Lo stesso spazio sociale

Nota: come sapete, il blog lo scrivo soprattutto per me; questo articolo, più che mai, è giusto un abbozzo di riflessione.

La doccia è uno dei miei luoghi di riflessione preferiti. E l’altro giorno, sotto la doccia, riflettevo sul presunto successo che negli ultimi tempi riscuotono le varie forme di medicina alternativa e, spesso, perfino irrazionale.

Sono forme di medicina che nel dibattito comune vengono spesso messe in contrasto con la medicina basata sul consenso della comunità scientifica: non tanto per la differenza di metodi (il che è evidente) ma in termini di adesione delle persone; si ritiene, cioè, che le persone ragionino come adepti e possano essere fedeli esclusivamente o dell’una o dell’altra forma di medicina: quindi una persona che manifesta una esitazione vaccinale, per esempio, è persa per la medicina (diciamo, ufficiale) ed è passata al lato oscuro della forza. Le narrazioni prevalenti sulle questioni mediche (peraltro anche sulle questioni scientifiche tout court) ragionano in termini di un crinale rigido che divide la popolazione: dato un numero fisso di abitanti del paese, se uno si converte a un tipo di medicina piuttosto che all’altra è uno in meno nel campo opposto. È un tipo di narrazione, tra l’altro, che spiega buona parte degli sforzi di divulgazione e di propaganda che vengono fatti, da una parte e dall’altra: raramente questi si concentrano sui singoli comportamenti, piuttosto cercano di modificare l’intero modo di ragionare della persona.

In realtà le scelte individuali non seguono questo tipo di dicotomia ma tendono a disporsi secondo linee di continuità  e per sfumature: comportamenti del tutto ortodossi dal punto di vista della medicina ufficiale (uso il termine con cautela) possono coesistere, nella stessa persona, con comportamenti invece discussi, sconsigliati o eterodossi.

Ma non è questo di cui volevo parlare, in realtà. Quello che ho pensato sotto la doccia è che al contrario della narrazione corrente è probabile che le prime quote di popolazione che le pratiche mediche irrazionali recenti tendono a cannibalizzare non siano i fedeli dell’avverso campo scientifico ma, più semplicemente, coloro che hanno sempre fatto un uso importante o prevalente di pratiche tradizionali di tipo magico: scapolari e amuleti, santoni, medicine dell’occhio, maghi e veggenti e così via sono sostituiti progressivamente da medici alternativi, rimedi rivoluzionari che Big Pharma non vuole che conosciate, pratiche pseudomediche varie, ingredienti che prevengono il cancro e così via, esattamente come la volgarizzazione e popolarizzazione di consigli igienici della medicina ufficiale sta prendendo il posto della vecchia medicina popolare (un campo intermedio fra i due): non più i rimedi della nonna e il latte caldo col miele per il raffreddore ma cinque porzioni di verdura al giorno, bere un litro e mezzo d’acqua e assumere alimenti ricchi di colesterolo buono.

Se ho ragione – e credo di avere abbastanza ragione, anche se dimostrarlo richiederebbe studi demoantropologici al di là delle mie possibilità – ci sono un paio di cose in merito che mi sembrano interessanti.

La prima è che questo suggerirebbe che gli spazi di tipo magico nella società e nella strutturazione del pensiero sono abbastanza insopprimibili: dopo tre secoli quasi di illuminismo e culto della ragione non si riesce (per fortuna) a sradicarli, ma ricicciano nelle forme più inaspettate: dalla medicina dell’occhio alla medicina new age c’è un salto non da poco (ciascuno implica una sua propria visione dell’universo) eppure apparentemente grossi gruppi di popolazione non hanno avuto il problema a fare il salto (ovviamente, parliamo anche di un trapasso generazionale).

La seconda osservazione è che (paradossalmente?) queste nuove forme di medicina magica tendono a vestirsi dello stesso linguaggio degli avversari: se si dà un’occhiata a una qualunque di queste formulazioni si nota che, premesso il rifiuto della medicina ufficiale, si esprimono in termini di razionalità, prove, procedure di tipo scientifico; non importa, qui, che i ragionamenti possano apparire deliranti o che sostituiscano il caso eclatante ma singolo all’esperimento controllato: il tipo di strutturazione del ragionamento è sempre razionalistico; sotto questo punto di vista il pensiero scientifico ha vinto: il fatto che alimenti di sé anche la pseudoscienza è uno spiacevole effetto collaterale ma suvvia, chi è abituato ad assolvere qualunque farmaco “ufficiale” dai suoi effetti collaterali (rubo una frase del prof. Gessa sentita giusto ieri) non dovrebbe porsi il problema.

La terza osservazione riguarda la visibilità: non sono convinto che i numeri galoppanti descritti dalla narrazione benpensante siano veri, e so per esperienza abbastanza diretta che il numero di clienti di santoni e maghi era spropositato già negli anni ’80, quando mi capitò marginalmente di occuparmi della materia. Ma certo il tema sta nel dibattito pubblico in modi che erano impensabili qualche anno fa e si può anche ammettere che certi numeri siano in crescita. Ovviamente dipende dalle capacità moltiplicative della rete, tuttavia mi chiedo se in questo non vi sia una trappola della percezione che finisce per danneggiare soprattutto gli avversari, che mitizzando il fenomeno e trasformando quello che sarebbe un meccanismo di lunga durata sociale in un fenomeno dell’attualità finiscono in realtà per legittimarlo (cosa è più utile per la medicina magica: dire «il dottor Coso che asserisce di aver scoperto come curare la malattia X con le sue pilloline blu e cinquanta flessioni al giorno non è altro che la trasposizione postmoderna del vecchio mago di Truncu is Puddas che curava la malattia X con una pillolina blu e cinquanta giaculatorie al giorno», oppure: «Allarme! Allarme! Sempre più gente va dal dottor Coso, è un fenomeno, dobbiamo prendere provvedimenti, orsù, parliamo sempre più del Dottor Coso e facciamone una notizia»?).

La quarta osservazione, ancora sulla visibilità  e la rete, riguarda i borghesi benpensanti (non può mai mancare da parte mia una polemica contro di loro): finché i rimedi medici magici erano confinati alla pratica di vecchie donne, paesani, strati popolari della popolazione, maghi che praticavano nei sobborghi o in villaggi sperduti impossibili da vedere dalle terrazze del Libarium (e quindi di consistenza mitologica) il fenomeno poteva essere ignorato o relegato a una scoria del passato destinata a estinguersi (salvo stupirsi periodicamente del numero di acquirenti televisivi delle pillole magiche per il dimagrimento o della scoperta giudiziaria della mamma Ebe di turno). Quando invece uno se li trova sulla sua bacheca di Facebook, magari nello stesso momento nel quale movimenti politici non convenzionali minacciano l’assetto consolidato delle relazioni politiche e assediano anch’essi le bacheche, allora dagli all’untore, e già che ci siamo, dagli anche ai nuovi fascisti. Non sto ragionando per estremi: proprio oggi un editoriale terribile di Panebianco sul Corriere mischia disinvoltamente l’antiparlamentarismo (che quando si trattava di rendere più efficiente e decisionista il Paese, peraltro, andava bene: Panebianco dovrebbe più correttamente parlare di polemica contro le élite), il Ventennio e la marcia su Roma, i danni del ’68, il fallimento della scuola, la potenza del circo mediatico-giudiziario (qualunque cosa voglia dire), lo strapotere della magistratura, il fatto che gli ignoranti si permettono di parlare di cose che non sanno e come prevedibile arriva, infine, a prendersela col pensiero antiscientifico; l’articolo risulta quindi essere un riferimento perfetto esattamente per quel tipo di posizione politica: certo l’altro grande filone del benpensantismo attuale, i trenta-quarantenni istruiti, cosmopoliti, esperti della rete, probabilmente non leggono il Corriere, però il treno di pensiero, la paura delle masse incolte – e la sensazione di cittadella assediata – e il collegamento fra percepita incultura, percepita irrazionalità e minaccia politica è esattamente lo stesso.

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