Dilemmi etico-militari

Ho trovato su The New Republic un interessantissimo articolo sulla nuova configurazione del complesso militare-industriale negli Stati Uniti, cioè l’ingresso prepotente nel settore dell’industria informatica. L’articolo ha una tesi etica che trovo di una ingenuità sconfortante, cioè non è che non la condivida, è che fa appello a sentimenti che ogni capitano d’industria dimentica dopo il primo miliardo di fatturato e comunque dimostra di credere alla fuffa di buoni sentimenti proposti dalle start up digitali che il telefilm Silicon Valley mette così correttamente alla berlina; anche con questo limite, è una lettura che mi sembra molto utile.

L’articolo originale è stato pubblicato il 7 agosto 2018. Ho tenuto i link originali, anche se puntano a testi in inglese. Hop preferito tenere invariata l’espressione cloud computing perché l’alternativa italiana “nuvola informatica” non mi piaceva granché, e “servizi informativi condivisi e delocalizzati” era troppo lunga. L’immagine di commento proviene da Il gioco di Ender.

Il dilemma militare dei tecnologhi

Il ruolo crescente della Silicon Valley nell’eterna guerra dell’America

Di Jacob Silverman*

Il 3 aprile, il Presidente Donald Trump ha partecipato a una cena riservata insieme ad alcuni stretti collaboratori, compreso Peter Thiel, il suo più leale sostenitore nella Silicon Valley. Thiel aveva portato con sé Safra Catz, co-amministratore delegato di Oracle, per discutere un appalto da 10 miliardi di dollari del Dipartimento della Difesa per costruire la Joint Enterprise Defense Infrastructure, o JEDI, una piattaforma di cloud computing che alla lunga gestirà gran parte della infrastruttura digitale del Pentagono – dalla conservazione dei dati all’analisi delle immagini alla traduzione delle intercettazioni telefoniche. Secondo Bloomberg News Catz si è mostrato critico al progetto del Dipartimento di assegnare l’intero contratto Jedi a una singola organizzazione, piuttosto che suddividerlo fra diversi concessionari. OracleMicrosoft e la IBM stanno tutti facendo offerte ma Amazon, ha fatto osservare Catz, con il suo enorme settore di servizi cloud ha un vantaggio eccessivo (Trump, in un raro sfoggio di moderazione, a quanto psi dice ha dichiarato di voler garantire una competizione equilibrata ma non si è spinto oltre).

Lo JEDI gioca un ruolo importante nella strategia del Pentagono volta ad assicurarsi che l sue capacità di condurre operazioni militari tenga il passo dei cambiamenti tecnologici e Amazon è probabilmente la meglio posizionata nel gestirlo. La divisione di servizi web della società (AWS), fondata ufficialmente nel 2006, è sorta da un progetto concepito da due dipendenti, Benjamin Black e Chris Pinkham, che intendevano usare le crescenti risorse di Amazon per fornire una infrastruttura tecnologica a coloro che ne avessero bisogno – che fossero negoziati che vendevano le loro merci tramite la piattaforma di Amazon o qualcuno che volesse fondare una nuova azienda. IL prodotto iniziale, chiamato EC2, ha aiutato Amazon a lanciare un’industria totalmente nuova, genericamente chiamata cloud computing ma che comprende un’ampia gamma di servizi, compresa l’archiviazione di dati, analisi statistiche, machine learning e altri strumenti. Mentre il tanto vantato servizio di vendita di Amazon ha frequentemente chiuso in perdita nell’arco dell’ultimo decennio, AWS è stata una delle sue divisioni più affidabili dal punto di vista dei guadagni, portando a casa 5,4 miliardi di ricavi nel primo trimestre del 2018.

MicrosoftGoogle e altri hanno tutti alla fine avviato le proprie divisioni di cloud computing. Ma come dimostra la competizione sullo JEDI il desiderio di sfidare AWS ha condotto le principali aziende tecnologiche nel settore della sicurezza nazionale, con la promessa di analizzare le immagini che guidano gli attacchi coi droni e di gestire le reti di comunicazione per i soldati che combattono nel Medio Oriente o nel Nord Africa. Man mano che queste aziende si posizionano verso le commesse militari, le loro pretese riguardanti il ruolo benefico che la tecnologia può giocare nella società moderna – già danneggiate da scandali che vanno dallo sfruttamento della forza lavoro di Uber ai fallimenti elettorali di Facebook – si stanno scontrando frontalmente con la realtà della ricerca del profitto che le spinge.

In realtà, governo e industria tecnologica hanno sempre collaborato. Alcune aziende, come la IBM, hanno relazioni con le forze armate che datano fino alla II Guerra Mondiale. Lo sviluppo della prima Internet deve molto alle risrose fornite dalla divisione di ricerca avanzata del  Pentagono, una agenzia fondata nel 1958 per contrastare l’espansione sovietica nello spazio. Più tardi, durante la Guerra Fredda, i microprocessori sviluppati da pionieri del settore come la Fairchild Semiconductors finirono per essere impiegati nei missili balistici. Anche l’affermarsi della Università di Stanford come una potenza nel campo dell’ingegneria e degli affari si è basata fortemente su milioni di dollari di fondi governativi per la ricerca tecnologica avanzata (una relazione che divenne controversa durante la Guerra del Vietnam).

Più recentemente, la fuga di notizie di Edward Snowden del 2013 ha rivelato la cmplicità dell’industria tecnologica nel piano di sorveglianza globale della National Security Agency. Le principali aziende si erano adeguate – e tratto profitto – alle domande del governo in merito alla raccolta non autorizzata di dati. In un dettaglio rivelatore raccontato da Snowden gli americani hanno scoperto che anche mentre laNSA stava stringendo patti segreti con le aziende per accedere ai dati degli utenti, gli agenti segreti stavano hackerando quelle stesse società e raccogliendo dati privati.

Con l’eccezione di alcune significative opposizioni in tribunale a richieste di sequestro da parte del governo, la fuga di notizie di Snowden ha fatto poco per cambiare la stretta relazione dell’industria con la struttura militare. Dirigenti della Silicon Valley come Eric Schmidt siedono ancora nei comitati di esperti del Pentagono e Jeff Bezos di Amazon ospita Capi di Stato strategicamente importanti come il Principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Nonostante l’umiliazione rituale di Mark Zuckerberg davanti a una commissione del Congresso nella scorsa primavera, la posizione quasi-governativa di queste società rimane evidente.

Prendete Palantir, forse la più paradigmatica società tecnologica di quest’epoca, se non anche la più controversa. Fondata nel 2004 da Peter Thiel – l’ospite alla cena di Trump, cofondatore di PayPal, componente del consiglio di amministrazione di Facebook, e assassino di Gawker Media – Palantir organizza e setaccia ampie quantità di dati per clienti aziendali e governativi, particolarmente degli ambienti della difesa e della intelligence. Considerata una delle startup a proprietà privata di maggior valore del paese, PAlantir è stata inizialmente finanziata in parte da In-Q-Tel, il braccio della CIA dedicato agli investimenti d’affari. Il suo pedigree governativo ha garantito che i suoi prodotti siano popolari allo stesso modo a Washington come a Kabul, dove sono utilizzati per tenere traccia delle posizioni degli ordigni esplosivi degli attentati.

La lucrativa attività aziendale negli appalti governativi di Palantir è forse più esplicita di quella di altri giganti tecnologici, ma è lungi dall’essere una stranezza. Amazon, la cui divisione AWS fornisce l’infrastruttura digitale per qualunque cosa dalla NASA Netflix, è già il fornitore ufficiale di cloud computing della CIA. Anche prima di entrare in competizione per JEDI, la società forniva servizi similari per il Dipartimento della Difesa e per altre agenzie governative come subappaltatore. I sistemi operativi di Microsoft fanno funzionare milioni di apparecchi del Dipartimento della Difesa; nel 2016 ha guadagnato 927 milioni di dollari in forniture di tecnologia dell’informazione e consulenze per il Dipartimento, e in maggio ha annunciato un accordo per fornire il suo servizio cloud Azure Government alle diciassette agenzie di spionaggio degli Stai Uniti. Questa primavera più di tremila dipendenti di Google hanno firmato una lettera di protesta, e circa una dozzina si sono dimessi, per la partecipazione dell’azienda al Project Maven, che fornisce tecnologia per l’analisi delle immagini utilizzata in attacchi coi droni per l’Air Force (Google ha annunciato che il contratto non sarà rinnovato).

Nel frattempo, Amazon è stata messa sotto al lente di ingrandimento per la sua continua marcia verso il monopolio, ma in realtà il futuro dell’azienda poggia ora almeno tanto nel mettere al sicuro i dati top secret della CIA quanto nel consegnare a casa prodotti alimentari – un ampliamento spettacolare del suo campo d’azione, che dovrebbe sollevare domande se la quota di mercato di Amazon compri in questo settore lo stesso potere rispetto al governo federale di quanto ne procuri nel mercato al dettaglio.

Non dovrebbe stupire che il governo, da parte sua, cerchi di procurarsi i dati e le competenze delle gradni aziende tecnologiche (l’ex Segretario alla Difesa Ashton Carter teneva regolari riunioni con i VIP della Silicon Valley quando faceva parte dell’amministrazione Obama). Solo le grandi aziende hanno la capacità di costruire e gestire i database sicuri e le sofisticate reti di computer di cui le burocrazie governative necessitano per operare. E queste aziende, che raccolgono una tale quantità di dati degli utenti, sono bersagli allettanti per le agenzie di informazione che cercano di espandere il campo della loro sorveglianza globale; la NSA e altri vogliono gli stessi dati che le aziende raccolgono nel normale corso della loro attività. Ma questo non vuol dire che le aziende tecnologiche sono obbligate a rispondere al richiamo della cooperazione governativa, né che si debbano precipitare volontariamente nel settore della difesa.

Molto è cambiato da quando i primi legami fra governo e aziende tecnologiche furono forgiati durante la II Guerra Mondiale. Oggi i giganti tecnologici hanno immensa influenza su ogni cosa, dai mezzi di comunicazione sociale alle recensioni dei ristoranti, dai veicoli a guida autonoma alla gestioned ella salute. Essi sono alcune delle aziende dell’America di maggior valore, e spesso più ammirate, con interessi profondamente intrecciati con l’economia globale. E sebbene contratti come JEDI possano comprendere una quota crescente dei loro profitti, il governo probabilmente ha più bisogno delle aziende tecnologiche più di quanto esse abbiano bisogno del governo. Poiché il Dipartimento della Difesa si affida così profondamente ai loro strumenti esse potrebbero, in teoria, opporsi a richieste invasive di accesso ai dati. Hanno il potere, e le obbligazioni etiche, di aiutare a decidere che tipo di paese gli Stati Uniti debbano essere.

Questo, in conclusione, è perché la lotta per il contratto JEDI rappreswenta qualcosa di più grande dei margini di profitto o delle quotazioni delle azioni delle aziende della Silicon Valley: è uno spartiacque nel quale le aziende tecnologiche saranno costrette a scegliere se possono coerentemente continuare a predicare i valori di una innovazione ispirata a un pensiero liberale e dell’indipendenza dai governi mentre li servono come collaboratori ben pagati e obbedienti. Può essere irrealistico aspettarci che grandi aziende volte alla ricerca del profitto – il Negozio che Vende di Tutto esiste per creare consumatori fedeli, dopo tutto – rinuncino a contratti che sono contemporaneamente incredibilmente remunerativi e procurano anche un’influenza smodata sulle stesse entità che hanno il potere di regolamentarle. Ma è giusto aspettarsi che queste aziende si comportino secondo i requisiti etici ai quali così orgogliosamente dichiarano di attenersi. Negli anni recenti i giganti tecnologici monopolistici hanno mietuto guadagni fantastici in termini di efficienza e riduzione dei costi, spesso a spese della privacy individuale e dei diritti dei lavoratori. Aggiungere arricchiti con la guerra a questo elenco potrebbe solo ulteriormente sminuire una industria che, con parti uguali di ingenuità e protervia, ha così spesso sbagliato nel provare a fare il bene.

Jacob Silverman è l’autore di Terms of Service: Social Media and the Price of Constant Connection.

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