Castle quinta stagione

Castle è da un paio d’anni una delle mie serie televisive preferite e aspettavo con curiosità l’inizio della nuova stagione.

ATTENZIONE: io seguo le uscite americane, che sono un anno avanti rispetto alla versione italiana. Il che vuol dire che Castle e Beckett sono già morti e seguiamo adesso Alexis che, con l’improbabile aiuto di Martha, è alla caccia degli assassini e contemporaneamente ha una relazione di sesso sfrenato con Esposito.

Pauuuura, eh?! Tranquilli, non è successo niente di tutto questo, però se non amate le anticipazioni e ci tenete a non sapere niente di quel che veramente è capitato ai personaggi non leggete oltre.

Castle è l’ultima di una nobile schiera di serie poliziesche che mescolano sapientemente la tensione sessuale fra i due investigatori (si metteranno insieme oppure no?) e il rovesciamento di ruoli: in Remington Steele un’investigatrice che nessuno assume in quanto donna  (siamo negli anni ’80) è costretta ad usare un figurante (Pierce Brosnan) perché interpreti il ruolo del detective canonico che i clienti si aspettano di incontrare; in Moonlightining un’altra icona della durezza maschile come Bruce Willis si ritrova costretto ad accettare come partner Cybill Shepherd, che oltretutto ha in mano la proprietà dell’agenzia.

Sono, non a caso, serie degli anni ’80, ed esplorano il nuovo protagonismo femminile con un po’ di reticenza: in fondo in fondo il lato sentimentale tiene anche una parte del pubblico in bilico a chiedersi se e quando il paradosso della donna al comando sarà sciolto con il ristabilimento dei ruoli tradizionali. È un sottofondo un po’ sgradevole della messa in scena, che sembra suggerire che alla fine, dopotutto, se l’uomo riuscirà a superare le difese della sua partner professionale e a portarsela a letto (o, come in Scarecrow and Mrs. Smith con Kate Jackson improbabile casalinga della CIA, più convenzionalmente a sposarla) un po’ di sano trattamento maschile ricondurrà la donna nell’alveo dei ruoli tradizionali. Se non ci credete, sappiate che la fonte dichiarata di ispirazione di Moonlightning è la Bisbetica domata di Shakespeare.

Il che non toglie niente alla qualità artistica di queste serie, che sono tutte dei classici, ma dice di una contraddizione interna: risolvere la tensione fra i protagonisti, che sia col sesso più o meno occasionale o con una relazione stabile, può uccidere la storia: niente più tensione sessuale, niente più sofferenza maschile per l’usurpazione dei ruoli… rischia di rimanere abbastanza poco: non a caso in Remington Steele esaurito il motore principale gli sceneggiatori hanno dovuto far ricorso a un artificio macchinoso come l’introduzione di un altro corteggiatore della Zimbalist – ma il triangolo amoroso e la rivalità maschile per la stessa donna relega ulteriormente la protagonista femminile, che dopotutto dà il nome alla serie, ai margini e indebolisce definitivamente la storia.

Però Castle per fortuna non è degli anni ’80 ma del ventunesimo secolo, e ha alcune carte in più da giocare. Intanto approfitta di una maggiore mobilità sociale delle relazioni: sia Castle che Beckett hanno altri partner più o meno stabili – anche se Castle è spesso ripreso a letto con le sue donne mentre ai rapporti di Beckett, seppure meno angelicata delle investigatrici degli anni ’80, si allude sempre senza metterli mai in scena. E poi Castle non è, per niente, un archetipo maschile duro e puro, macho, o meglio, se è un archetipo maschile è l’eterno bambino, e questo permette di mettere in scena altri aspetti delle interazioni fra i due e una relazione più mobile e interessante… e di rallentare ulteriormente il momento risolutivo in cui, come ho trovato scritto su un sito americano, Castle e Beckett will do the deed (‘sti americani, puritani fino all’eccesso).

D’altra parte la storia raccontata nella serie non è quella del 12° Distretto, cui appartiene Beckett, né quella dei casi che i due risolvono, e nemmeno la lunga sottotrama su chi ha ucciso la madre di Beckett (una sottotrama forse divenuta ingombrante anche oltre le intenzioni degli sceneggiatori), ma la storia dell’amore fra Kate e Richard, e quindi se gli sceneggiatori vogliono mantenere il racconto vivo, questa storia deve fare dei passi avanti.

Il passo definitivo, dopo molti volteggiamenti, era avvenuto alla fine della terza stagione, quando Castle dichiara a una Beckett sul punto di morire che la ama. Tutta la quarta stagione è stata dedicata a una lunga pedalata all’indietro degli sceneggiatori, dapprima con una scusa incredibilmente bolsa (Beckett avrebbe perso conoscenza e quindi non ricorda quel che le ha detto Castle), quindi con una intelligente trasformazione della scusa bolsa in un artificio narrativo interessante – Beckett dice di non ricordare, ma in realtà ricorda solo che non vuole compromettersi – e infine con un buon rovesciamento – Rick sa che Beckett si ricorda, Beckett non sa che Castle ha saputo, Castle non le perdona di aver fatto finta di niente – che costruiva bene la tensione narrativa verso il finale di stagione. Finale di stagione in cui i due finalmente finiscono a letto (non a caso, in perfetto stile anni ’80, dopo che Beckett è spogliata del suo ruolo, della sua sicurezza e capacità di agire ed è ridotta al ruolo di “donna e basta” – perlomeno è lei che si dà e non è Castle che la prende).

Tutte le serie degli anni ’80 sono fallite dopo che i due protagonisti sono andati a letto insieme. Riusciranno gli sceneggiatori di Castle a evitare la stessa sorte? Hmmm. A giudicare dalla prima puntata della nuova stagione forse sì. Per il momento usano un artificio un po’ banale – Castle e Beckett non vogliono che si sappia della loro storia – che permette di mettere in fila una serie di gag che in parte possono sostituire altre legate al corteggiamento, ormai superate. Soprattutto hanno fatto un discreto lavoro di reboot della sottotrama principale, impostando la possibilità o di metterla da parte o di renderla più interessante. E soprattutto hanno la possibilità di evidenziare una cosa che man mano è emersa nelle due ultime stagioni: Castle e Beckett non sono due manichini, destinati a interpretare gli archetipi della bisbetica e del domatore, per usare i riferimenti di Moonlightning, ma sono due personaggi veri e (relativamente, per quanto consente una serie televisiva) dotati di profondità, e quindi la relazione fra loro può essere interessante anche se cambia la prospettiva attraverso la quale viene raccontata.

Dalla prima puntata ho l’impressione che gli sceneggiatori ne siano consapevoli: spero di non sbagliarmi…

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