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Una cornice per l’azione

Da alcuni anni la Fondazione Finanza Etica fa azionariato critico alla Rheinmetall e segue in maniera particolare la questione delle bombe che sono prodotte in Sardegna per essere usate nella guerra in Yemen: la fabbrica che le produce appartiene infatti a una consociata della multinazionale tedesca.

All’interno di questa azione siamo entrati anche nel Comitato riconversione RWM per la pace e lo sviluppo sostenibile. A seguire il Comitato provvede il gruppo locale dei soci: il rappresentante ufficiale è Gaetano, ma anche a me capita spesso di partecipare alle varie riunioni o iniziative (a sufficienza perché, a mia insaputa, io compaia anche in video che producono!).

A parte le motivazioni etiche la trovo un’esperienza molto interessante, considerato che a oltre cinquant’anni di età avevo fatto molte cose ma non mi ero mai trovato dentro una campagna d’azione politica di questo tipo.

In realtà, dentro campagne di azione politica di qualunque tipo.

Vedo che ci sono delle discussioni che sono connaturate a questo tipo di esperienza. Per esempio: è da privilegiare l’azione diretta (manifestazioni, flashmob, proteste, sit in) oppure l’azione di convincimento e di pressione politica, di lobbying? Se facciamo l’ennesimo convegno, stiamo sprecando tempo? E se invece presentiamo l’ennesima denuncia penale, non stiamo sprecando tempo lo stesso? Naturalmente trattandosi di organizzazioni politiche complesse, delle quali fanno parte a loro volta altre organizzazioni, c’è la giusta dose di differenze di sensibilità e anche, vivaddio, di personalismi e ricerche di visibilità, come è normale che sia. E poi c’è tutto il rapporto con le altre organizzazioni che perseguono scopi politici apparentemente simili ma che non hanno esattamente la stessa linea del Comitato: per esempio quelli che sarebbero per la chiusura, sic et simpliciter, della fabbrica sono contro il commercio di armi, come noi (obiettivo strategico), ma ignorano l’esigenza di salvare i posti di lavoro (obiettivo tattico); sono compagni di strada, almeno per un tratto, o incasinano tutto senza speranza? Oppure: il Comitato ha un forte radicamento territoriale, ma della questione si occupano anche reti nazionali e internazionali; gestire il rapporto fra queste dimensioni si può declinare in termini di sinergie oppure al contrario comportare fatiche aggiuntive o sovrapposizioni.

Per provare a rispondere, prima di tutto a me stesso, ad almeno alcune di queste domande, ieri notte sono andato a cercare nella libreria il vecchio Jelfs, perché volevo fotocopiare una pagina e pubblicarla. Mi sembrava una cosa utile in generale, per tutti quelli che in questi periodi confusi fanno politica, intraprendono azioni o costruiscono campagne.

Come al solito il Jelfs non ce l’ho più perché chissà a chi l’ho prestato. Mi toccherà ricomprarlo per l’ennesima volta.

E quindi vado a memoria. Non ricordo esattamente il nome dell’attività che proponeva Jelfs e che faceva parte degli ultimi capitoli, quelli più dedicati all’azione politica dei gruppi, e quindi mi inventerò un titolo: la chiamerò

Il diagramma delle forze e dell’azione

La tecnica suggerita da Jelfs – e sperimentata dai gruppi pacifisti inglesi – era sostanzialmente quella di elencare tutti gli attori coinvolti in una determinata questione (esempio: vogliamo l’apertura della farmacia notturna nel paese, vogliamo che la scuola resti in centro e non vada in periferia, non vogliamo la TAV) e e di disporli lungo un asse che vada da quelli più d’accordo con l’obiettivo proposto fino a quelli più ostili (il che, naturalmente, comporta anche di schematizzare perché gli uni e gli altri sono d’accordo o meno con noi).

Parentesi: agire così è anche un buon modo per uscire dal moralismo. Vuol dire ragionare in termini di gruppi di persone concrete con interessi concreti e tendenzialmente se anche non si diventa empatici almeno si capisce cosa fa muovere gli altri, che normalmente non sarà semplicemente: «perché sono brutti e cattivi». Peraltro salva anche dai buonismi disincarnati: si tratta di convincere abbastanza gente perché si possa vincere, non di andare d’accordo con tutti – è un metodo per gestire efficacemente il conflitto, non per creare consenso. E naturalmente fare così ha l’enorme, enorme, enorme vantaggio di insegnare a ragionare in termini strategici: ci si mette insieme per un obiettivo preciso, in un campo classificato e catalogato secondo linee politiche di consenso e di dissenso altrettanto precise; non siamo insieme perché bisogna fare qualcosa. E obbliga anche a definire l’obiettivo in termini concreti: contro il razzismo si fonda un’associazione, non si intraprende una campagna.

Si possono fare anche analisi un po’ più raffinate, e anzi è necessario: per esempio quelli che sono d’accordo con noi non sono tutti uguali; ci sono quelli attivi, disposti a impegnarsi e a contribuire all’azione, e quelli passivi, che genericamente la pensano in un certo modo ma non hanno ancora deciso di far sentire la loro voce.

E, fatto questo, il gioco è quello di strutturare la campagna perché man mano i gruppi – gli attori, o gli stakeholders, direbbero quelli che ne sanno – passino dalla nostra parte, fino a raggiungere la massa critica necessaria perché la questione sia risolta positivamente (positivamente per noi, va detto).

In questo schema, fra l’altro, è interessante che siamo spinti a definire le condizioni di vittoria non in termini di una soluzione tecnica precisa (la si può conoscere dall’inizio, ma non è importante), ma in termini di consenso complessivo ottenuto: anzi, le soluzioni tecniche dipendono da ciò che è necessario perché i vari attori accettino di schierarsi; i farmacisti magari per aprire di notte vogliono garanzie di sicurezza, quello che metterebbe a disposizione i locali vuole garanzie per l’affitto, e così via.

Da quello che mi sembra di capire, in realtà, molte volte una campagna segue non un criterio di azione gerarchico (proviamo a convincere prima i più vicini, poi gli altri), quanto di minore resistenza: capita un’opportunità per una iniziativa e si fa, anche se magari è rivolta a un obiettivo un po’ più distante; oppure chi si occupa di una cosa è più veloce di altri, che pure avrebbero compiti teoricamente più urgenti (di solito tutti sono volontari, fra l’altro). E nel frattempo non va dimenticato che, se la campagna tocca interessi concreti, di solito ci sarà un avversario che tenta da posizioni opposte di modificare il diagramma di forze in direzione esattamente contraria.

Probabilmente quindi lo schema da avere in testa è simile a quelli che usa Nate Silver per illustrare la strada verso la vittoria nelle presidenziali americane. Qui sotto per esempio c’è quello pubblicato negli ultimi giorni dello scontro fra Clinton e Trump

dove fra l’altro si vede bene perché Clinton ha perso. Il diagramma è simile agli altri: da una parte ci sono quelli che sono d’accordo con noi, dall’altra gli avversari. Ma per come è costruita la pista, possiamo ragionare in termini di sostituzioni, senza dover per forza convincere prima i più vicini e poi i più lontani. Per esempio la Clinton avrebbe vinto se avesse tenuto tutti gli stati azzurrini. Poteva perdere North Carolina, Florida e Nevada ma doveva almeno conservare il New Hampshire. Se però nelle sue immediate retrovie avesse perso la Pennsylvania e non avesse vinto la Florida e Nevada, allora la sua disperata incursione finale in Arizona sarebbe stata inutile, come è stata (in realtà ha conservato New Hampshire e Nevada, ha perso in Florida e North Carolina, non ha conquistato l’Arizona ma ha perso in Pennsylvania e anche in Michigan e Wisconsin, e buona notte).

Quest’ultimo schema è più dinamico, il che è in parte un vantaggio (rispecchia più fattori) e in parte uno svantaggio (ci si capisce di meno e si può finire per seguire strategie inconsistenti, come la Clinton), però alla fin fine il discorso generale non cambia.

Spero che abbiate trovato la dissertazione interessante, vorrei aggiungere in conclusione due o tre note sulle domande a cui accennavo all’inizio.

Due cent da buttare

Per esempio: è meglio l’azione diretta o indiretta? I convegni o le denunce giudiziarie?

Beh, in realtà la risposta corretta è boh. Tutte le azioni che portano i vari gruppi interessati dalla nostra parte (o che li mantengono vicini a noi o impediscono che l’avversario li porti dalla sua parte) sono utili. Quelle che li allontanano o li antagonizzano sono dannose. Quelle che non mirano a spostare l’ago della bilancia sono inutili anche se dà molta soddisfazione farle, il che vuol dire che, nella misura in cui comportano uno spreco di tempo, energie e risorse, sono comunque dannose.

Oppure: che fare coi compagni di strada scomodi? Beh, messe le cose così la risposta mi sembra ovvia: se sono attori in campo vanno integrati nello schema, come tutti gli altri, né più né meno. Che so: vogliamo aprire la farmacia del paese e la proposta è sostenuta anche dall’associazione farmacisti, che è finanziata da Big Pharma? Beh, però lavorano, si muovono, hanno una proposta di legge in Parlamento per, boh, la garanzia del servizio nei piccoli centri (sto inventando, spero si capisca): probabilmente converrà competere nella collaborazione (bravissimi, allestiamo la futura farmacia con farmaci generici più economici? Sapete, paese anziano, pensionati, pochi soldi…) e non collaborare a competere (stronzi venduti alle case farmaceutiche, VACCINI! AUTISMO! SANGUE DEI CRICETI SPARSO NEI VOSTRI LABORATORI!!).

Infine: tutti gli attori e i gruppi interessati hanno pari dignità e l’eliminazione dell’opposizione non è prevista (per fortuna). L’obiettivo è quello di costruire una massa critica sufficiente a far trionfare una certa posizione, non punire chi non è d’accordo. Rompere i vetri di casa del farmacista di paese perché non apre la domenica probabilmente non gli farà considerare più amichevolmente le nostre richieste. E consegnargli il premio Poltrone domenicale dell’anno? Boh: l’esperienza insegna che le azioni dirette – nel senso di dirette esattamente contro una persona – spesso sono controproducenti (a parte che sono eminentemente violente, ma su questo vedi sotto). L’ansia che ogni tanto c’è, in politica, di squalificare i gruppi sociali della parte avversa non appartiene a questo schema (di nuovo: per fortuna) e certamente va catalogata fra le azioni dannose. D’altra parte ripeto l’avvertenza contro i falsi buonismi: non è necessario convincere tutti, non si sarà mai per forza d’accordo con tutti, l’importante è portarne abbastanza dalla nostra parte, un conflitto non si gestisce senza mai invadere il campo dell’avversario e senza mai compromettersi e pagare dei prezzi; il problema è, come detto, che non siano azioni fini a se stesse o prezzi pagati per nulla.

Per chiudere: va notato che lo schema su cui stiamo ragionando, sostanzialmente, non si pone il problema dell’eticità dei mezzi (e neanche della presentabilità dei sostenitori). Interessante, no? Questa dimensione è affidata alla direzione politica della campagna e ai limiti che preventivamente si fissano: per esempio, perché si sa che l’impiego di certi mezzi, essendo contrario alle premesse, alla lunga sarebbe controproducente: per dire, minacciare fisicamente il sindaco perché ci faccia la farmacia sotto casa aperta tutta la notte potrebbe anche portarlo temporaneamente dalla nostra parte, ma poi finiremmo in galera e in gattabuia niente più farmacia e nemmeno campagna politica per il quartiere, ecco. Prendere finanziamenti da soggetti improponibili (o dal potere politico) ci consentirebbe di fare cose importanti: ma poi non saremmo molto ricattabili, come certe ONG hanno imparato a loro spese? Il tema della presentabilità politica ed etica di coloro che sostengono la campagna si risolve, d’altra parte, garantendo che non entrino nella sua direzione politica: l’onorevole opportunista potrà anche presentare mille mozioni a favore della nostra battaglia e per ognuna gli faremo i complimenti, ma magari eviteremo accuratamente di farlo presidente e portavoce della campagna.

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