Irraggiungibile

Ho letto in questi giorni Tintin. Quando ero ragazzino lo presentavano come cartone animato su Gulp e mi piaceva molto, ma non era il tipo di fumetto che si trovasse in edicola durante la mia giovinezza e in seguito l’ho sempre considerato un po’ per bambini e quindi non l’ho mai frequentato eccessivamente (mi piace molto la ligne claire, ma per esempio non ho mai amato moltissimo neppure Blake & Mortimer).

L’altro giorno però dovevo andare al mare e ho cavato dalla libreria una delle antologie pubblicate con Repubblica e me la sono letta.

Devo dire alla fine sono piuttosto perplesso.

Non per la qualità dell’opera, che è molto piacevole, splendidamente disegnata e che dimostra a ogni passaggio che Hergé è un narratore di razza; mi chiedo piuttosto  quanto Tintin sia leggibile al giorno d’oggi (che è cosa diversa dal dire che è datato, occhio).

Ma andiamo con ordine.

Un segno grafico fuorviante

Un po’ la mia prima reazione di perplessità è dipesa dal fatto che Tintin è un fumetto avventuroso umoristico, disegnato con un taglio realistico, il che se uno non se ne rende conto subito può spiazzare il lettore. Io per esempio, distratto dall’approccio realistico, continuavo a chedermi perché mai Hergé continuasse a inserire nella narrazione tutte quelle gag ricorrenti; pensavo a Zagor, dove gli exploit di Cico sono puri riempitivi, per quanto piacevoli, e trovavo che Hergé esagerasse. È stato solo in un secondo momento – ben arrivato, Roberto! – che mi sono reso conto che le gag non erano un riempitivo o un intermezzo, ma sono il linguaggio – il tessuto – su quale si dipana l’avventura. Una volta capitolo ho riaggiustato le mie coordinate – non più Zagor ma Topolino – e di colpo ogni cosa è tornata al suo posto. Mi sono sentito un po’ stupido, ma a mia scusante devo dire che non sono frequenti casi di letteratura a fumetti umoristica con un disegno di taglio realistico (sui due piedi mi viene solo in mente Pepe Sanchez di Wood e Vogt): la mancanza dei pupazzetti mi aveva tratto in inganno (eppure avrei dovuto saperlo).

Parliamo di attualità

In realtà avrebbe dovuto mettermi sull’avviso il fatto che le storie di Tintin sono, indubbiamente, storie sull’attualità (di allora). Non solo come pretesti – la storia dello Yeti in Tibet prende chiaramente spunto da uno dei disastri aerei dell’epoca, coi passeggeri dispersi sulle montagne in condizioni proibitive – ma proprio nel senso che Hergé interviene sui dibattiti e su ciò che agitava – sotto traccia – la coscienza dell’epoca: in questo senso è davvero erede di un altro grande affabulatore francese, cioè Verne.

È molto evidente nelle due storie successive nelle quali Tintin e gli altri personaggi vanno sulla Luna (e che, evidentemente, rappresentano un omaggio a Verne). La letteratura avventurosa – anche quella a fumetti – dell”800 e dei primi del ‘900 aveva esitato fra due possibilità: da una parte l’avventura si svolgeva in luoghi indeterminati dove tutto era possibile – dalla jungla di Tarzan a quella dell’Uomo Mascherato, sorte di isole di Peter Pan dove si possono trovare tutti insieme pirati e indiani, dinosauri e amazzoni, nazisti in fuga e colonie vichinghe sconosciute (la tradizione è ancora viva, basti pensare alla serie di Indiana Jones; dall’altra c’era l’esotismo di luoghi lontani, nei quali il lettore non avrebbe mai potuto andare ma che – anzi, proprio per questo – il narratore documentava puntigliosamente, scientificamente, attingendo a rapporti ufficiali, ad annuari geografici, agli atti delle società scientifiche.

Verne è il più grande esponente di questa seconda posizione ed Hergé si muove evidentemente su questa seconda linea. Ma fra lui e Verne molta acqua è passata sotto i ponti e la Terra non è più così esotica come nel secolo precedente: questo fa emergere con più forza una dimensione che il documentarismo geografico metteva in ombra, cioè il fatto che a fianco ad esso vi era anche un documentarismo storico: Verne interviene su tutto, dai mormoni al trattamento delle donne in India, ed Hergé segue esattamente le sue tracce.

Certo tutto questo discorso richiede delle precisazioni: non sempre il fatto che Hergé intervenga nel dibattito culturale contemporaneo implica che prenda delle posizioni politiche: per esempio un comprimario come la Castafiore, l’usignolo milanese, ricorda palesemente la Callas e le altre grandi cantanti dell’epoca: qui ci si limita a una descrizione, bonariamente critica ma non polemica, dello stile di vita, del giro di giornalisti e pubblicità che la attornia, della vacuità di una serie di atteggiamenti.EE

E l’altra considerazione da fare è che comunque l’avventura per l’avventura, alla Uomo Mascherato, sbattuta fuori dalla porta rientra dalla finestra: come fa notare Simone Rastelli nella bella recensione di Tintin e i Picaros che mi ha fatto venire voglia di riprendere in mano questo fumetto, Tintin è pur sempre un giovanotto senza apparentemente arte né parte che è in grado in un batter d’occhio di partire per l’altra parte del mondo, non ha mai problemi di soldi e può trattare da pari a pari con chiunque – altezze reali comprese – senza che nessuno batta ciglio per la sorpresa.

Le due storie sul viaggio verso la Luna, dicevo, rendono evidente quanto Hergé entri nel dettaglio dell’attualità: ogni particolare della storia è, in un certo senso, giornalistico e i lettori non avranno fatto difficoltà a riconoscere in personaggi, situazioni e oggetti tutto ciò che all’epoca non poteva che essere novità scintillante oppure pericoli di spionaggio o di utilizzo infausto ben presenti alla mente di tutti.

Irraggiungibile

C’è qui, però, anche la dimensione che alla fine mi ha lasciato più perplesso dopo la lettura: una perplessità venata non tanto di critica quanto di di rimpianto. perché più Hergé ha premuto il pedale sulla dimensione documentaristica contemporanea, tanto più si è precluso, in un certo senso, di farsi capire dal lettore moderno.

Cerco di spiegami prendendo a paragone l’amata Jane Austen, i cui personaggi – e, sapidamente, lei stessa nei suoi interventi diretti – sono prodighi di discussioni e giudizi: noi non potremo mai provare, ovviamente, cosa potesse voler dire essere una debuttante nell’età della Reggenza, né provare l’emozione dell’ingresso in società, la preoccupazione e l’ansia di farsi posto nel gruppo sgomitante delle concorrenti per i buoni partiti o la trepidazione e il rimpianto di chi, passata l’età più promettente, si avvia al zitellaggio, perché noi non saremo mai debuttanti ottocentesche. Però possiamo, intellettualmente, saperlo, perché Lizzie e Jane Bennet o Annie Elliot e Elinor Dashwood e la zia Jane in persona sono lì a dircelo.

Hergé, invece, non ce lo dice mai, perché è così in sintonia con l’opinione pubblica del suo tempo, parla di cose così sentite e conosciute, che non ne ha bisogno.

C’è un gran pezzo di bravura in Obiettivo Luna che illustra perfettamente il punto. Tintin e il gruppo sono nei laboratori segreti in Syldavia nei quali si sta preparando il viaggio e a un certo punto il capitano Haddock, in uno scatto di impazienza, dice al professor Girasole che è un babbeo – tanto quello è sordo!

Senonché il professore per l’occasione si è messo un apparecchietto acustico e sente benissimo. Io, un babbeo? Ah, io sarei un babbeo??!! e afferra il povero capitano e lo trascina via.

Seguono tre pagine divertentissime, nelle quali c’è un crescendo di gag mentre il professore, sempre col povero capitano al seguito, attraversa il laboratorio e poi i campi sperimentali, requisisce un jeep – senza saper guidare!! – e si lancia in una corsa folle, sempre con questo intercalare: Io, un babbeo!

Finché, dopo tre pagine nelle quali Hergé ha costruito magistralmente la tensione il professore si arresta e dice: «Ebbene? Che ne pensate? Ecco ciò che ha fatto il sottoscritto babbeo!»

E il lettore gira pagina ed è accolto da una unica grande vignetta:È notevole; tra l’altro la storia è del 1953, ben prima anche del lancio dello Sputnik. Si può immaginare il lettore avere un moto di meraviglia misto all’orgoglio per le realizzazioni dell’umanità che erano in quel momento sulla bocca di tutti.

Si può immaginare che il lettore avesse un moto di meraviglia: tutto nella scrittura di  Hergé lo suggerisce. Noi oggi, ovviamente, abbiamo visto razzi e navette spaziali a iosa e non ci stupiamo più. Ed è qui il rimpianto: perché Hergé non si cura di dirci come sia quel moto di meraviglia, cosa si provi; al contrario della zia Jane, sapere ci è impossibile: condividere quel moto di meraviglia coi lettori di u tempo ci è precluso per sempre.

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