Quelli che pretendono il lieto fine

Sutherland HeatcliffTraduco qui di seguito un breve saggio di John Sutherland, tratto dalla sua raccolta Is Heathcliff a murderer?

Il saggio è interessante (molto interessante) in sé ma io lo propongo per il tema che tratta, cioè la necessità per i romanzieri di concludere le proprie opere con un lieto fine, esigenza sorta con l’ingresso fra i lettori delle nuove masse borghesi e con la contestuale presenza di organizzazioni preoccupate di vegliare sull’educazione e il ben pensare di queste masse.

È un tema che mi è stato spesso presente durante questa stagione di Oggi parliamo di libri e quindi è complementare a parecchie puntate che ho già pubblicato, compresa l’ultima. Del resto dai tempi di Mudie’s a quelli delle grandi catene di supermercati che costringono i gruppi rock a censurare i testi delle proprie canzoni (o a rimuovere le bandiere confederate) poco sembra essere cambiato, e le techiche di resistenza sviluppate da Charlotte Brontë, Dickens e Thackeray possono essere utili anche oggi.

Solo una nota di traduzione: si parla di Villette, un romanzo di Charlotte Brontë che devo confessare di non avere letto, così come non ho letto I Newcome di Thackeray, cui pure si fa riferimento. Questo può giustificare qualche imprecisione nella traduzione, delle quali mi scuso. Mi scuso anche dell’audacia di mettersi a tradurre Brontë, Thackeray e Dickens, sia pure per poche frasi. Il saggio ha delle note, che riporto alla fine, e talvolta fa riferimento alle pagine delle edizioni inglesi, che ho omesso.

Il doppio finale di Villette

di John Sutherland

I critici sono tradizionalmente affascinati dall’enigmatica conclusione di Villette – in particolare i critici ipermoderni che vedono nel romanzo una anticipazione del “testo problematizzato” così amato dai decostruzionisti e in generale dai teorici[1]. Per riassumere: alla fine del racconto Lucy Snowe è ricompensata per la sua virtù dalla dichiarazione d’amore e dalla proposta di matrimonio del suo severo “professore”, Paul Emanuel. Ma prima di poter fare di Lucy sua moglie Paul deve trascorrere tre anni di lavoro nel protettorato francese della Guadalupa. Le ragioni del suo esilio in questo luogo lontano sono vagamente indicate al lettore da Lucy, nel capitolo 39: «il suo alfa è Mammona, e il suo omega Interesse», dichiara. Madame Walravens, veniamo informati, ha precedentemente ereditato per via di matrimonio una grande proprietà a Basseterre, nell’isola delle Indie Occidentali: «se opportunamente curata da un agente competente e onesto» per «alcuni anni» la proprietà sarà «molto produttiva». Madame Walravens chiede a Paul di essere il suo «agente competente». Come osserva Lucy, un tale desiderio è un ordine: «Nessun essere vivente ha mai deposto umilmente il suo bisogno ai piedi del signor Emanuel, o glielo ha posto confidente nelle mani , che egli abbia disprezzato la fiducia, o respinto la consegna». Qualunque possa essere il «dolore personale» di Paul o la sua «esitazione intima a lasciare l’Europa», egli accetta.

È strano, in realtà, che Paul accetti. I diritti di Lucy e la sua stessa felicità sembrerebbero motivazioni più forti del vantaggio economico di Madame Walravens. In ogni caso non è un uomo d’affari, bensì un insegnante oltretutto bravo – sebbene un po’ troppo amante della “disciplina”. Ma non è difficile dedurre quali sono i compiti ai quali Paul Emanuel è chiamato. La data in cui si svolgono i fatti di Villette è fissata ai primi anni 1840 (il periodo in cui anche Charlotte Brontë risiedette a Bruxelles, 1842-44). La schiavitù era stata finalmente abolita nelle Indie Occidentali inglesi nel 1833, causando un crollo disastroso dell’industria della canna da zucchero a causa della diffusa defezione della forza lavoro. Nella vicina Gaudalupa, sotto l’oscurantistico governo imperiale francese (sic, NdRufus), l’istituto della schiavitù (e il profitto fornito dalle piantagioni) continuò il proprio vacillante cammino fino alla sua conclusiva abolizione, a lungo rimandata, nel 1848. Il severo e dittatoriale professor Emanuel – il bullo della scuola di Madame Beck – è stato reclutato per rimettere in riga i lavoranti sempre più indocili della piantagione di Madame Walraven, con fruste e flagelli, se necessario. Per “competente” dovremmo intendere “brutale”. C’è un altro fattore putativo che gioca a favore della scelta di Monsieur Emanuel da parte della virtuosa signora come proprio soprastante. Egli si è dimostrato, nel suo periodo nella scuola di Madame Beck, capace di notevole autocontrollo da un punto di vista sessuale in presenza di tante giovani fanciulle. Tutti i resoconti ottocenteschi della Guadalupa sottolineano che si tratta di un luogo di tentazione quasi irresistibile per i maschi europei. Come riporta l’Enciclopedia Britannica (14ª edizione, 1929):

Gaudalupa è abitata da alcuni piantatori e funzionari bianchi, da alcuni immigranti delle Indie Orientali provenienti dai possedimenti francesi in India, e il resto da negri e mulatti. Questi mulatti sono famosi per la loro eleganza e bellezza sia di forma che di proporzioni. Le donne superano in numero di gran lunga gli uomini, e le nascite illegittime sono assai numerose.

È chiaro che in una tale Sodoma ci si può fidare solo di un uomo con un autocontrollo ferreo.

Si può supporre che i motivi di Paul per esiliarsi da Lucy siano almeno in parte spiegati con la volontà di mettere alla prova la sua promessa sposa, per provare la sua abilità di sopravvivere senza di lui. Merita di essere Madame Emanuel? A lui piace imporre simili ordalie. Nei tre anni della sua assenza Lucy deve mostrare le sue capacità fondando una scuola. La ragazza ha uno splendido successo, ispirata dalle lezioni di disciplina e autodisciplina che ha appreso dal suo professore.

La relazione fra i due amanti durante l’assenza di Paul è sostenuta da lettere appassionate. Il romanzo si conclude con una coda che passa drammaticamente dal tempo verbale passato al presente: «E adesso i tre anni sono passati. Il ritorno di Monsieur Emanuel è fissato». Era l’inizio dell’estate quando è partito (le rose erano in fiore). Ora, alla vigilia del suo ritorno, è autunno e la stagione delle tempeste tropicali. Lucy si rivolge agli elementi come a un proprio demoniaco avversario:

Il vento gira a ponente. Pace, pace, banshee – che ti lamenti a ogni finestra! Crescerà – si gonfierà – griderà a lungo: per quanto io possa vagare per la casa questa notte, non posso placare la tormenta. Le ore che passano la rafforzano: a mezzanotte tutti coloro che vegliano e osservano odono e temono la selvaggia tempesta che giunge da sudovest.

Una tempesta di proporzioni disastrose infuria doverosamente per sette giorni, un intervallo di tempo appropriato al disfacimento della creazione, che riporterà, temiamo, l’universo di Lucy verso il caos. Il romanzo si conclude con due ultimi paragrafi enigmatici ed emotivamente stremati:

Ora tregua: tregua per tutto. È stato detto abbastanza. Non soffrire più, tenero cuore; lascia sperare la fantasia luminosa. Sia lei a immaginare la delizia della gioia che sorge dopo grandi terrori, l’estasi della salvezza dal pericolo, il meraviglioso sollievo dal terrore, il raggiungimento del ritorno. Possa raffigurarsi il ricongiungimento e la vita felice successiva.

Madame Beck prosperò tutti i giorni della sua vita; e così Padre Silas; Madame Walraven raggiunse i novant’anni prima di morire. Addio.

Emanuel annega o sopravvive al naufragio? Il riferimento a Madame Walraven indica che Lucy sta scrivendo molti anni dopo i fatti, così ciò che è accaduto deve esserle noto – nonostante il presente usato per raccontare la tempesta.

Su questo punto la struttura interna del romanzo, basata sulle allusioni, è enigmatica. Il riferimento alla banshee riporta indietro al capitolo 4, nel quale compare una terribile tempesta mentre Lucy è in Inghilterra, al servizio dell’inferma signorina Marchmont. In quella tempesta fa la sua comparsa un «grido sottilmente stridente». Ripensandoci oltre gli eventi raccontati in Villette Lucy racconta che

Tre volte nel corso della mia vita i fatti mi hanno insegnato che questi strani suoni nella tempesta – questo grido senza riposo, senza speranza – indica uno stato dell’atmosfera contrario alla vita. Le epidemie, pensavo, erano spesso annunciate da un vento ansimante, singhiozzante, tormentato che proveniva dall’est e gemeva fin da lontano. Da questo, dedussi, sorse la leggenda della banshee.

La signorina Marchmont muore quella notte.

La seconda delle tre occasioni a cui fa riferimento Lucy nel passaggio citato è raccontata nel capitolo 15. L’eroina si trova ora al meno gradevole servizio di Madame Beck. Ha sofferto di una «depressione particolarmente dolorosa» e di deliri causati dalla febbre. Ristabilitasi dagli incubi ma ancora debole si alza dal letto, incapace di sopportare più a lungo la «solitudine e immobilità» del dormitorio. È sera e il cielo che si va oscurando minaccia una terribile tempesta:

dalle inferriate vidi giungere nubi nere che si trascinavano basse come bandiere abbassate. Mi pare che a quest’ora vi fosse commozione e dolore nell’alto dei cieli per tutte le pene sofferte qui sulla terra; il peso del mio terribile sogno divenne più lieve.

Lucy scioccamente si avventura all’aperto nella tempesta nel suo stato indebolito, quasi da invalida. La fine di questo capitolo segna l’intervallo fra il primo e il secondo volume della trilogia dell’edizione originaria pubblicata da Smith, Elder & Co nel gennaio 1853. Per la massa dei lettori delle biblioteche circolanti, limitati dal loro abbonamento da una ghinea a un volume per volta, questo intervallo comportava molto più che semplicemente prendere in mano il volume successivo. Ci sarebbe stato, probabilmente, un intermezzo più lungo durante il quale il volume uno sarebbe stato restituito (magari dopo un ritardo per permettere a qualche altro componente della famiglia di leggerlo) e il secondo volume preso in prestito dalla biblioteca (magari dopo un ulteriore ritardo se fosse stato necessario raggiungere la sede principale di Mudie a Bloomsbury, o se tutti i secondi volumi fossero stati “fuori”). I lettori, tenuti così nell’incertezza, avrebbero potuto ragionevolmente aspettarsi che Lucy stesse per morire. Il capitolo 15 del volume 1 termina con la drammatica frase: «Mi parve di piombare in avanti in un abisso. Non ricordo altro».

Era morta Lucy? A quanto pare, quasi morta. L’inizio del secondo volume (capitolo 16) raccoglie il riferimento a “l’abisso”: «Dove si recasse la mia anima durante quello svenimento io non so dire». Lucy ha sperimentato, parrebbe, una esperienza post-mortem:

Qualunque cosa (la mia anima) abbia visto, o dove abbia viaggiato nella sua trance in quella strana notte, ella ha mantenuto il suo segreto; mai ha bisbigliato una parola a Memoria, e ha sconcertato Immaginazione con un inviolabile silenzio. Può essere andata vero l’alto ed essere giunta in vista della sua dimora eterna, sperando nel permesso del riposo fin da allora e credendo che la sua dolorosa unione con la materia fosse finalmente dissolta. Mentre così credeva, un angelo può averla diretta via dal cancello del cielo, guidandola in lacrime giù in basso e legandola, una volta di più, tutta tremante e restia, a quella povera forma, fredda e rovinata, della cui compagnia era divenuta più che stanca.

Il ritorno della signorina Anima (cioè la resurrezione di Lucy) è ulteriormente spiegata con la metafora della dolorosa salvezza dall’annegamento. Questa, si suppone, è la seconda esperienza legata alla banshee, nella quale la vittima è sottratta letteralmente alle fauci della morte. Il terzo episodio banshee-tempesta-morte è quello legato al viaggio di ritorno di Paul Emanuel dalla Guadalupa e al suo naufragio. Tutto ciò annuncia la morte (come per la signorina Marchmont) o uno spaventoso sfiorare la morte (come nel caso di Lucy)?

Charlotte Brontë ricevette senza dubbio alcune lettere lamentose riguardo al suo finale non troppo definito. Come ricorda Elizabeth Gaskell, due lettrici dell’epoca scrissero chiedendo «precise e circostanziate informazioni sulla sorte del signor Paul Emanuel». La Brontë scrisse al suo curatore presso Smith, Elder & Co dicendo che aveva inviato una risposta, «formulata in maniera tale da lasciare la cosa pressapoco com’è. Dato che il piccolo indovinello diverte le signore, sarebbe un peccato togliergli il piacere di trovare loro la soluzione».

Sulla base di quanto suggeriscono Margaret Smith e Herbert Rosengarten nella loro edizione di Villette per la collana dei World Classics, dovremmo anche considerare sotto questo punto di vista la lettera più piccata della Brontë al suo editore, George Smith, scritta il 26 marzo 1853:

Per quanto riguarda questo punto di così grande importanza – la sorte di Monsieur Paul – in caso che qualcuno in futuro chieda di essere illuminato in merito – gli si può dire che è stato fatto in modo che ogni lettore stabilisca da sé la propria catastrofe, secondo la qualità delle proprie inclinazioni, l’impulso tenero o incline al pentimento della propria natura. Annegamento e Matrimonio sono le spaventose alternative. Chi è pietoso… sceglierà naturalmente la prima e meno dolorosa rovina – affogarlo per non farlo soffrire. I duri di cuore al contrario lo impaleranno senza pietà sul secondo corno del dilemma – lo faranno sposare senza esitazioni o rimpianti a quella – persona – quella – quell’individuo – “Lucy Snowe”.

Charlotte Brontë ci fornisce in questa lettera piena di sarcasmo la «chiave del rebus». Vale a dire che si può far reggere il lieto fine solo se si stabilisce l’equivalenza del disastro dell’annegamento di Paul con il “disastro” del suo sposare la donna che ama e che lo ama. È “morale” per Lucy costruire l’equivoco solo se Paul Emanuel è davvero morto in mare, in modo da non sconcertare i suoi lettori meno solidi emotivamente. Nascondere il suo dolore è un atto coraggioso e ammirevole. Se Paul Emanuel fosse tornato, sarebbe stato riprovevole avere mistificato o nascosto il fatto. Un tale comportamento si potrebbe ritenere solo un tentativo di ottenere compassione e compatimento immeritati.

In breve, non c’è un vero problema nella conclusione di Villette, se ci si pensa solo un attimo. Paul Emanuel annega – fine della storia (letteralmente). La Gaskell conferma il punto facendo riferimento a informazioni di prima mano della famiglia:

Il signor Brontë aveva il desiderio che il suo nuovo romanzo dovesse finire bene, poiché non gli piacevano le storie che lasciavano un’impressione malinconica sulla mente; e le chiese che il suo eroe e la sua eroina (come gli eroi e le eroine delle fiabe) «si sposassero, e vivessero per sempre felici e contenti». Ma l’idea della morte in mare di Paul Emanuel era ormai impressa nella sua immaginazione, finché non assunse la precisa forza della realtà; ed ella non avrebbe potuto alterare la sua conclusione immaginaria più di quanto avrebbe potuto se fossero stati veri i fatti che narrava. Tutto quello che poteva fare in ossequio al desiderio di suo padre era velare quel destino in parole allusive, così da lasciare alla personalità e all’intelligenza del lettore di interpretarne il significato.

L’interpretazione è abbastanza semplice, e pochi lettori di buon senso del romanzo possono dare credito al lieto fine posticcio[2]. Più interessante – in particolare nel contesto del 1853 – è il meccanismo del doppio finale, che lascia libero il lettore di scegliere fra un finale “reale” e uno “fiabesco”. Villette uscì nel gennaio 1853. Nell’ottobre dello stesso anno Thackeray inizio la pubblicazione a puntate de I Newcome. Questa corposa saga doveva proseguire come pubblicazione mensile per i successivi ventitré mesi, fino all’agosto 1855. Il filone principale del racconto di Thackeray ha a che fare con le vicende dei cugini Ethel e Clive Newcome, il loro puro amore l’uno per l’altra, e i loro rispettivi infelici matrimoni con coniugi meno accettabili.

I Newcome termina con una delle scene più patetiche di tutta la narrativa vittoriana, la morte del Colonnello Newcome e Ethel e Clive che anelano l’uno all’altra ma sono per sempre separati. Poi segue una coda nella quale Thackeray, apparentemente in prima persona, dichiara che: «Due anni fa, mentre passeggiavo coi miei figli in una piacevole campagna vicino a Berna, in Svizzera, mi smarrii da loro in un boschetto: e uscendone subito dopo, dissi loro come mi fosse stata rivelata in un qualche modo la storia che i lettori hanno avuto il piacere di seguire per ventitré mesi».

Thackeray si imbarca quindi in una prolungata fantasia su quel che i suoi personaggi stanno facendo nella “terra delle fiabe”. Egli crede, dice, «che nella terra delle fiabe da qualche parte Ethel e Clive vivono piacevolmente insieme», cioè come marito e moglie. «Voi», dice Thackeray ai lettori:

potete fissare la vostra terra delle fiabe a vostro modo. Tutto ciò che volete accade nella terra delle fiabe. I cattivi muoiono al momento opportuno… la gente fastidiosa si toglie di torno; i poveri sono ricompensati – gli ambiziosi umiliati nella terra delle fiabe… il poeta della terra delle fiabe… fa che l’eroe e l’eroina siano finalmente felici, e felici per sempre. Ah, felice, innocua terra delle fiabe, dove queste cose accadono! Caro lettore! Che tu e l’autore possiate incontrarvi un qualche giorno futuro! Egli lo spera; così trattiene ancora per poco la tua mano nella sua, e ti dice arrivederci con cuore gentile.

Sembra richiamare con incredibile accuratezza la richiesta del reverendo Brontë che il romanzo della figlia rinnegasse se stesso e si chiudesse con un finale da fiaba. Noi abbiamo, in realtà, una descrizione precisa delle pressioni subite fa Thackeray. Mentre teneva una lettura pubblica a Coventry durante la pubblicazione a puntate de I Newcome, Thackeray fu invitato a cena dalle famiglie Bray e Hennell (gli amici di George Eliot). La signorina Hennell, in quanto portavoce delle signore, disse:

«Signor Thackeray, vogliamo che voi lasciate che Clive sposi Ethel. Permettetegli di essere felici». Egli fu sorpreso dal loro interesse per i suoi personaggi e rispose: «I personaggi, una volta creati, prendono la guida, e io vado dove mi conducono»[3].

Eppure nel suo finale da fiaba, così come Charlotte Brontë pochi anni prima, Thackeray diede un contentino ai suoi lettori dal cuore tenero e all’imperioso bisogno di Coventry per un lieto fine.

Nell’aprile 1854, poco più di un anno dopo la pubblicazione di Villette e un anno buono prima della fine della serie di uscite de I Newcome, Dickens iniziò la pubblicazione a puntate del suo nuovo romanzo Tempi difficili su Household Words, dove fu pubblicata ogni settimana fino a agosto. Tempi difficili termina con un finale visionario, nel quale il narratore si immagina una serie di lieti fini, compreso quello di Louisa, liberata da Bounderby e

una moglie nuovamente – una madre – amorevolmente attenta ai suoi figli, sempre volta a garantire che essi abbiano una infanzia della mente così come hanno un’infanzia del corpo, sapendo che questa è cosa ancora più bella, e una proprietà della quale anche il minimo resto costituisce un tesoro che è benedizione e felicità per il saggio.

«Lo ha potuto vedere Louisa?», chiede il narratore. «Tutto ciò non era destino».

Questi tre romanzi, dei tre principali autori del 1853-55, tutti impiegano lo stesso sorprendente meccanismo narrativo del doppio finale. Uno di questi doppi finali è ruvidamente “realistico” e indirizzato ai lettori più duri (con i quali il romanziere è chiaramente più in sintonia). Per i lettori dal cuore tenero, tendenti al lieto fine, viene fornito un finale alternativo “favolistico” (o, nel caso di Dickens, suggerito) nel quale Paul Emanuel torna ad abbracciare la sua piccola protestante Lucy, Clive e Ethel sono uniti nello scampanio nuziale e Louisa si rimette dalla sua quasi seduzione da parte di Harthouse per divenire una rispettabile e soddisfatta matrona. «Tu paghi e perciò puoi scegliere», sembra dire il romanzo.

Si può suggerire un motivo per questa epidemia di doppi finali nel 1853-55. È chiaro che Charlotte Brontë, Charles Dickens e Thackeray reagivano alla pressione di un nuovo pubblico di lettori, che desiderava finali positivi ed era in grado di far conoscere i propri desideri. Questo pubblico di lettori (con i propri portavoce come il reverendo Brontë e la signorina Hennell) era stato organizzato massicciamente e dotato di potere dal nuovo fenomeno delle biblioteche in abbonamento – in particolare quella di Mudie. Il Leviatano di Mudie aveva aperto bottega abbastanza modestamente in Southampton Row negli anni 1840. Nel 1852, tuttavia, la ditta si trasferì in locali molto più ampi all’angolo fra New Oxford Street e Museum Street. Come riferisce Guinevere Griest: «Nei dieci anni dal 1853 al 1862, Mudie aggiunse quasi 960000 volumi alla sua biblioteca, quasi metà dei quali erano di narrativa»[4]. Mudie diveniva improvvisamente il principale acquirente all’ingrosso del regno di nuovi romanzi. E il proprietario del Leviatano pretendeva finali lieti, per conto dei propri clienti. Come Griest riferisce ancora, «sempre più opere vennero censurate poiché erano “sgradevoli” o “spiacevoli”, caratteristiche che i clienti del signor Mudie non amavano trovare nei loro romanzi».

Le domande incalzanti dei lettori delle biblioteche a favore dello splendore del buon giorno e il loro risentimento verso ogni cosa che fosse «spiacevole» venivano a focalizzarsi sui romanzieri negli anni 1853-55, tramite la pressione diretta dell’editore, a sua volta sotto pressione diretta delle biblioteche che facevano acquisti consistenti. Ciò che i finali di questi romanzi di punta del 1853-55 indicano è che gli scrittori avevano preso atto delle esigenze di questa forza appena mobilitata di lettori da biblioteca, e stavano iniziando a sviluppare sottili strategie di resistenza. Questo complesso tiro alla fune fra i romanzieri e le tiranniche biblioteche circolanti doveva proseguire fino al 1894 e al collasso del romanzo in tre volumi sotto l’assalto di romanzieri come George Moore e Thomas Hardy, inferociti dalle pretese che la signora Grundy (ovvero il signor Mudie, la “bambinaia” della letteratura) provavano a imporre sulla loro arte e sul loro desiderio di realismo.

Note

[1] Si veda, per esempio, Terry Eagleton, Miths of power: a marxist study of the Brontës (Londra 1975), 92; Janet Gezari, Charlotte Brontë and defensive conduct: the author and the body at risk (Philadelphia, 1992), 167-70.

[2] Kate Millett fa notare che se Paul fosse tornato a reclamare sua moglie, «noi non avremmo mai udito niente di lei» – Madame Emanuel, in altre parole, non avrebbe scritto Villette. Brenda Silver sagacemente fa notare: «La vita di Lucy non finisce con quella di Paul; il lettore attento avrà notato che la scuola chiaramente ha continuato a prosperare e che Lucy, nel momento nel quale inizia il suo racconto, ha conosciuto il West End di Londra così come la sua amata City; è sopravvissuta alla distruzione della sua fantasticheria romantica e si è evoluta in una realtà differente». I saggi di Millett e e Silver sono pubblicati in Critical essays on Charlotte Brontë , a cura di Barbara Timm Gates (Boston, 1990). Si veda in particolare le pagine 263, 303.

[3] Carol Hanbury Mackay (a cura di), The two Thackerays: Anne Thackeray Ritchie’s centenary biographical introductions to the works of William Makepeace Thackeray, 2 voll. (New York, 1988).

[4] Guinevere Griest, Mudie’s Circulating Library and the Victorian novel (Bloomington: Indiana, 1970).

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