Angelica porta più sfiga della signora Fletcher

Sto leggendo a tempo perso i romanzetti della serie di Angelica, di Anne e Serge Golon. Ne avevo letto una buona parte da preadolescente, avendoli trovati nella biblioteca dei nonni (bella preadolescenza e bella biblioteca: prima di Angelica avevo letto i diari dell’ambasciatore francese alla corte degli Zar durante la Prima Guerra Mondiale).

Non ho usato il termine romanzetti a caso, perché è quello che sono: anche fatta la tara alla serialità, alla letteratura popolare, all’intrattenimento e così via restano delle operazioni oggi datatissime, con la loro volontà di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, dibattendosi dentro le pastoie della cultura degli anni ’50 e ’60: Angelica è un prototipo di donna volitiva e indipendente e, almeno in parte, sessualmente liberata, ma è anche iscritta dentro ruoli che più tradizionali non si può: moglie-amante perfetta e, soprattutto, preda di maschi voraci. E, sebbene la gestione della trama sia abile, il passo piacevole, la ricostruzione storica convenzionale ma divertente e la sfilata di personaggi secondari discretamente caratterizzata, l’appello a una certa morbosità di fondo del pubblico è pochissimo mascherata e tende a diventare fastidiosa: certe volte, soprattutto col proseguire delle storie, pare che gli eventi siano disposti per dare il pretesto agli autori di far infilare Angelica nel letto di qualcuno (ah no, pardon: le superfici utilizzate sono le più varie). Una scusa letteraria per un po’ di pornosoft (del resto, onore a chi ha saputo precorrere i tempi: la HBO lo fa ora con maestria e, come il famoso spot satirico, «Non è porno, è HBO»).

Ma non è di questo che voglio parlare, anche perché contrariamente al mio solito li sto leggendo veramente a salti e magari mi sfugge qualcosa. Quello che mi ha colpito è ‘inventiva inesauribile con la quale i coniugi Golon riescono a fornire la versione sentimentale dell’artificio narrativo detto del furto del grisbì.

Il quale funziona così: il lieto fine richiede che al termine del romanzo l’eroe sia soddisfatto, trionfante e felice. Non c’è più nulla da raccontare. Ma questa è letteratura seriale: si deve andare avanti. E quindi all’inizio del romanzo successivo si scopre che l’arcinemico non è morto veramente, il tesoro guadagnato non è poi così prezioso o non può essere speso o semplicemente viene rubato, il titolo nobiliare conseguito ha un altro pretendente, o cose del genere. La versione sentimentale fa sì che lei non abbia veramente superato le sue esitazioni come avevamo creduto, oppure ricompare una vecchia amante di lui, la convivenza non si è rivelata così esaltante come si credeva perché lui lascia la biancheria in giro, oppure lei non ha veramente rinunciato a fare la spogliarellista come aveva promesso.

Siccome quelli di Angelica sono romanzi sentimentali, ma anche morbosetti, anche qui occorre fornire continuamente nuovi amanti e nuove occasioni di peripezie nei quali la contessa rimanga senza abiti. E Anne e Serge Golon scelgono un sistema radicale per far andare avanti la trama: chi va a letto con Angelica deve morire, neanche lei fosse la donna ragno. Neanche fosse Jessica Fletcher, che dove va in giro muore sempre qualcuno. Se non è possibile ammazzarle l’amante sessuale, allora qualche altro uomo deve svanire dalla sua vita: di solito un figlio o un giovane protetto, ma in generale il bacio di Angelica è il bacio della morte.

Battuta da vero nerd: mi chiedo se nei film agli amanti di Angelica abbiano tutti fatto indossare casacche rosse (analogamente, se rifacessero i film, come protagonista maschile vedrei bene Sean Bean).

Non è che poteva morire uno degli altri, no?

Naturalmente (attenzione, spoiler) c’è una importante eccezione: a un certo punto si scopre che uno dei presunti morti, uno dei più importanti, non è davvero morto, e da quel momento in poi rimane sulla scena. Devo dire che da un punto di vista narrativo la riflessione più interessante è che mentre di solito quando l’autore si libera dal meccanismo del furto del grisbì la serie migliora, acquista più respiro o profondità, qui ho l’impressione che peggiori, e che in fondo la tensione fra l’esigenza di Angelica di mantenere la sua integrità e quella dei suoi autori di farla rovesciare brutalmente sul tavolo con una certa periodicità sia più interessante di quella fra la volontà di Angelica di di proteggere la sua felicità ritrovata da una serie di figuri che attentano alla sua famiglia e anche, ça va sans dire, al diritto di suo marito di essere l’unico a usufruire del suo corpo.

È un risultato curioso e, secondo me, interessante da un punto di vista generale in termini di imparare a gestire una narrazione seriale (se tenessi un seminario sull’argomento, Angelica sarebbe un ottimo caso studio). E, nello specifico, dice secondo me che la cifra migliore della serie sta nel suo sapersi accontentare: romanzetti, appunto, onestamente. E più non dimandare.

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