Master & Commander – il film

Frugando nell’hard disk ho trovato una vecchia recensione di Master & Commander del gennaio 2004. Siccome ho intenzione di rileggere la serie dei romanzi, comincio con il ripostare questi appunti, che tutto sommato mi convincono ancora.

«Devo ammettere in partenza di essere un appassionato dei romanzi di O’Brian. Ho letto tutti quelli pubblicati in Italia, ed alcuni anche più volte. Mi sono perciò recato a vedere Master & Commander con lo stesso spirito con cui alcuni, magari, sono andati a vedere il Signore degli Anelli; con l’ambizione di “vedere” ciò che si era sempre dovuto immaginare.

Alla fine ero molto perplesso, all’uscita del cinema, epperò non in quanto lettore del romanzo, ma proprio come spettatore “puro”. Complessivamente il film di Weir mi è sembrato, in una parola, soprattutto irrisolto. Come se il regista, alle prese con un materiale narrativo sovrabbondante, non sia riuscito a risolversi a mettere o togliere. Certo, togliere non poteva senza impoverirsi fatalmente. Ma anche mettere altro doveva risultare difficile, se già così il film va oltre le due ore. Ed è rimasto in una posizione di compromesso. È un peccato, perché la soluzione gli era offerta direttamente da O’Brian, ed era quella di accettare consapevolmente di scegliere lo sguardo di un personaggio (c’era Maturin bell’e pronto, ma poteva essere chiunque, compreso lo stesso Jack Aubrey) e di usarlo come un Virgilio che accompagnasse lo spettatore nel percorso. Così il film sarebbe stato indimenticabile. Invece rimane molto bello, ma non magnifico.

Certo, sull’altro versante il film ha fra i suoi punti di forza la coralità. Una coralità in cui Crowe fa il mattatore benissimo, purtroppo però disegnando il personaggio di Aubrey in maniera troppo simile al Valerio Massimo del Gladiatore (può essere un pregiudizio, lo ammetto)».

Fin qui la recensione: a distanza (ma dovrei rivederlo, il film) rafforzerei il discorso della coralità e la qualità dei comprimari… forse proprio Aubrey e Maturin sono le interpretazioni più deboli, soprattutto Maturin, così diverso dalla descrizione di O’Brian – Crowe fa di Aubrey un simpatico pirata, ma la sua interpretazione è convincente.

Aggiungo una citazione, imperdibile, di Samuel Johnson:

No man will be a sailor who has contrivance enough to get himself into a jail: for being in a ship is being in a jail, with the chance of  being drowned… A man in a jail has more room, better food, and commonly better company.

(nessuno farà il marinaio se avrà la possibilità di farsi rinchiudere in prigione: perché essere imbarcato è come stare in prigione, con l’eventualità di affogare… un uomo in prigione ha più spazio, cibo migliore e di solito miglior compagnia).

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