Quel brutto, bruttissimo Corsaro Nero. Che però è bello. Decidiamoci!

Il brutto scrittore…

Salgari biografiaDopo averlo abbondantemente frequentato durante l’adolescenza ho da tempo una robusta diffidenza nei confronti di Salgari scrittore. Quanto più è cresciuta la simpatia umana per il personaggio e la sua vita tormentata tanto più ho preso le distanze dallo scrittore e dalle sue realizzazioni, tanto che avevo appositamente evitato di inserire Salgari nel ciclo dedicato all’avventura durante la prima stagione di Oggi parliamo di libri.

Ho però deciso che Il Corsaro Nero si prestava troppo bene alla serie di puntate dedicate alle storie d’amore perché non lo utilizzassi, e con l’occasione mi sono dato il tempo di una rilettura non frettolosa.

Devo dire che dopo questa rilettura la mia diffidenza, se possibile, è aumentata.

Il Corsaro Nero è sicuramente un brutto romanzo, goffo e pieno di difetti, soprattutto invecchiato male rispetto alle opere di altri romanzieri più o meno contemporanei, da Verne a Dumas, da Wilkie Collins a Conan Doyle. Mi è pesato per esempio il linguaggio: è vero che quando leggo Verne o Conan Doyle in lingua originale non essendo di madre lingua qualche sfumatura mi può sfuggire, mentre con Salgari non può accadere e quindi il giudizio su di lui può risultare ingiustificatamente più severo, ma tutto sommato non lo credo, e l’italiano di Salgari, comunque, francamente non pare granché.

Il libro, oltretutto, è appesantito oltretutto da un didascalismo che è davvero insopportabile. Indugiare in descrizioni e in informazioni di tipo botanico, geografico o antropologico è tipico delle letteratura avventurosa dell’epoca ed è già in Verne, ma Salgari porta la cosa a livelli sproporzionati anche dal punto di vista del numero di pagine di didascalie rispetto alla narrazione, e fino al punto da interrompere il flusso degli eventi avventurosi.

Anche come romanzo puramente d’avventura abbondano le inverosimiglianze e gli elementi che al lettore moderno sembrano eccessivamente ingenui – la Folgore gira attorno al vascello nemico in dispregio del vento e di ogni credibilità velica, per esempio, e i combattimenti sono descritti in maniera confusa, come potrebbero immaginarseli dei ragazzini nel cortile di casa – oppure incredibilmente magniloquenti, come quando si avvicina un uragano e Morgan chiede al Corsaro Nero se intende cambiare la rotta: quello risponde, più o meno, che non intende fuggire nemmeno di fronte agli elementi naturali. Anche qui peraltro l’impressione è che la Folgore proceda in direzione contraria all’uragano, come se fosse dotata di motore, l’ennesima inverosimiglianza.

Beh, si dirà, ma i personaggi sono sufficientemente intriganti da far perdonare questi difetti. Sarà. In realtà alcuni sono poco più che nomi, o manichini animati, ma essendo dei comprimari la cosa può essere comprensibile. Più sorprendente è che, in qualche misura, sia lo stesso Corsaro Nero a sembrare un manichino: mentre è perennemente “assorto nei suoi pensieri” Salgari lascia tranquillamente che il romanzo vada avanti senza di lui, che segue il vero protagonista – Carmaux, direi – come un obbediente cagnolino. Poi c’è un’emergenza e allora Carmaux lo sguinzagl… ehm, lo sveglia: «Vai, Corsaro, azzanna», e quello, invincibile, prende la spada o il timone della nave e sbaraglia nemici e uragani indifferentemente. Poi prende e torna a cucc…, ehm, a dormire. Dopo la drammatica notte in cui il Corsaro Rosso è sepolto in mare…

… parentesi: anche la storia di tre tizi che se ne vanno in giro uno tutto verde, uno tutto rosso e uno tutto nero poteva forse solleticare un pubblico facilotto di cent’anni fa: oggi è ridicolo, e il romanzo è tutto così. Invecchiato malissimo, appunto.

Dicevo, comunque: dopo la notte nella quale il Corsaro Rosso è sepolto in mare il Corsaro Nero passa tree giorni chiuso nella sua cabina a non fare niente, mentre la nave apparentemente potrebbe andarsene alla rovina, e nessuno sembra trovare la cosa minimamente strana. Poi c’è la possibilità di una battaglia e allora al Corsaro gli tirano un oss…, ehm, segnalano un vascello nemico all’orizzonte e quello si scuote dal torpore.

Se sembra che esageri secondo me vuol dire che è un po’ che non leggete il romanzo. È proprio così, ve lo garantisco. Insopportabile.

Eppure, nel romanzo c’è molto di più, inaspettatamente. Ma siamo stati lunghi ed è il momento di una pausa musicale, la stessa usata in trasmissione.

Il brutto scrittore e il cigno inaspettato

Beh, prima di tutto c’è nel romanzo tutta una dimensione horror che non ricordavo e che ho trovato molto interessante, soprattutto per il modo con cui, sia pure un po’ goffamente, Salgari se ne serve per costruire la cornice di fatalità e di tragedia in cui inserisce la sua narrazione avventurosa: il terribile giuramento del Corsaro Nero valica davvero cieli, terra e perfino l’inferno, per esempio, e ne sono testimoni perfino i morti che risorgono dalle profondità del mare. Mi sono chiesto quanto in queste pennellate – senz’altro potenti – siano proprie di una cifra personale di Salgari e quanto invece corrispondano a un gusto del pubblico dell’epoca, per dire: lo stesso pubblico che contemporaneamente affollava i teatri lirici in cui assisteva a melodrammi a tinte forti. Non è solo una curiosità oziosa: facevo la riflessione che nello stesso momento in cui trovavo il romanzo così penosamente invecchiato male questo manteneva freschissima la capacità di dire qualcosa di inaspettato sull’epoca e i suoi tempi.

E poi c’è la storia d’amore, o meglio la storia sentimentale, anch’essa grondante pathos e melodramma, però anche questa tutt’ora efficace e tale da suscitare una serie di riflessioni sulla “vera” identità delle storie d’avventura e sul diritto di cittadinanza, fra loro, delle storie d’amore. Ma per questo vi rimando all’ascolto della puntata, dove mi sembra di avere tutto sommato di avere compiutamente spiegato il mio pensiero (e anche avere rivalutato Salgari come scrittore, poveretto).

Precisazione

Come avrete sentito ho introdotto la puntata con una divagazione cinematografica, in cui ho citato The oulaw (in italiano Il mio corpo ti scalderà). Il film è di Howard Hughes, ma in trasmissione mi sono incasinato con la pronuncia e non ho trovato di meglio che attribuirlo a Howard Hawks, che invece è stato solo un co-regista (non accreditato). Mi scuso, sarà il caso che migliori davvero la mia pronuncia dell’inglese, mannaggia.

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