L’indipendentismo dell’edicolante

Sabato mi sono fermato a prendere i giornali all’edicola. L’edicolante ha fatto l’abbonamento, perché si fida di Cellino e non crede che il Cagliari giocherà più a Trieste. L’edicolante andrà a vedere la Roma. L’edicolante sa che ci sarà una nuova riunione e, vedrete, autorizzeranno il pubblico a entrare. Vedrete.

Domenica mi fermo a prendere i giornali all’edicola. Radio Facebook mi ha già avvisato che Cellino ha perso il braccio di ferro e la partita con la Roma è rinviata. Da buon cagliaritano coltivo il gusto dello sfottò, e chiedo all’edicolante: «Allora… va allo stadio, oggi?».

L’edicolante è furente. «Solo noi sardi non possiamo andare allo stadio in pace». Come, solo noi sardi? «Solo noi sardi non possiamo avere lo stadio vicino alle case, solo noi sardi loro credono che se andiamo allo stadio senza le misure di sicurezza chissà cosa succede, come se fossimo incivili… solo noi sardi…».

Maria Bonaria, che come tutti sanno la sa molto più lunga di me, vorrebbe tagliar corto e andare via. Mia mamma, invece, che è amante dell’ordine e della legalità, ci tiene a precisare: regole, normative…

L’edicolante può calare il suo asso: «E comunque Cellino andrebbe premiato: è l’unico imprenditore che investe in Sardegna. Anche a Quartu ha dato un sacco di lavoro alla gente con la ristrutturazione dello stadio».

Ora, questo non è un articolo su Cellino e il Cagliari. È un articolo sulla Sardegna, sull’espressione solo noi sardi.

Diciamocelo: è un’espressione qualunquista. Echeggia quelle sparate tipo: solo noi [inserire categoria lavorativa] paghiamo le tasse, solo noi non possiamo goderci le ferie, solo noi… solo noi… solo noi… Nella storia politica italiana il trucco retorico assume la forma del mito del “paese anormale” (come nel libro di D’alema, Un paese normale): solo da noi in Italia poteva esserci Berlusconi, solo da noi può capitare questo e quello, mentre negli altri paesi, lì, eeeh, lì è un’altra cosa: normalmente non è vero. Normalmente non è vero, ma il qualunquismo è una conveniente cortina fumogena dietro la quale nascondere nomi, volti e interessi molto concreti.

In Sardegna spesso la forma particolare di questi artifici retorici si colora di vittimismo e diventa demagogia tout court. Noi sardi siamo sfigati ed oppressi e a noi si impongono cose che a nessun altro nel mondo si impongono (come, parrebbe in questo caso, chiedere il rispetto delle leggi).

Anche qui è, evidentemente, una cortina di fumo o un tappeto sotto il quale, convenientemente, si possono spazzare parecchie cose che è meglio non lasciare in vista.

Nel caso specifico, è anche un demagogismo straccione: l’accoppiata con la stima per il padrone che dà lavoro e a cui perciò si deve permettere tutto era perfetta, sembrava inventata.

La domanda che mi pongo è: c’è una relazione fra l’uso di questo tipo di ragionamenti, così diffuso che anche l’edicolante coglie la palla al balzo (e prima di lui Cellino, ovviamente, il quale oggi dichiara di avere voluto “difendere i sardi”) e la comunicazione politica dei movimenti indipendentisti (e autonomisti)? E lo scippo del tema identitario per gestire perfino le vicende di una partita di pallone indicano un deficit politico dell’azione politica indipendentista?

Secondo me, si. Ma in tutte le bozze dell’articolo proseguendo nel ragionamento diventavo sentenzioso, e non il vostro amichevole vagabondo del pensiero. Perciò preferisco fermarmi qui: magari dopo qualche commento troverò le parole giuste.

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5 pensieri riguardo “L’indipendentismo dell’edicolante

  • 07/10/2012 in 03:46
    Permalink

    In Sardegna, ma probabilmente anche in altre parti d’Italia, è difficile parlare di politica, problemi e soluzioni in maniera esaustiva o quantomeno illuminante. In una seria chiacchierata lo scopo non è avere ragione, anche se perorare la propria causa è doveroso, ma capire e reagire.
    Tantissime volte, più di quante mi piacerebbe, le persone non vogliono pensare, capire e reagire. Preferiscono lamentarsi, chiudersi a riccio ed attendere il salvatore da lapidare 2 momenti dopo.
    E’ emblematico che CHIUNQUE si esponga con un gesto di denuncia delle cose, dopo un iniziale apprezzamento, viene lapidato come doppiogiochista, lecchino del politico di turno o qualunque altra storia inventata.
    Credo che moltissime persone siano terrorizzate dal prendere una posizione solida, cosciente e coerente. E’ molto più semplice dare aria alla bocca in definizioni insensate (volutamente?), generaliste e qualunquiste, piuttosto che lottare per un’idea, ideale o stato sociale.

    Risposta
  • 10/04/2013 in 16:38
    Permalink

    A vedere il bicchiere mezzo vuoto le tue perplessità sul modo di essere indipendentisti oggi le condivido, moderatamente ma le condivido. Ma a me piace vedere e pensare il bicchiere mezzo pieno, nella prospettiva che questo bicchiere possa riempirsi fino all’orlo.
    Oggi è di moda l’indipendentismo, ne si parla in tutti i luoghi, pubblici o privati che siano, addirittura se ne parla in Consiglio Regionale (!), si potrebbe pensare che questa parola, indipendentismo, un tempo proibita e temuta anche da chi la pronunciava, sia stata sdoganata. Ma è proprio così?
    Il bicchiere mezzo vuoto mi farebbe credere invece che di questa parola se ne abusi, la si violenti, che la si pronunci senza capirne realmente il significato più profondo, più vero.
    La declinazione più diffusa della parola indipendentismo va troppo spesso nelle corde della disperazione, della rabbia e, peggio ancora, della frustrazione; è evidente l’uso che se ne fa mentre ci si lamenta e nel dire che tutto ci è negato e niente ci è concesso, relegando noi stessi,anche con autocompiacimento, al ruolo delle vittime sacrificali per il bene dello Stato Italiano.
    Davvero però, non me la sento, nella mia coscienza, di utilizzare parole troppo dure o troppo critiche a questo modo di fare, peraltro consolidato da più di sessant’anni: il vittimismo è ciò che ci hanno lasciato, quasi un unica possibilità. La deresponsabilizzazione di una classe politica sarda consolidata in sessant’anni di autonomia male intesa ci ha lasciato questa eredità.
    E come biasimare la vittima?
    La Sardegna è abbandonata a se stessa.
    Una terra occupata da multinazionali e servitù militari che fanno scempio della nostra terra, piani di rinascita industriali che hanno distrutto il tessuto sociale di interi territori di millenarie culture e tradizioni. Una terra svenduta a straccu barattu a imprenditori senza scrupoli che non si sono nemmeno degnati di creare occupazione nel territorio.
    Vogliamo parlare di strade e ferrovie? Infrastrutture obsolete, infiniti cantieri nell’arteria più importante dell’isola che giorno dopo giorno si trasforma in una selva di croci di morte.
    Continuità territoriale inesistente quasi come se anche questo stato non ci volesse proprio, trasporti navali che a tutti creano benefici tranne che ai sardi che li utilizzano.
    Abbiamo il sole e il vento eppure non ne traiamo alcun beneficio, abbiamo le infrastrutture energetiche di qualsiasi tipo di energia, alternativa e non, più avanzate eppure a noi ci restano solo le briciole, ci espropriano i terreni per costruirle e poi abbiamo le bollette più care d’Italia.
    Sul fronte della fiscalità pensiamo di poter stare bene con un Italia così attenta al prelievo, ma neanche per idea! noi siamo distrattissimi. Diamo tutto ciò che sono i nostri tributi a Roma e non ci tornano che le briciole e in più accettiamo un patto di stabilità iniquo che non ci permette di spendere quei pochi soldi che riusciamo ad ottenere per il bene della nostra collettività.
    Imprese indebitate e in crisi, attività commerciali che chiudono: in Sardegna a fronte di un debito delle imprese verso le casse statali di 4 mld e mezzo di euro esse godono (soffrono) di un credito di quasi il doppio da parte degli enti statali: disoccupazione alle stelle ed emigrazioni di massa, la Sardegna si impoverisce demograficamente in maniera esponenziale ogni anno che passa.
    In effetti Roberto, le ragioni per fare le vittime ci sono eccome e se poi non permettono a “un cittadino sardo che lavora per il bene della Sardegna” di realizzare il suo stadio beh … la misura è colma (sic!)
    … ma il mio bicchiere resta sempre mezzo vuoto.
    Io non ho paura di pronunciare questa parola, indipendentismo, ma la declino con la speranza, con il lavoro fruttuoso non solo per me di trovare risposte concrete e realizzabili, con la voglia di prendermi le mie responsabilità e non perchè sto male.
    Sono anche io convinto che la Sardegna sia una colonia dell’Italia, ma sono maggiormente convinto che la responsabilità di questo non sia solo l’Italia ma di tutti quelli che non si sono mai voluti assumere la responsabilità di fare il bene della propria terra e dei propri cittadini e anzi rendendo e ottimizzando al limite del cinismo questo stato di precarietà utile per i loro interessi personali o di partito. Non solo ci hanno colonizzati ma adesso ci stiamo autocolonizzando.
    Per troppo tempo la nostra classe di politici e dirigenti non ha fatto altro che delegare ad altri ciò che era un naturale dovere di assunzione di responsabilità … e così ci hanno abituato … ad essere vittime e a comportarci come tali: lamentandoci sempre e contro qualcuno o qualcosa mai lavorare per qualcuno o qualcosa e men che mai per la Sardegna.
    Ecco, come dico spesso, io sarei indipendentista anche se lo Stato Italiano mi coprisse d’oro, anche se equitalia non mi vessasse in questo modo ignobile, anche se viaggiassi gratis in treno o in nave … io sono indipendentista per amore della mia terra, perchè la rispetto e voglio prendermi cura di essa e di chi la abita.
    Perchè tutto questo deve far parte della responsabilità che abbiamo nei riguardi della nostra cultura, della nostra lingua della nostra economia … insomma del nostro vivere consapevoli che la Sardegna è nostra e di chi vuole il suo bene.

    Risposta
  • Pingback: Io non sono sardo (o meglio: io si, voi non so)

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