D’Alema a Lepanto

Lepanto BarberoI buoni libri di storia sono utili perché fanno sorgere domande inaspettate. A me questo Lepanto. La battaglia dei tre imperi di Alessandro Barbero (Laterza 2010) ha fatto pensare a D’Alema.

Ma andiamo con ordine.

Barbero è uno storico molto noto del Medio Evo  e con una certa tendenza a occuparsi di storia militare anche fuori del suo periodo di riferimento, e in particolare è il miglior esponente italiano di quella particolare linea di scrittura storica che si occupa delle battaglie, sulle quali ha scritto tre libri fortunatissimi: oltre a questo su Lepanto uno dedicato alla battaglia di Waterloo (La battaglia. Storia di Waterloo) e uno alla battaglia di Adrianopoli (9 agosto 378 il giorno dei barbari), tutti e due pubblicati da Laterza.

I libri sulle battaglie, se pure sono sempre graditi al pubblico, in ambito accademico rischiano di far sollevare qualche sopracciglio: perché possono facilmente scadere nell’anedottica e perché, naturalmente, si può pensare che rispondano a un’idea storiografica che dà più importanza agli “eventi” che non ai movimenti di lungo termine, che sono in realtà quelli che alla fine sono rilevanti.

In questo senso questo libro di Barbero dimostra che si può fare buona storiografia anche facendo la cronaca di un singolo episodio bellico: perché raccontando della battaglia di Lepanto mette in fila tali e tante cose sul periodo, la cultura materiale, i costumi, la mentalità dell’epoca che permette al lettore, mentre si appassiona alle vicende e ai destini dei singoli personaggi coinvolti nella battaglia, di cogliere il quadro d’assieme in maniera soddisfacente.

Probabilmente aiuta il fatto che di per sé Lepanto è più propriamente la storia della guerra di Cipro, o almeno di quella parte della guerra di Cipro che arriva fino alla fine del 1571 (la pace sarà poi firmata nel 1573 e a me non sarebbe dispiaciuto un racconto degli avvenimenti del 1572, con il disperato riscatto turco dopo Lepanto, ma questo avrebbe ovviamente trasformato il libro). Il racconto inizia nell’ottobre del 1568, esattamente tre anni prima della battaglia, quando Marcantonio Barbaro, nuovo ambasciatore di Venezia a Costantinopoli, prende possesso del suo nuovo incarico, poi segue il dipanarsi dei rapporti diplomatici e dei movimenti interni alla corte ottomana fino ai preparativi di guerra, descrive la mobilitazione degli avversari allo scoppio del conflitto, mostra le sconfitte veneziane a Nicosia, l’inizio dell’assedio di Famagosta e il risultato deludente della grande flotta cristiana radunata nel 1570 e si conclude infine con gli eventi del 1571 fino a Lepanto, con due brevi capitoli finali che si concentrano sul momento immediato del dopo battaglia e sulle conseguenze più a lungo termine.

Il tutto, come capirete, richiede il suo spazio e il libro va per le seicento pagine e oltre più altre centocinquanta di note e appendici, ma non è una lettura per niente stancante.

Barbero ha una buona mano nella caratterizzazione di uomini ed episodi ed è aiutato, d’altra parte, dal fatto che la guerra lega fra loro una serie di personaggi che sono già in partenza davvero straordinari mentre le situazioni variano in una gamma impressionante di motivi: drammatici, tragici, dolenti, comici, grotteschi. Oltre tutto episodi e personaggi ci vengono riferiti spesso dalla loro stessa viva voce o da quella dei contemporanei, grazie al fatto che Barbero utilizza una vera messe di documenti d’epoca, corrispondenze, diari, testi commerciali e  diplomatici e così via, tutti accuratamente descritti da un imponente apparato di note (completato anche da ottime appendici e indici, compreso l’ordine di battaglia completo della flotta cristiana a Lepanto e una serie di dati sulle truppe impiegate nella guerra che faranno la gioia del wargamer e del giocatore di ruolo).

Una prima riflessione che non c’entra niente (?)

Proprio questa massa di documenti mi ha impressionato, facendomi riflettere su come la vicenda sia molto meno lontana da noi di come possa sembrare: non so come dire, ma mi sembra che istintivamente tendiamo a pensare che i fatti storici del passato siano, beh, lontani, e quindi che per ricostruirli ci si debba basare, per forza di cose, su supposizioni, ricostruzioni ipotetiche, immaginazione. In parte, ovviamente, è vero, ma forse in maniera diversa da come ci viene da pensare: nel senso che di un evento come Lepanto non abbiamo, forse, meno informazioni (o di qualità peggiore) di quante ne possiamo avere su eventi molto più vicini – in un certo senso non c’è più tanto da scoprire. Lo dico meglio: periodi storici come quelli della guerra di Cipro non sono degli spazi bianchi nella cartina della storia in cui si possa solo man mano e con gran fatica  estendere i confini del mondo conosciuto, ma sono mappe ben segnalate e ricche di elementi riconoscibili: ci sarà sempre spazio per approfondimenti o per nuove ipotesi storiografiche (cioè per disegnare meglio la cartina) ma spazi bianchi in cui inserire nuovi territori (magari inventati di sana pianta) non ce n’è. Vale per Lepanto, di cui tutto sommato non m’importa granché, ma in realtà vale anche per un sacco di altri periodi dei quali capita di discutere spesso, per esempio (a buon intenditor poche parole) per cose tipo Eleonora d’Arborea. Ci siamo capiti.

Si, ma alla fine D’Alema?

Ah già, D’Alema. Ho pensato a lui quando Barbero manifesta il suo scetticismo nei confronti del risentimento dei contemporanei verso due personaggi, Josef Nasi, un ebreo veneziano passato al servizio del Sultano che compare anche in uno degli ultimi libri dei Wu Ming, e Andrea Doria, uno dei principali condottieri cristiani. Nasi è accusato, soprattutto dai veneziani, di essere una specie di consigliere oscuro che da dietro il trono del Sultano ispira la politica antiveneziana e anticristiana, tanto che fra i numerosi complotti orditi dalle corti cristiane per minare lo sforzo bellico ottomano ce ne sono alcuni tesi direttamente ad assassinarlo: vuol dire che qualcuno pensava che strategicamente eliminare Nasi equivalesse a bruciare l’Arsenale di Costantinopoli. Andrea Doria è oggetto di accuse che sostanzialmente si aggirano intorno alla codardia, se non per paura personale del pericolo almeno per risparmiare le sue navi e lasciare che altri si accollassero il grosso delle perdite. Barbero liquida le accuse contro Nasi come isteria (anche isteria antisemita) e  giustifica quelle nei confronti del Doria con le istruzioni ricevute per quanto riguarda il 1570 e con la sfortuna per quanto riguarda la battaglia di Lepanto in sé.

In entrambi i casi, anche ammettendo che lo storico ha sempre ragione a valutare prudentemente le fonti, mi sono chiesto: ma i contemporanei non lo sapranno meglio di chiunque? Oppure l’isteria può annidarsi in ogni momento? O ci sono dei personaggi controversi destinati irrimediabilmente a far discutere?

Faccio un esempio: probabilmente lo storico che da qui a quattrocento anni esaminasse le nostre vicende politiche potrebbe giustamente trovarsi perplesso nell’esaminare lo scarto fra gli atti politici esplicitamente compiuti da Massimo D’Alema e la quantità di opinioni che gli ascrivono, diciamo, una sorta di consociativismo fino a una complicità mascherata nei confronti di Berlusconi. In termini di atti espliciti, infatti, credo che molto poco giustifichi l’accusa, che pure è costante, uniforme e proviene da parti diverse tanto da risultare ormai cosa assodata per buona parte dell’opinione pubblica. Come per Josef Nasi a suo tempo. Barbero fa la sua scelta e privilegia i documenti espliciti sul sentire del tempo e quel che i contemporanei davano per assodato. A seconda di come uno si esprime in cabina elettorale oggi, potrà giudicare se condividere questa impostazione storiografica o meno.

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