La macchina del pianto

Come reazione alla lettura del libro di Bandi mi sono messo a rileggere il libro Cuore. Ora, chi segue questo blog ricorderà che su alcuni alcuni dei classici per l’infanzia ho  opinioni che non sono esattamente lusinghiere, e spesso nemmeno in linea con l’opinione corrente: per esempio credo che Piccole donne sia un libro bigotto in cui non c’è traccia di protofemminismo e trovo sospetto, per quanto avvincente, I ragazzi della via Pál, considerato che la guerra simulata rappresentata nel libro pochi anni dopo sarebbe stata sostituita da ben altra guerra nella quale quegli stessi ragazzi sarebbero stati massacrati.

Mi sono quindi avvicinato a Cuore con più di una reticenza, tanto più che ne ricordavo una serie di proposte critiche di reinterpretazione in chiave di capovolgimento: tentativi di affermare che il personaggio più simpatico e l’antieroe sia Franti, per esempio, accompagnati magari da una certa derisione nei confronti dei personaggi positivi, oh quanto positivi, come Garrone o Derossi, che facilmente si possono far passare come insulsi.

In realtà, devo dire che ho trovato Cuore un libro molto interessante e perfino piacevole e, certamente, un libro che non si presta a questi tentativi di capovolgimento, se non a prezzo di forzature interpretative inaccettabili: De Amicis è un grande bozzettista – ricordo di averne letto buona parte del Viaggio a Costantinopoli, dove la caratteristica era già evidente – e i suoi personaggi questo sono; non stereotipi, perché sono approfonditi e hanno una loro psicologia, ma certamente dei tipi ben definiti, con una loro identità riconoscibile anche dopo pochi tratti; in questo senso Franti è un serpente e non c’è nessun modo di reinterpretarlo, così come Garrone e Derossi sono eroi positivi e solari non possono  essere demitizzati non più di quanto possa esserlo Aragorn, per dire.

La cosa interessante, casomai, è che De Amicis riesce a creare questi suoi tipi senza che nel romanzo accada niente: non c’è, intendo dire, alcuna trama di lunga portata, alcuna avventura o cerca – reale o metaforica – che regga l’intera vicenda; se Cuore fosse un serial sarebbe come Friends, o Saranno famosi, con una narrazione quasi totalmente verticale (ogni puntata a sé, in questo caso una delle pagine del diario di Enrico), con pochissimo sviluppo orizzontale. In un’epoca che nei libri per ragazzi conosceva già la grande avventura è un scelta stilistica credo notevole e peraltro molto riuscita.

L’altro elemento notevole è il registro patetico efficacissimo. Credo che sia quello che, a distanza di tempo, o quando il libro è letto con distacco critico, infastidisca: i buoni sentimenti abbondano, le ramanzine ben intenzionate, gli ammaestramenti alla virtù morale e civica. Sono onnipresenti: rendono Cuore una specie di grande catechismo nazionale. Ma il problema è che se si legge il libro non per farne la recensione, ma per farlo parlare davvero, oppure distrattamente e senza difese come è capitato a me, stravaccato su una sedia di aeroporto, allora non si può non sentire subito scendere la lacrimuccia: a me è capitato alla fine di pagina otto, secondo giorno di scuola, e direi che non c’è male. E dopo è un profluvio: episodi patetici e commoventi si susseguono senza sosta, incessantemente. Sarebbe facile ironizzare, ma piuttosto si dovrebbe rimanere ammirati della abilità di De Amicis, il quale tira fuori un bozzetto dopo l’altro e tutti sono strappacuore.

È certo aiutato, in questo, dall’avere a disposizione un cast interminabile: una ventina di scolari, genitori, fratelli e sorelle, i maestri e le maestre – quando gli serve portare in primo piano qualcuno, per l’effetto patetico che cerca, in questa marea di tipi già pronti c’è sempre quel che gli serve, però è lui che si è preparato accuratamente gli strumenti di cui ha bisogno. Per molti aspetti leggendo mi sono detto che un moderno sceneggiatore di serial dovrebbe leggersi Cuore: ogni puntata una situazione commovente da dare in pasto al pubblico, e non sono mai uguali (ci sono almeno quattro variazioni sul tema di visita a un malato, tre su io e il mio maestro, e più volte disgrazie, cerimonie pubbliche, processioni, e però ogni episodio è diverso dagli altri.

Cuore è una macchina perfetta, una macchina che produce patetico, una macchina del pianto (e, d’altra parte, produce poco altro: per esempio si presterebbe a produrre epicità – ci sono diversi episodi di eroismo – e invece si rifugge: torna sempre il patetico). E quindi ho pianto molto, leggendolo. Nelle pause, mi sono molto interrogato – e spesso meravigliato – per i cenni di testimonianza della cultura materiale dell’epoca che il libro inavvertitamente, fornisce. Per esempio, osserva Enrico il primo giorno di scuola, nella sua classe sono in cinquantaquattro. Cin-quan-ta-quat-tro.

Per esempio, si muore moltissimo: i bambini vanno via come foglie, e sono sempre lì lì a rischio, ma in generale la morte per malattia, o stenti, è una presenza ben definita e, diciamo, quotidiana. E, in generale, è stridente la povertà generale: non nel senso che non ci siano evidenti ricchezze fra ricchi e poveri, ma nel senso che anche i ricchi tutto sommato godono di comfort, considerati gli standard moderni, estremamente limitati (e figuratevi quindi i poveri veri).

Detto questo, che giudizio, diciamo politico, dare su Cuore? In parte dipende esattamente dare alle notazioni di cultura materiale che il libro contiene: perché descrive una scuola sostanzialmente interclassista – e induce a riflettere su quanto l’introduzione dell’obbligo formativo per tutti sia stato rivoluzionario, in Italia: non solo perché ha alfabetizzato per la prima volta larghi strati della popolazione, ma anche perché l’unicità della scuola pubblica ha messo insieme, almeno in parte, bambini – e le loro famiglie – appartenenti a classi sociali differenti. De Amicis non è egualitario: ho sobbalzato, a un certo punto, quando il padre di Enrico gli dice che la società è come l’esercito: Enrico, Derossi e gli altri signorini saranno gli ufficiali, Garrone, Crosetti e così via, i soldati. Bontà sua, il padre aggiunge che, come nell’esercito, il valore non dipende dal grado, ma la visione gerarchica della società è molto evidente.

E però c’è nel libro una chiara istanza di progresso, di promozione sociale, che non può essere ignorata: in una ricomposizione non solo sociale ma nazionale, tra l’altro, in una famiglia ben regolata in cui si è sempre figli di qualcun altro: dei genitori, dei maestri, o del Re; e però, come in una famiglia, figli amati, onorati e e accuditi – a condizione, beninteso, che si faccia il proprio dovere. Se si ritiene che fosse realmente esistente questa scuola nella quale le dame e le popolane discutono paritariamente fuori di scuola di quanto fosse difficile l’ultimo esercizio di matematica, o nella quale il padre di Nobis si ritiene onorato di stringere la mano al padre operaio di un compagno del figlio, allora si apprezzerà l’illusione progressista che permea Cuore; se, al contrario, si ritiene che le scuole dell’epoca non fossero così permeate di buoni sentimenti, si riterrà il libro una menzogna capitalista concepita per illudere i lavoratori che le catene sociali della borghesia si potessero allentare; devo dire, io propendo per la buona fede di De Amicis – che non vuol dire che avesse ragione, naturalmente.

C’è però un altro giudizio sul quale mi sono interrogato. Circa dieci anni dopo che Enrico Bottini terminava il suo diario scolastico, un altro gruppo di ragazzi, in un’altra nazione, viveva le proprie avventure in collegio: sono gli adolescenti libertari di Stalky & C. di Kipling. Che cosa avrebbero pensato, mi sono chiesto, Stalky, M’Turk o Beetle se gli fosse capitato per le mani il libro Cuore? Lo avrebbero considerato con il disprezzo e la derisione che dedicano alle avventure scolastiche di Eric, e avrebbero riso dei moniti morali che Cuore contiene? Beh, certo avrebbero preferito leggere Il conte di Montecristo: però credo che anche a loro, cuori induriti che erano, i racconti di eroismo e buone azioni dei ragazzi protagonisti li avrebbero debitamente colpiti, e nella galleria di ragazzi della Sezione di Enrico Bottini avrebbero riconosciuto, senza dubbio, buna parte dei propri compagni. E se un libro dovesse piacere a Stalky, M’Turk e Beetle, chi potrei mai essere io, per avere un giudizio diverso?

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