Normalizzare

Molti anni fa, all’epoca nella quale ero Segretario diocesano dell’Azione Cattolica (credo cioè intorno al 1990) fui mandato a normalizzare il Movimento Maestri.

Ecco, lo dico subito: ero giovane. E in questa storia non ci faccio una gran figura, come avrete capito già dai termini. Normalizzare. Pfui.

Dunque, la storia era questa. Il Movimento Maestri era un movimento collaterale all’Azione Cattolica, una delle tre rimanenze – con FUCI e Laureati Cattolici – dell’epoca nella quale tutto l’associazionismo cattolico era stato raccolto sotto l’ombrello dell’AC e del Concordato per metterlo al riparo da possibili scioglimenti a opera delle autorità fasciste. Questo accorpamento era poi rimasto utile negli anni ’50 e ’60, all’epoca del collateralismo, perché permetteva di mobilitare tutto il movimento cattolico agendo su un unico centro di comando – le Giunte direttive dell’Azione Cattolica – ed era poi collassato nel ’68, all’epoca in cui l’AC aveva adottato il suo nuovo Statuto, quando tutta quella vasta galassia, dai giornalisti cattolici alle mogli dei medici cattolici ai panettieri cattolici, era stato lasciato libero di andarsene per i fatti propri. All’AC erano rimasti solo tre “movimenti esterni” che storicamente ne avevano sempre fatto più strettamente parte: universitari, laureati e maestri.

O forse meglio sarebbe dire: “maestre”. Il ’68 era ancora epoca nella quale le maestre erano maestre, e una delle poche figure laicali la cui autorevolezza era riconosciuta ovunque, nella chiesa e nella società. Era un’altra Italia, della quale forse chi mi legge ed è più giovane non apprezza fino in fondo la realtà: i racconti delle anziane maestre rurali che sentivo nell’AC erano racconti di figure che in paese erano insieme insegnanti, primo presidio sanitario, porta d’ingresso verso la cultura allargata, detentrici della conoscenza del mondo esterno, figure materne sussidiarie e molto, molto altro ancora.

Solo che, alle porte degli anni ’90, quel ruolo sociale era sostanzialmente esaurito. Sentivano la pressione anche i laureati cattolici, in una realtà nella quale l’università era diventata di massa, ma a loro andava meglio: perché insomma, il pezzo di carta è pur sempre un pezzo di carta e il prestigio sociale del laureato può mutare ma rimane sempre tangibile. Alle maestre andava peggio, invece, e il Movimento Maestri era in crisi dappertutto.

La dirigenza nazionale dei movimenti, d’accordo con quella dell’AC, decise che era il momento di rinnovarsi o perire. Si volle un cambio di nome e di impostazione: i Laureati sarebbero diventati il Movimento di Impegno Culturale e le maestre il Movimento di Impegno Educativo di AC (gli universitari invece sarebbero rimasti la FUCI e basta). L’operazione sulla carta era intelligente e necessaria: probabilmente peccava però di un certo intellettualismo e di quella che oggi chiamerei logica top-down, nel senso che di fatto ci si concentrò più sui grandi ragionamenti di scenario e sulla creazione del contenitore che sul contenuto, pensando che sarebbe poi bastato emanare dei programmi annuali o delle direttive di impegno – come ai bei tempi pre-’68 – perché le sedi locali del nuovo Movimento le mettessero all’opera senza colpo ferire. Di fatto non è andata proprio così e, salvo alcune esperienze locali interessanti, i Movimenti esterni dell’Azione Cattolica non sono oggi propriamente l’esempio della maggiore vivacità pastorale possibile.

Maestre tenacemente riluttanti

Comunque, questa era la situazione quando le maestre di Cagliari manifestarono una resistenza sorprendentemente tenace al cambiamento. Si riunivano in una cinquantina tutte le settimane, in uno dei tanti appartamenti all’epoca utilizzati dall’associazionismo cattolico intorno a piazza San Cosimo, per ascoltare la parola della dirigente, una signora molto combattiva, e non vedevano alcuna necessità di cambiare: cambiare nome, cambiare responsabile, cambiare ritmi, cambiare identità.

Non so se chi mi legge coglie fino in fondo. Chi non ha fatto vita di parrocchia forse non è in grado di capire la tenacia dei legami che lega un gruppo di vecchie signore cattoliche, che hanno fatto gruppo per tutta la vita o quasi, e l’importanza e la forza nel gruppo di quelle dirigenti volitive, autorevoli, durissime che guidavano quelle realtà; la dimensione fortissimamente gerarchica dei rapporti fra il gruppo e le dirigenti: un affidamento completo, una dipendenza implicita, un affetto profondo e ricambiato da entrambe le parti. Il gruppo era la dirigente, la dirigente era il gruppo.

E quella realtà doveva cambiare o perire. Perché era anche, diciamocelo, una realtà morente. Con dei legami fortissimi all’interno ma incapace di aggregare – di più: di farsi anche solo ascoltare – all’esterno. Saldamente conciliare nella dottrina, ma volta alla contemplazione di una società e di una chiesa non più esistenti. E tetragona al dialogo. Tutte maestre, porco cane. Abituate a stare in cattedra. Vagli a dire cosa devono fare. Figuriamoci.

E, dal punto di vista dei dirigenti dell’Azione Cattolica diocesana, erano un inciampo. Perché impedivano di approntare, al posto del vetusto Movimento Maestri, qualcosa di meglio, di più moderno, di attivo, di propositivo.

Occorreva fargli trangugiare il cambiamento. E ci mandarono me. Dopotutto ero il Segretario diocesano e l’organizzazione dipendeva da me. Ci mandarono me, con istruzioni pressanti perché si uniformassero al nuovo corso.

Mandarono me a spiegare. A illustrare documenti, proposizioni e delibere.

A rimbalzare contro un muro di gomma.

A blandire. A brandire documenti nazionali. A far notare che volenti o nolenti l’identità del Movimento era già cambiata, perché l’assemblea di rifondazione sarebbe stata fatta comunque.

A promettere.

Perché in quella tarda primavera a cavallo fra gli anni ’80 e ’90 io feci due promesse cruciali, col consenso di Presidente e Assistente diocesano. Promisi che, passata la classica pausa estiva, sarebbero state richiamate per riprendere i loro incontri. E che la loro amata responsabile sarebbe rimasta con loro.

Ottenni così il sospirato consenso del gruppo di Cagliari e la Presidenza diocesana poté dimostrare a quella nazionale che si stava allineati. Che dico allineati, all’avanguardia.

Solo che, passata la classica pausa estiva, Presidente e Assistente si guardarono bene dal richiamare le vecchie signore. E nel gruppetto sparuto che venne messo a impostare il lavoro del neonato Movimento di Impegno Educativo la vecchia dirigente non venne inserita. Quel gruppo e quelle vecchie signore vennero disperse e il MIEAC diocesano divenne ben presto la promessa non mantenuta che è sempre rimasta.

Ci rimasi malissimo. Mi sentii a un tempo tradito e traditore, e la cosa non mi fece per niente piacere. Ci avevo messo sinceramente la faccia e mi trovavo nel ruolo dell’ingannatore. Fu allora, credo, che si produsse la prima crepa nei rapporti prima cordialissimi che univano il gruppo dirigente diocesano dell’Azione Cattolica, il primo distacco che nel giro di dieci anni ci avrebbe portato, ironia della sorte, a essere tutti quanti commissariati a nostra volta e, in buona parte, messi ai margini (io in realtà ho resistito a un altro commissariamento e a parecchie altre traversie, ma questa è un’altra storia e sarà raccontata un’altra volta).

Mi sono ricordato di questa storia, probabilmente, perché domenica c’era l’Assemblea diocesana dell’AC è ho rivisto uno dei protagonisti dell’epoca, col quale mi sono peraltro intrattenuto cordialmente: dopo tutto, sono passati più di vent’anni (e, in realtà, avrei ben altro da rimproverargli e da tempo ho deciso di metterci una pietra sopra). Devo dire che, da allora, sono stato responsabile di varie associazioni e di varie realtà, ma mi sono sempre guardato bene dal farmi mettere di nuovo in quella situazione.

Ecco, ora mi comincia a battere la vena

Non è che sia astrattamente contrario. Ho abbastanza comprensione dei meccanismi di funzionamento delle organizzazioni da sapere che qualche volta, semplicemente, non c’è niente da fare senza ricorrere a un apporto esterno. Ci sono certamente casi nei quali è opportuno chiedere a qualcuno di fare un passo indietro. O altre volte nelle quali occorre mediare delle tensioni o far prendere coscienza di certe criticità.

Però farlo richiede determinate condizioni di lealtà, di messa in sicurezza preventiva delle relazioni, di chiarezza di svolgimento del percorso, che non sempre sono assicurate. E in quel caso, per la propria integrità morale, è meglio astenersi.

Non parlo a caso di integrità morale, che magari è un po’ altisonante. Di questo si tratta. E una delle cartine di tornasole migliori per giudicare le persone è esattamente valutare la propensione a commissariare (in qualche ambiente ecclesiale, in passato, è andato molto di moda commissariare sempre e comunque, al minimo segnale di difficoltà, e non è un segno né di salute, né di coraggio né di autorevolezza, ma piuttosto di debolezza se non di inadeguatezza) e, soprattutto, a mettersi a disposizione per fare il commissario.

Intendiamoci: non sto parlando di quelli che in determinate organizzazioni sono, come dire, ispettori, e vanno lì a controllare bilanci e procedure e devono essere cani per definizione e, casomai, prendere provvedimenti o sistemare gli errori meglio possibile. Dico commissariare, che è un’altra cosa.

E se uno, che magari ha nell’organizzazione un ruolo importante, si presta una volta a fare il commissario non c’è niente da dirgli. È probabilmente un cireneo che accetta di farsi carico di una missione faticosa e sgradevole, per cavare le castagne dal fuoco in una situazione magari scabrosa, dove la gente, che so?, litiga o sono successi casini anche gravi o tutto sta andando davvero male. Se poi svolge il compito con umanità e equilibrio, senza mandar via nessuno, è un sant’uomo, ma ho abbastanza cognizione di causa da sapere che talvolta i limiti del mandato che ti è stato assegnato non lo permettono, che preliminarmente si è deciso che qualcuno deve essere fatto saltare, che il gruppo o la branca dell’organizzazione devono pagare un prezzo o semplicemente che non ci sono alternative. Può essere. Io non sono più disposto, in linea di principio, a mandare via nessuno d’autorità, ma può essere.

Ma assumere ruoli del genere ti può capitare, boh, quante volte? Una ogni dieci anni? Una volta nella vita? Due? Non credo di più. Ci sono però in circolazione persone che, sempre per senso del dovere, per carità, ho visto andare a fare il proconsole o il commissario più e più volte. E poi ancora altre. E sempre per tagliare teste. Chi in maniera spiccia, chi con falsa compassione, Chi ringraziandoti e chi irridendoti. Ce ne sono in tutte le organizzazioni. Nei partiti politici i segretari se ne procurano apposta una, che spezzi le gambine alla gente scomoda al posto loro. E quando il capo fa il poliziotto buono c’è sempre uno, nelle organizzazioni, disposto a fare il poliziotto cattivo. I peggiori, naturalmente, sono quelli che fanno da soli tutte e due le parti: che ti prendono sotto braccio e ti dicono quanto ti stimano, e come sono sicuri che tu, nella tua bravura, saprai certamente fare volentieri un passo indietro per il bene di tutti. Altrimenti… meglio non considerare l’ipotesi, giusto?

Ecco, quelli ci godono. O hanno due metri di pelo sullo stomaco, che non so cosa sia peggio. O pensano che nelle organizzazioni sociali, o politiche, o ecclesiali, quel che conta davvero non sono gli ideali ma i rapporti di forza, i criteri di opportunità, i fini che giustificano qualunque mezzo, e quindi sono degli ipocriti.

Non è che sono cattivi: c’è un ottundimento del senso morale legato all’esercizio del potere. E quindi quelli come me, che sanno di essere fragili, è meglio che passino. Per non finire come quelli.

Io l’ho imparato venticinque anni fa. Meglio evitare.

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