Il trono vuoto dell’Inghilterra

Empty Throne CornwellHo appena finito di leggere l’ultimo romanzo della serie dei “re Sassoni” di Bernard Cornwell, il maestro riconosciuto del romanzo storico fra gli scrittori in attività, con una serie sconfinata di libri (la pagina italiana di Wikipedia gliene attribuisce un paio di dozzine, ma la sua bibliografia in inglese arriva comodamente al doppio); ho parlato di sfuggita di lui in una vecchia puntata di Oggi parliamo di libri.

La saga delle storie sassoni, di Bernard Cornwell

All’interno di questa vasta produzione con il mio amico Andrea Assorgia condivido la passione per questa saga che narra le vicende di Uhtred di Bebbanburg, un guerriero sassone allevato dai vichinghi (presso cui diviene Uhtred Ragnarson, dal nome padre adottivo), pagano, che le vicende della vita pongono al servizio del sogno di Alfredo il Grande di un’Inghilterra unita e cristiana.

I romanzi pubblicati sinora in Italia sono questi:

  1. L’ultimo re (The Last Kingdom, 2004)
  2. Un cavaliere e il suo re (The Pale Horseman, 2007)
  3. I re del Nord (The Lords of the North, 2008)
  4. Il filo della spada (Sword Song, 2009)
  5. Il signore della guerra (The Burning Land, 2009)
  6. La morte dei re (Death of Kings, 2011)
  7. Re senza dio (The Pagan Lord, 2013)

L'ultimo Re CornwellI romanzi migliori della serie sono i primi tre, nei quali Cornwell esplora lo spunto narrativo iniziale ponendo continuamente Uhtred al centro di forze che spingono in direzioni differenti: da una parte lo stile di vita dei Vichinghi, verso i quali sente una maggiore affinità, dall’altra la sua identità sassone, sebbene pagana, e la presenza in questo campo dei suoi amici e alleati principali; i continui scherzi del destino, che conducono Uhtred a parteggiare per coloro che in verità vorrebbe considerare nemici, danno lo spunto per quella che è la frase ricorrente della saga: non si può sfuggire al fato, o in sassone wyrd bið ful āræd. Sono romanzi dominati dalla figura di Alfredo, l’amico-nemico, a un tempo affascinante ed esasperante; e sono romanzi che consiglio agli amanti del romanzo storico e dell’epica medievale senza esitazioni (l’ambientazione è molto simile alla recente serie televisiva Vikings; anzi in realtà Uhtred costruisce la propria fama uccidendo in battaglia Ubba Loðbrókson, il figlio del protagonista di quella serie; nel terzo romanzo gli uccide un nipote e insomma è la nemesi della famiglia).

Il quarto romanzo ha una ottima prima parte, che sfrutta l’ormai raggiunta maturità della serie, il fatto che il lettore conosce ormai a fondo l’ambientazione e il campo dei personaggi secondari e dei co-protagonisti: la ripetitività di certe situazioni è compensata per il lettore dal fatto di avere la sensazione di ritrovare vecchi amici e le situazioni preferite (i trucchi di guerra, la battaglia finale, le schermaglie scherzose fra compagni d’arme, gli intrighi e la preoccupazione per i tradimenti dei grandi signori della guerra, in un campo e nell’altro). Il giudizio si ripropone per tutti i romanzi successivi, Cavaliere e Re Cornwellcon qualche momento di stanchezza e di ripetitività in più, soprattutto dopo la morte di Alfredo, che retrospettivamente si riconosce come un motore narrativo importante di cui si sente la mancanza.

Non è solo questo il problema: finché si segue la liberazione del regno del Wessex e la sua “messa in sicurezza” l’incalzare degli avvenimenti storici è frenetico e la storia reale offre spunti abbondanti alla finzione; quando il Wessex è pacificato e l’Anglia e la Mercia poste sotto l’influenza di Alfredo occorre saltare lunghi anni per trovare nuovi momenti topici della storia inglese e, se si vuol essere coerenti, si deve ammettere che nel frattempo Uhtred sia invecchiato: anche supponendo che ora sia un cinquantenne straordinariamente vigoroso per gli standard medievali non è più il tipo di personaggio al quale far vivere le avventure che potevano capitare al se stesso giovanissimo, guerriero temibile ma spiantato in cerca di fortuna.

The empty throne (in pillole)

L’ultimo libro della serie (The pagan lord) non mi aveva proprio deluso, ma mi aveva confermato che la serie si era ormai stabilizzata su un gradino di qualità inferiore rispetto all’inizio. Intendiamoci: è sempre narrativa d’intrattenimento di purissima qualità, con un ottimo ritmo, intrecci interessanti e dialoghi e episodi costruiti con mano felice, ma c’è come un guizzo in più che è venuto a mancare (del resto, se uno scrive più o meno due libri all’anno qualcosa del genere deve succedere, prima o poi).

Ho quindi preso in mano l’ultima uscita della serie, The empty throne, con qualche trepidazione, chiedendomi se ci potesse essere un ulteriore peggioramento.

Devo dire che non sono rimasto deluso: c’è l’usuale quantità di trame politiche, congiure e tradimenti, tutta una serie di episodi militari avventurosi, una bella battaglia finale (ok, quasi finale: nelle ultime cinquanta pagine Cornwell riunisce i suoi fili narrativi) e, come gli capita più o meno ogni due-tre romanzi, Uhtred cambia anche amante. Per il resto è roba che si può leggere col pilota automatico, il che non è detto che sia un difetto, perché lascia lo spazio per altri pensieri.

Pensieri collaterali

Il furto del grisbì

Il signore della guerra_OK:Il signore della guerra_OKLa prima di queste riflessioni, collegata al maturare del personaggio di Uhtred, è notare come le serie migliorino quando l’autore non ha più bisogno di ricorrere al “furto del grisbì“.

Prendo a prestito l’espressione da un vecchio saggio critico su lo Sconosciuto di Magnus. Al termine di ogni avventura il protagonista era riuscito nell’impresa e si ritrovava in mano un bottino, un gruzzoletto, o comunque un’opportunità di sicurezza economica o esistenziale. Per metterlo in moto nella storia successiva era necessario sottrargli questa sicurezza appena ottenuta in modo che fosse costretto a rimettersi a nuotare nella vasca con gli squali, che è una cosa che nessuno farebbe se non fosse assolutamente costretto: da qui tutta una serie di artifici narrativi.

È la stessa cosa che noto adesso che sto rileggendo di seguito tutti i romanzi della serie di Aubrey/Maturin di Patrick O’Brian: per esempio al termine di Post Captain Jack ha catturato due fregate spagnole cariche d’oro: la sua fortuna è fatta. All’inizio di HMS Surprise, il romanzo seguente, l’Ammiragliato decide di interpretare le regole sulla divisione della preda in maniera diversa e Jack resta a becco asciutto; il meccanismo si ripete in varie occasioni finché O’Brian non riesce a liberarsene in favore di una narrazione più fluida, in cui gli avvenimenti di un romanzo conducono direttamente al successivo senza bisogno di capovolgimenti artificiali.

Nel caso di questa serie di romanzi anche Cornwell ha dovuto liberarsi dello stesso problema: al termine di ciascuno Uhtred aveva salvato la cristianità inglese e il sogno di Alfredo mediante una battaglia decisiva, salvo trovarsi di nuovo in contrasto col Re e il suo codazzo di consiglieri ecclesiastici all’inizio del successivo, per poi essere richiamato in extremis e vincere la nuova battaglia decisiva, e così via. Per quanto l’autore sia inventivo dopo un po’ il meccanismo viene a noia: questa volta non c’è nessun furto di grisbì ed è meglio così.

Cose che funzionano in certi casi e in altri no

Re senza Dio CornwellUna delle cose che nel romanzo funzionano peggio è il modo con cui Uhtred manipola abilmente il Witan (cioè l’alto consiglio dei nobili e degli ecclesiastici principali) della Mercia perché accetti una donna, cioè Æthelflaed figlia di Alfredo, come nuova sovrana dopo la morte di Ætherled (i nomi sono un casino, lo so). È una scena resa vividamente, in cui si apprezza l’astuzia di Uhtred, ma è troppo sbrigativa e appare superficiale.

Ripensandoci, mi è venuto in mente che in realtà il problema è che non funziona sulla pagina. Non è frequente ma è uno di quei casi in cui trasposta sullo schermo potrebbe essere una scena interessante: la possibilità di visualizzare gli atteggiamenti non verbali, la dilatazione dei tempi narrativi resa possibile dall’indugiare della telecamera e dai giochi di inquadrature ripetute permetterebbero, secondo me, di rendere credibile quella che allo stato attuale è una scena francamente fantasiosa – in un romanzo avventuroso al quale, per definizione, una serie di cose si perdonano.

Mi è sembrata una riflessione interessante perché sinora avevo sempre pensato che fosse sempre possibile, tramite la pura scrittura, ottenere volendo lo stesso effetto di un altro mezzo narrativo. Qui invece non è possibile, e non è un problema di scrittura, che anzi è adeguata. O meglio: è certamente un problema di scrittura, ma non nella resa della scena, piuttosto di progettazione e di intreccio: per fare funzionare quella scena si dovrebbe scrivere del tutto un’altra cosa. Invece in una ipotetica trasposizione cinematografica il mezzo offrirebbe gli strumenti non solo per minimizzare i difetti della scena, ma anche per trasformarla in un punto di forza della narrazione. Ora, voi mi direte che è una cosa che avete sempre saputo, io invece ci sono arrivato adesso: buongiorno, Roberto, si vede che era destino.

Wyrd bið ful āræd.

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