna nella nebbia) «La strada da
percorrere si rivelerà davanti ai tuoi occhi. La strada del tuo
destino è già tracciata: non devi abbandonarla o sarai perduto!» (→
«Principe, dovete riflettere prima di combattere: voi avete una
missione da compiere in questo mondo. Dovete riunificare il regno di
Logres e riportare la pace nelle sette regioni. Per questo motivo
siete stato nominato principe di Camelot e quella spada lo testimonia.
Non potete rischiare la vita contro il nemico, è bene che lo teniate
sempre a mente. Guardate! In autunno l’erba comincia ad avvizzire e
scompare nelle zone dove non arriva l’acqua: chi conosce le leggi
della natura riesce sempre a trovare la strada giusta»)

«Sono esterefatto! Se uno prende una decisione, non deve guardare in
faccia a nessuno»

«Un vero uomo non parla mai delle cose più importanti che gli
accadono» (innamorarsi, in questo caso) (→ «Non dovete aspettarvi un
gran che da uno scorbutico come Lancillotto»)

«Non inginocchiarti di fronte a me, non sono un sacerdote» (→ «Non
inginocchiarti di fronte a me, lo sai che non mi piace»)

«Confessata di fronte al Signore» (→ «Confessata secondo coscienza»)

«Signore, perdonami! Ho fatto del male, ho tradito il mio principe»
(→ ricordo di frasi dette da Artù)

«Non meritano il nome di cavalieri e devono essere trattati come
banditi»

«Devi aiutarmi a togliermi l’armatura» (per mettersi poi quella di un
soldato nemico privo di sensi) (→ «Dobbiamo levargli l’armatura»)

«- Ganam ha ragione: ha sfidato in duello me e si è invece trovato a
combattere con mio figlio, il quale per poco non ci ha rimesso la
vita. E non è tutto! Per un uomo come me esiste soprattutto il codice
d’onore. – Il codice d’onore? – Si, ragazzo, è un codice non scritto
ma che va sempre rispettato e per me è sacro. La sua regola più
importante è quella secondo la quale ognuno di noi deve sempre tener
fede alla propria responsabilità» (→ «Sono il responsabile di queste
terre e come tale ho il compito di difenderle presonalmente, ne va del
mio onore. Per quanto terribili siano, ci sono cose che un uomo non
può rifiutarsi di fare. – Ma è molto pericoloso! – Lo so, ed è più che
umano cercare di tirarsi indietro di fronte agli ostacoli e alle
avversità. Tuttavia, solo chi riesce a superare tali battaglie è degno
di essere chiamato signore e di governare le proprie terre»)

– Semplificazione del linguaggio (attraverso eliminazione o sostituzione)

1. Terminologie

Abdicare
Abiti così luttuosi (→ inadatti a una principessa)
Acconcio
Adagiare (→ mettere)
Angherie
Appetitosa (→ buonissima)
Aria ascetica
Bagliore (→ luce)
Bersagliare (→ lanciare le frecce, attaccare)
Calunnie (→ menzogne)
Camuffato (→ vestito)
Concedere (→ dare)
Contado
Dimora
Disarcionare
Etichetta
Falsare
Folgore
Forestiero (→ straniero)
Gaio
Gelosa di Isotta (→ come vorrei essere Isotta)
Giavellotto (→ lancia)
Giudizio ponderato
Gravoso (→ importante)
Impertinente! (→ bada a come parli!)
Inconsulto
Incudine (→ blocco di ferro)
Inebriante (→ delizioso)
Infame destino (→ crudele destino)
Infatuata (→ innamorata)
Infreddatura (→ non sta molto bene)
Integerrimi e virtuosi (→ valorosi e coraggiosi)
Lavativo (→ sei sordo, forse?)
Madonna Uriel (→ Signora Uriel)
Mercanzie (→ cose e cavalli)
Mercé
Mercenari
Missiva
Modi sfuggenti
Nere nubi della morte (→ nuvola nera)
Nuove (→ notizie)
Onnipotente
Orizzontarci (→ muoverci)
Perforare
Pietrificare (→ trasformare)
Prefiggersi (→ volere)
Prodigioso (→ imbattibile)
Provvidenziale
Raccomandazione
Rifugiata (→ nascosta)
Rimorso (→ mancanza)
Sacro brando (→ spada Excalibur)
Sbruffone
Sconsiderato (→ irresponsabile)
Sfacciata
Sicario straniero (→ fuorilegge)
Singolar tenzone
Spadroneggiare
Spavalderia
Sprona! (i cavalli) (→ dai, sbrighiamoci!)
Tonaca (→ mantello nero)
Varco
Visita di cortesia
Viveri (→ qualcosa da mangiare)

2. Fraseologie

Accertarmi di persona (→ voglio vederci pių chiaro)
Accettate i nostri auguri (→ ooooh, tantissimi auguri!)
Annullerà il sortilegio dell’oscurità → è miracoloso)
Aprire le ostilitā
Avere il sopravvento e ripristinare la pace (→ sconfiggerli e
riportare la pace)
Avevo il presentimento che tu saresti arrivato (→ sapevo del vostro
arrivo)
Cadere in disgrazia
Che fulgore! (→ è davvero accecante!)
Chiedo udienza (→ devo parlare con…)
Conosco bene la sua testardaggine (→ È il solito testone)
Contare sulla vostra collaborazione
Mi è stato affidato il comando (→ sono il capo)
È un modo poco ortodosso per entrare (→ Vi sembra questo il modo di
introdursi nel…?)
Emendarti dai tuoi crimini (→ riscattarti dai tuoi misfatti)
Escogitare uno stratagemma
Fate come vi aggrada (→ eccomi qua)
Forse hai frainteso (→ non è niente, dimenticate)
Ha cessato di esercitare la sua nefasta influenza (→ non ci darà più
alcun fastidio)
Ha fatto un cenno di assenso (→ Ha detto di si)
Ha sguarnito il castello del grosso delle truppe (→ ha lasciato
incustodito il castello)
Il mio buon augurio vi accompagni (→ Adesso è ora che vi muoviate)
Il sacro scudo ci proteggerà! (→ prima dovrai fare i conti con il mio
scudo!)
Il suo potere è immenso! (→ è davvero tanto potente!)
L’occhio del drago fuga le tenebre (→ rischiara le tenebre del mondo)
Là dove la gente ha motivo di malcontento
La sacra spada e il magico scudo hanno compiuto il prodigio (→ e
tutto grazie a Excalibur e allo scudo)
Le tue parole sono ambigue (→ Ma a chi credi di darla da bere?)
Mettere in salvo (→ liberare)
Mi avete fatto l’onore di…
Non abbiamo una linea fortificata sulla quale attestarci (→ Non
abbiamo abbastanza armi per proteggere il castello)
Non abbiate timore (→ non preoccupatevi)
Non abuseremo a lungo della tua ospitalità (→ scusate il disturbo,
non resteremo a lungo)
Non perderti d’animo (→ non mollare)
Non potete chiedermi di violare accordi già sottoscritti
Non sapete quanto ve ne sia grato (→ Molto bene, sono proprio
contento)
Non ti risenti
Porgo gli omaggi
Portare in salvo (→ aiutare)
Prevenire e neutralizzare ogni forma di magia
Quello che dice è verosimile
Ricorrere alle arti magiche (→ usare i suoi poteri)
Rivolgere una domanda (→ fare una domanda)
Sapessi quanto mi scotta! (→ perbacco, hanno sempre ragione loro!)
Scaraventate questa carogna nelle segrete (→ Sbattete questo verme in
prigione)
Seguite la vostra illusione! (→ fatevi pure avanti!)
Sei troppo impudente (→ non mi fai paura)
Sono lieto di essere stato lo strumento della tua salvezza (→ Sono
felice che sei riuscito a diventare un cavaliere)
Temo che non incontrerà i vostri gusti (→ È tutto quello che posso
offrirvi)
Ti accetteremo come contendente
Ti comporti in modo temerario (→ Imprudente come al solito)
Ti siamo grati (→ grazie)
Vi auguriamo buonanotte (→ allora buonanotte)
Via (di montagna) del sole nascente (→ strada del sole che sorge)

3. Uso dei verbi

Credo che ci convenga (→ propongo di)
«- Sapevi che il ministro sarebbe venuto qui! – Lo sapevo, ma non pensavo
che si sarebbero presentati dei problemi»  (→ «-Sapevi che stava
arrivando l’amministratore! – Lo sapevo, ma pensavo che non fosse
importante: per questo non te l’ho detto»)
Io sono Artù, che tu salvasti… (→ che tu hai salvato)
Il principe ha detto che avremmo potuto prendere il legname (→ ha
detto di venire qui e di prendere il legname)
Artù vi ha lasciato qui perché sapeva che il viaggio sarebbe stato
troppo pericoloso e non voleva che voi rischiaste la vita per una sua
cosa personale (→ Sono convinta che vi lasciano al castello per un
solo motivo: Artù sa perfettamente che sta per intraprendere un
viaggio pericoloso)
Neanch’io avevo previsto che ci sarebbero stati quei due (→ Non ho
preso in considerazione gli altri due cavalieri)
Se il re non si trovasse qui, cosa succederebbe? (→ Se il re non sarà
qui, che cosa succederà?)
Cosa? Vorresti che io fuggissi? (→ E dovrei passare per un codardo?)

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2 pensieri riguardo “Cartoni animati e manipolazione del pensiero

  • 23/07/2016 in 15:51
    Permalink

    Hai pescato davvero un bell’articolo, non l’ho mai letto prima. 🙂
    Da bambino ero un appassionato di questa serie, fin dalla sigla, ma quando è stato pescato dalla Mediaset, non ho più potuto vederlo proprio a cominciare dalla nuova sigla (per me, I Cavalieri del Re non si toccano!) e così mi son perso questo ennesimo adattamento palliduccio firmato da Alessandra Valeri Manera.

    Gli anni ’90 (ma anche ’80, va) sono stati un periodo problematico, per le serie portate da Mediaset: scritte in giapponese cancellate o coperte malamente, sangue ricolorato o in color seppia, fotogrammi ingranditi e sgranati per tenere fuori inquadratura elementi pseudo-controversi e infine il linguaggio! Per dire, in Rayearth, l’espressione uccidere diventava “mandare in un’altra dimensione” mentre in Sailor Moon, nella 5a stagione, c’erano tre personaggi che cambiavano palesemente sesso… in salsa Mediaset chiamavano le loro “sorelle gemelle”. >_<
    E poi: nomi cambiati (perché Arnica è più facile da pronunciare di, che so, Hanako) tagli di scene o minuti o interi episodi… attualmente la situazione è più leggera, ma si continua qua e là a ritoccare il sangue o a modificare il senso di certi dialoghi, solo che i nativi digitali di oggi (e gli ex-ragazzini di un tempo) cercano le serie in streaming, più o meno legale.

    Tornando a La spada di King Arthur, posso ancora concepire che esigenze para-commerciali possano aver alleggerito la violenza e il soprannaturale (ciclo bretone senza soprannaturale, come dire Iliade senza divinit… ah, già, Troy!) ma… perché levare riferimenti al cristianesimo? Non è possibile concepire un adattamento di qualsivoglia opera del ciclo bretone (o frullato di opere) senza cristianesimo! Tanto più che a seconda dei casi, si evidenziava un conflitto tra diversi ideali morali – virtù cristiana, antica religione, a seconda del periodo anche amor cortese…

    Scusa per il papiro, ma la questione delle censure Mediaset è un tema che ho sempre avuto caro. 😛

    Risposta
  • Pingback:Bravo! – La casa di Roberto

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