Le vampire vanno sempre in tre

Sto leggendo Il Conte di Montecristo, in francese, e scoprendo che non è assolutamente come pensavo. Ma ne scriverò meglio quando lo avrò finito; nel frattempo noto una scena, verso la fine del primo libro, quando Franz ha gustato l’hashish e sogna che le statue della stanza prendano vita e lo amino:

 

… e si ritrovò nella camera con le statue, illuminate solo da una di quelle pallide lampade antiche che vegliano nel cuore della notte sul sonno o sulla voluttà.

Erano proprio le stesse statue piene di bellezza, lussuria e poesia, con gli occhi magnetici, i sorrisi lascivi, le capigliature opulente. Erano Frine, Cleopatra, Messalina, le tre grandi cortigiane: poi, fra quelle ombre impudiche scivolava come un raggio puro, come un angelo cristiano in mezzo all’Olimpo, una casta figura, un’ombra tranquilla, una dolce visione che sembrava velarsi la fronte virginale vedendo quelle impurità di marmo.

Allora gli parve che le tre statue avessero riunito i loro amori per un solo uomo, e che quell’uomo fosse lui, che si avvicinassero al letto dove sognava di sognare, i piedi nascosti sotto le lunghe tuniche bianche, il seno nudo, i capelli sciolti come un’onda, con una di quelle pose a cui soccombevano gli dèi, ma a cui resistevano i santi, con uno di quegli sguardi inflessibili e ardenti come del serpente che fissa l’uccello, e si abbandonava a quegli sguardi dolorosi come un amplesso, voluttuosi come un bacio.

A Franz sembrò di chiudere gli occhi e, attraverso l’ultimo sguardo che gettava intorno a sé, di intravedere la statua pudica che si velava tutta; poi, chiusi gli occhi sulle cose reali, i suoi sensi si aprirono alle impressioni impossibili.

Allora fu una voluttà senza tregua, un amore senza sosta, come quello che prometteva il Profeta ai suoi eletti. Allora tutte quelle bocche di pietra si fecero vive, tutti quei petti divennero caldi, al punto che per Franz, che subiva per la prima volta il dominio dell’hashish, quell’amore era quasi un dolore, quella voluttà era quasi una tortura, quando sentiva posarsi sulla sua bocca assetata le labbra di quelle statue, flessuose e fredde come le spire di una biscia; ma piú le sue braccia tentavano di respingere quell’amore sconosciuto, piú i suoi sensi subivano il fascino di quel sogno misterioso, sicché, dopo una lotta per la quale uno avrebbe dato l’anima, si abbandonò senza riserve e finí per soccombere ansimante, arso di stanchezza, spossato di voluttà, ai baci delle sue amanti di marmo e ai sortilegi di quel sogno inaudito (traduzione di Margherita Botto per Donzelli).

A me ha ricordato irresistibilmente il brano di Dracula nel quale Jonathan è concupito dalle tre sorelle vampire:

Non ero solo. La stanza era la stessa, immutata sotto ogni riguardo dacché vi avevo messo piede; scorgevo sul pavimento, al lume della luna, le orme dei miei passi là dove avevo disturbato il lungo accumulo di polvere. Di fronte a me, nel raggio dell’astro notturno, erano tre donne giovani, dame nell’abbigliamento e nel tratto. Al primo vederle, ho creduto di sognare perché, sebbene avessero la luna alle spalle, non proiettavano ombra alcuna sul pavimento. Mi si sono accostate, guardandomi per un po’, quindi sussurrando tra loro. Due erano brune, con nasi aquilini come quello del Conte, e grandi occhi scuri, penetranti, che sembravano quasi rossi nel lucore giallo pallido della luna. La terza era bionda come più non si può essere, con grandi masse di capelli d’oro ondulati, e occhi come pallidi zaffiri. Avevo l’impressione, non so perché, di conoscerne il volto, e che fosse correlato a un onirico timore, ma non sono riuscito a ricordare, al momento, il dove e il come. Tutte e tre avevano candidi denti smaglianti che scintillavano come perle sulle labbra rosse e voluttuose. Provavo, per esse, qualcosa che mi metteva a disagio, una brama e in pari tempo una paura mortale. Avvertivo in cuor mio un perverso, ardente desiderio di essere baciato da quelle rosse labbra. Non è bene che io lo scriva; ma è la verità. Le tre bisbigliavano tra loro, e quindi tutt’e tre si sono messe a ridere una risata argentina, musicale, ma aspra da far sembrare che mai suono simile potesse uscire da molli bocche umane. Era come l’intollerabile, tinnante dolcezza di un’armonica a bicchieri suonata da un’abile mano. La fanciulla bionda ha scosso il capo con civetteria, e le altre due l’hanno incoraggiata.

Ha detto una: “Avanti, sei la prima. Dopo tocca a noi. Hai il diritto di cominciare”.

E l’altra: “È giovane e forte; ci sono baci per tutte noi”.

Io me ne stavo immobile, sogguardando di sotto le palpebre, in un tormento di deliziosa attesa. La fanciulla bionda si è accostata e si è chinata su di me tanto che sentivo il suo alito sfiorarmi. Dolce, era, in un certo senso dolce come il miele, e mi ha comunicato lo stesso brivido della sua voce, ma con qualcosa di acre sotteso alla dolcezza, alcunché di oltraggiosamente acre, come odor di sangue.

Non osavo sollevare le palpebre ma guardavo e vedevo perfettamente. La ragazza si è inginocchiata e si è protesa su di me, con avidità, sì. C’era una manifesta voluttà che era insieme elettrizzante e repulsiva, e mentre piegava il collo si è leccata le labbra proprio come un animale, e al lume di luna ho veduto scintillare le labbra umide e scarlatte, e la lingua rossa lambire i denti bianchi e appuntiti. Giù, sempre più giù scendeva il suo capo, e le labbra si sono allontanate dalla mia bocca e dal mio mento, sì che parevano prossime ad avventarmisi alla gola. Poi si è arrestata, e ho udito il risucchio della lingua che leccava denti e labbra, e ho potuto avvertire il fiato caldo sul collo. E la pelle mi si è accapponata come quando una mano ci si accosta per farci il solletico, vicina, sempre più vicina. Quindi il tocco delle labbra duttili, frementi, sulla pelle sensibilissima della gola, e il duro contatto di due denti acuminati, che sfiorano appena e si fermano. Ho chiuso gli occhi in un’estasi di languore, e ho atteso, atteso col cuore che mi batteva forte (trad. Francesco Persichelli).

La traduzione nonè senza falli; per il resto il paragone fra i due brani non mi sembra peregrino, perché quando Franz ritrova il Conte a teatro, a Roma, la contessa G., che lo accompagna, lo paragona esplicitamente a un vampiro e chiama in causa Byron e Lord Ruthwen (che è di Polidori, peraltro). Quando Stoker scrive il suo Dracula il suo riferimento è esattamente al mito romantico del vampiro, e credo probabile che avesse letto Il Conte di Monte Cristo. Quel che mi chiedo è se la scena del sogno di Franz è una concidenza, un ricordo indistinto che ha orientato Stoker o una vera e propria citazione volontaria.

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