È arrivato, oh gioia!

Sutherland HeatcliffGioia, gaudio e tripudio!

Parlo di Is Heathcliff a murderer?, il primo libro della fortunata serie di saggi curata da critico inglese John Sutherland, una delle massime autorità accademiche riguardo al periodo vittoriano ma contemporaneamente scrittore spiritoso e garbato.

La serie, di cui questo è il primo volume, comprende anche Can Jane Eyre be happy? e Who betrays Elizabeth Bennet?, nonché la derivazione più orientata ai drammi scespiriani Henry V: war criminal? di cui ho parlato tempo fa e che è stato il libro che, scovato improbabilmente in una libreria di catena in un centro commerciale, mi ha fatto conoscere Sutherland.

Si tratta di collezioni di brevi saggi di non più di cinque o sei pagine che partono da dubbi che tutti quanti – ok, quasi tutti – ci siamo posti quando abbiamo letto qualcuno dei classici più famosi: perché diamine il tale o il talaltro personaggio deve proprio fare così e cosà? Quel tale aggeggio di cui si parla, che accidenti è? Se Pluto è un cane, perché anche Pippo è un cane?

Sutherland Jane EyreSu quest’ultima domanda Sutherland tace, ma su molte altre propone la sua risposta, allagando lo sguardo alla comprensione dell’intera opera. Per esempio in quest’ultima copia che mi è arrivata il primo saggio è dedicato a investigare da dove provenga la ricchezza di Sir Thomas Bertram e se questo voglia dire che ci sia una connessione fra la povera Jane Austen e

uomini neri che sudano sotto la frusta di sadici sorveglianti.

Jane Austen la schiavista: ma è fantastico!

Sutherland ammette francamente, in realtà, che una parte delle sue supposizioni sono puramente arbitrarie, in mancanza di specifiche prese di posizione da parte degli autori. Tuttavia la serie si raccomanda, oltre che per il piglio divertente, anche perché di fatto prende spunto da una serie di articoli e saggi critici, tutti accuratamente citati in nota e quindi utili per chi volesse approfondire per conto suo.

Sutherland Elizabeth BennetNon ho letto ancora questa prima collezione, ovviamente, ma dalla lettura delle successive traggo la convinzione anche di un altro merito, che è quello di attrarre l’attenzione verso autori e opere che magari sono meno noti, almeno per il pubblico italiano: per esempio io grazie a queste  ho scoperto Trollope (lo so, sono un ignorante) e Wilkie Collins.

L’altro merito, senz’altro, è quello anche di invitare a riletture diverse, con diversi angoli visuali. Non si tratta solo di sviluppare un gusto diverso per il dettaglio, che magari talvolta sfugge quando ci si concentra sullo sviluppo complessivo della trama, o del fatto di porre attenzione ai dettagli anche di cultura materiale – c’è un saggio imperdibile da qualche parte sul cagnolino di Lady Bertram e un’altro sul perché Magwitch può nuotare con una palla di ferro ai piedi – ma soprattutto perché volenti o nolenti si finisce per entrare nello stanzino degli attrezzi dello scrittore: Thackeray che nell’incalzare della pubblicazione seriale riempie il suo Vanity Fair di pianole sempre nuove (quanto deve essere grande la casa?!) pSutherland literary detectiveerché non si ricorda dove ha messo quelle di prima, per esempio, o Dickens e Wilkie Collins che si sfidano a distanza, per citare le prime cose che mi vengono in mente. Ce ne sono molte altre, naturalmente.

Come sempre mi spiace di notare che questo tipo di saggistica, diffusissima nei paesi anglosassoni, non lo è affatto in Italia: mi viene in mente, come ho già detto, la Storia confidenziale della letteratura italiana di Dossena. Che io sappia i quattro volumi della serie non sono peraltro neanche tradotti in italiano, ma sono relativamente disponibili sul web, anche nella forma di un omnibus che raduna i saggi non scespiriani, The literary detective: è una lettura, in una forma o nell’altra, che consiglio caldamente.

Ora scusatemi: devo andare a scoprire che faccia aveva Mr. Hyde!

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