La lettera sovversiva

La lettera sovversiva della mia formazione non è quella di Don Milani, non perché Lettera a una professoressa e Lettera ai giudici non siano state importanti, ma perché ero tanto perfettamente d’accordo con quei testi che la loro carica eversiva mi arrivava in maniera un po’ indiretta.

La lettera sovversiva, invece, era la Lettera a Sila di padre Silvano Fausti, un rispettabile biblista gesuita. Io, e con me credo molti giovani dell’Azione Cattolica fuori della Lombardia dove Fausti era certamente molto più noto, siamo tutti arrivati alla Lettera a Sila per il tramite del Cardinal Martini, che era pubblicato da Ancora. Le Paoline avevano, e credo abbiano ancora, dei criteri di esposizione piuttosto bizzarri dal punto di vista tematico ma in compenso semplici, che sostanzialmente erano tutto quello che non è della nostra casa editrice si ammucchia, quindi i libri di Ancora erano tutti insieme in uno stesso scaffale. Tu cercavi se c’era un altro commentario biblico di Martini che non avevi ancora letto e a fianco ti capitava per le mani qualcos’altro. La Lettera a Sila aveva un titolo che richiamava la Bibbia: una volta presa in mano per vedere che roba fosse, rimasi conquistato.

Dal punto di vista letterario la Lettera a Sila è un apocrifo, una presunta lettera di San Paolo a un discepolo (il Sila/Silvano che compare negli Atti degli Apostoli e in alcune lettere di Paolo).

L’attribuzione a Paolo, l’apostolo per antonomasia, era di dovere. Sila, o Silvano, al quale scrisse, fu discepolo della prima ora, compagno suo e di Pietro (1 Ts 1,1; 2 Ts 1, 1; 1 Pt 5,12; At 15,22 ss.; 17,4 ss.; 18,5). Queste parole, più che ad altri, le ritengo rivolte a me, che ho lo stesso nome. Sono una confessione ad alta voce.

Nella sostanza era una pamphlet dal tono mite ma dal contenuto abbastanza esplosivo sulla pastorale della Chiesa cattolica al passaggio fra gli anni ’80 e i ’90 del secolo scorso. Che dicesse con molta delicatezza cose durissime me lo confermarono i diversi amici preti a cui lo regalai negli anni; ai tempi quando non sapevo cosa dire regalavo libri, e la Lettera era il regalo classico per i preti di cui divenivo amico e di cui avevo stima; uno di loro commentando la lettura, mi disse: «È interessante per tutti, ma per noi preti è un pugno nello stomaco».

Eppure a prima vista non sembrava. Fausti era un esponente di quella schiera di gesuiti lombardi dell’epoca, di cui Martini era l’esponente di maggior notorietà: lectio divina, discernimento spirituale, teologia dell’incarnazione e attenzione al laicato erano temi ricorrenti che evidentemente li rendevano affini alla sensibilità dell’Azione Cattolica; un altro riferimento era Marko Rupnik, il pittore, e il gruppo riunito attorno al padre Špidlík: Rupnik e Špidlík erano anche loro gesuiti e presentavano riflessioni molto simili, nelle quali magari il rapporto diretto con la Parola era sostituito dallo studio dei Padri e della tradizione orientale. Tutti questi gesuiti sono stati una influenza duratura, molto più importante, credo, di quella di Enzo Bianchi, che ci è divenuto importante quando non ci è rimasto nient’altro, e di Bruno Forte, una volta esaurita la forza de La Chiesa icona della Trinità. Nessuno di questi, per quanto potesse essere considerato progressista (qualunque cosa questo volesse dire all’epoca) era certamente un eretico e nemmeno un prete comunista e sebbene potessero avere simpatia per le istanze della teologia della liberazione, che comunque era pienamente ortodossa, il loro impianto teologico era diversissimo e molto più conservatore di quella.

Fra tutti loro Fausti si distingueva per il fascino dell’idea della vita comunitaria a Villapizzone e la pratica della lectio continua dentro una comunità di gesuiti e laici, pratica che è alla base di un gran numero di suoi testi, a partire da quello fortunatissimo sul Vangelo di Luca. Anche qui non c’era niente di eversivo: ma quella pratica aveva insegnato a Fausti una attenzione al linguaggio che, aggiunta alla sua caratteristica combinazione di mitezza e franchezza, dà alla Lettera a Sila un peso specifico del tutto inaspettato (peso che si sente anche negli ultimi testi di Fausti, quelli non esegetici ma più riflessivi sulla sua esperienza e la situazione della Chiesa).

La Lettera a Sila è uno di quei libri, come il Jelfs, che ho comprato mille volte e altrettante ho prestato o regalato, finendo per rimanerne senza. A un certo punto è uscito dalla reperibilità editoriale e per me è diventato un rimpianto.

Durante il lockdown, però, facendo le lectio ho scoperto che il sito dei Gesuiti di Villapizzone metteva in libera distribuzione un gran numero di testi esegetici nei quali si sentiva inconfondibile la voce di Fausti, e mi è venuta voglia di rileggere la Lettera a Sila. Qualche settimana fa ho fatto una ricerchina su Google e ho scoperto, con sorpresa, che il testo del libro è liberamente reperibile sulla rete e addirittura in pdf. Poi, non essendo proprio sicuro sicuro della legalità di questa distribuzione, ho esteso le ricerche, ho scoperto con piacere che Ancora lo ha ripubblicato e ne ho ordinato due, una per la mia famiglia e una per regalarla a un nuovo amico prete, in memoria dei vecchi tempi (già che c’ero mi sono preso anche un altro paio dei testi di Fausti in formato elettronico, ma questa è un’altra storia e sarà recensita un’altra volta).

Fra l’altro, ora che scrivo questo articolo vedo che Lettera a Sila sul sito di Ancora è in offerta speciale a € 2,50 fino al 30 novembre (e vedo parecchi altri sconti, compreso uno imperdibile sull’altrimenti costosissimo commentario al vangelo di Giovanni), quindi suggerisco caldamente l’acquisto e anche quello di una copia in più, se avete un amico prete per le mani da scuotere un pochettino.

È stata una rilettura gradevole e per molti aspetti sorprendente.

A distanza di tempo si ammira ancora la sconfinata competenza biblica di padre Fausti, che gli consente di impastare il testo di citazioni scritturistiche secondo un filo coerente (il rischio del pastiche posticcio era evidentemente altissimo). E rimane vivo il sarcasmo, magari bonario ma certamente ficcante, accompagnato a una franchezza estrema, che sospetto fosse l’accoppiata da cui gli amici preti si sentivano pugnalati a tradimento. Per citare esempi di come entrambi funzionano insieme, e del linguaggio:

Ti dico un grande segreto, che molti nel futuro ignoreranno: l’evangelizzazione si fa con l’annuncio dell’evangelo.
Infatti è piaciuto a Dio salvare l’uomo con la stoltezza della predicazione (1 Cor 1,21).
Non arrossire della debolezza dell’evangelo: è la potenza di Dio che salva chiunque l’accoglie (Rm 1,16). Perché la Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio (Eb 4, 12). Dice il Signore: «La parola uscita dalla mia bocca non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero, senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55, 11).
La Parola infatti agisce in chiunque l’accoglie non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale Parola di Dio che opera in chi l’ascolta con fede (1 Ts 2,13).
Alla parola esterna, corrisponde l’attrazione interna del Signore, che apre il cuore ad aderirvi (At 16,14). Infatti lui, oltre che Parola annunciata, è il Maestro interiore che agisce con efficacia, liberando dalle resistenze contrarie e convincendo della verità.
La fede è risposta personale alla proposta di Gesù, il Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20), perché possa riamarlo con lo stesso amore.
Ma come si può amarlo, se non lo si conosce; e come lo si può conoscere, se l’inviato non lo annuncia (cf. Rm 10, 14)?
Sappi che con l’annuncio tu realmente salvi il fratello. Non perché tu sia il salvatore; ma perché il Padre nel Figlio ha già salvato tutti per grazia, e tu, con l’annuncio, ne fai conoscere l’amore, perché tutti lo accolgano e ne vivano.
Non credere di dover «costruire» il Regno. Il Regno di Dio è Dio stesso che regna, e c’è già. Il Regno del Padre, che invochiamo nella preghiera del Signore, è lo stesso Figlio unigenito – benedetto nei secoli – che è venuto, viene e verrà, allo stesso modo in cui l’abbiamo visto camminare e andarsene al cielo (At 1,11).

Oppure:

La salvezza viene dalla debolezza della Parola, e non da altre azioni potenti che sarai tentato di compiere per piegare gli altri alla fede.
L’efficacia del tuo annuncio sarà inversamente proporzionale all’ efficienza dei mezzi che userai.
Non preoccuparti dell’insignificanza e irrilevanza del Regno. Esso è come un chicco di senape, il più piccolo tra i semi della terra (Mc 4,30 s.).
Non angustiarti se il bene sembra perdente: il chicco che non muore non porta frutto (Gv 12,24).
Tu cerca solo di testimoniare Gesù Signore, luce del mondo. E sii certo che una candela fa più luce di mille notti, ed è capace di provocare un incendio che le illumina tutte.
Non vergognarti della tua debolezza. È la tua forza (2 Cor 12, 10)! Infatti ti associa alla parola annunciata, ti espone al rifiuto e alla croce. Ma proprio questa è la forza di Dio, amore più grande di ogni rifiuto e della stessa morte.
Dio ha scelto, per proporsi all’uomo, la modestia e l’umiltà della parola. Infatti l’amore non può imporsi con la forza, perché ama essere riamato in libertà.
Per questo anch’io, pur essendone capace, non ho mai cercato di convincere con sublimità di parola e di sapienza (1 Cor 2, 1). Non bisogna svuotare la croce, svuotamento del Signore (1 Cor 1, 17) e salvezza nostra.
In ogni messaggio, il mezzo che usi è la parte principale dello stesso messaggio. Un mezzo potente sarà sempre messaggio di dominio.

O infine:

Ci possono essere vari catechismi, «idioti» o «ecumenici», ossia particolari o universali. Sono molto lodabili in sé e utili all’umiltà di coloro che li scrivono, i quali, lungi dal correre il pericolo di inorgoglirsi, rischiano di raccogliere un manipolo di ventiquattromila critiche. Essi danno, tanto al lettore che al compilatore, l’opportunità di farsi una panoramica di tutta la dottrina, anche se vista dall’ angolo angusto di quel momento. E comunque da dire che questi scritti, peraltro buonissimi, non sono sempre tanto profittevoli come si desidererebbe.
Per questo nella nostra tradizione più che millenaria la catechesi del popolo è sempre stata la Parola del libro che, narrandoci di Dio, ce lo rivela.
La nostra fede non si radica in un’ideologia o in un’illuminazione, bensì in una storia, in ciò che egli ha fatto e fa per noi. È quindi una realtà, indeducibile e improducibile, che, come ogni altra, è oggetto di comprensione e di racconto.
Per questo è necessario che la nostra catechesi, più che proporre nozioni astratte su Dio, che poi si incollano a Cristo, racconti la storia di Gesù, esegesi del Dio ignoto (Gv 1,18), Verbo dell’Ineffabile, Icona dell’Invisibile (Col 1,15).

Per quanto riguarda le sorprese, una è personale: il mio ricordo è quello di essere stato un giovanotto poco adatto alle letture teologiche e tutto sommato incapace di capirle e portato, insomma, a saltare le parti difficili e respingenti o costretto ad abbandonare i libri a metà perché sovrastato dalla complessità dei temi.

Non so bene quale metro di giudizio usassi su me stesso a quei tempi, ma alla rilettura ho scoperto di avere un ricordo esattissimo di infiniti passaggi (anche alla fine, quindi questo non era uno dei libri abbandonati a metà) e mi sono accorto che anche dei passaggi che non ricordavo mi era rimasto il concetto, che spesso mi sono sentito enunciare in seguito pur non ricordandone la fonte.

Sono rimasto anche colpito, a distanza di tempo, dal linguaggio, peraltro per molti aspetti meno mite di come l’ho descritto all’inizio. Non è solo il fascino dell’impasto biblico, è il come Fausti riesca a mettere tutti e due i piedi nella singola questione attraverso pochissimi giri di parole e a dire compiutamente quello che vuole dire in merito in maniera tanto stringata ma completa.

Alcune sorprese, in realtà, sono conferme: al me stesso di adesso, che magari è un po’ meno fresco ma più esperto, è molto più evidente di quanto mi paresse allora l’impronta ignaziana, e anche le linee di connessione fra questo testo e tutti quegli autori che ho citato prima, che all’epoca riconoscevo simili in maniera istintiva ma senza in fondo essere capace di spiegare fino in fondo perché: il punto comune non è, come dicevo prima, la lectio, il discernimento comunitario eccetera, ma una visione teologica molto più di fondo che, a una certa distanza storica, si apprezza con più precisione.

La domanda finale di una rilettura di questo genere è, ovviamente, se il testo ha ancora un senso o se sia ormai irrimediabilmente datato. A me è sembrato freschissimo e ancora molto fastidioso per tanti, dentro e fuori della Chiesa, come dimostra questo passaggio, che credo rifletta bene anche il contenuto complessivo del libro (e che gratta ancora parecchie sensibilità):

La modernità è crisi del vecchio. Non può quindi essere altro che la morte. Ed è naturale che sia così. Tutto è finito, e deve finire!
Il problema è se l’ultima parola è la fine o il fine.
Quando non c’è speranza di un fine, la modernità è sempre distruttività. Spinto dalla paura della fine inevitabile, l’uomo non può che anticiparne per vertigine la mossa vincente. Ma anche quando la sua speranza è solo ideale, non va meglio: ciò che muore è sostituito da un cadavere che già puzza.
Per questo detesta tutte le ideologie, comprese quelle buone – pretendono sempre di essere tali! Più illudono, più deludono. Illusione e delusione, monotono pendolo di chi vuole felicità senza fare i conti con la realtà! La felicità, chi la cerca non la trova. E un omaggio offerto in dono a chi, facendo ciò che è bene, cerca ciò che ama e ama ciò che trova.
Ci sarà un tempo in cui, per la puntuale smentita di ogni promessa ideologica, non ci sarà più speranza, né di evoluzione, né di rivoluzione.
Soddisfatti, almeno come possibilità, i bisogni animali provvedendo all’utile, si farà consistere il bisogno d’essere uomo – fuoco che arde e non si estingue – nel consumo del futile. Ci si esporrà all’effimero e al caduco, bruciando l’attimo fuggente. Non ci sarà più né passato – è il presente purificato attraverso il crogiolo del tempo – né tanto meno futuro. La stessa memoria per vivere sarà esterna. All’uomo non resterà che la «memoria mortis», destrutturazione e distruzione di tutto ciò che ha ed è.
Il piacere, fiume che dovrebbe essere dell’oblio, ne alimenta il ricordo. Infatti è acqua che dà sete. Solo la gioia è acqua che disseta.
Il cristianesimo non è di sua natura tradizionalista o conservatore; non si oppone alla modernità. Nonostante tutti i pii tentativi, cominciati subito appena possibile, il corpo di Cristo non si riuscì a imbalsamarlo. La nostra tradizione da conservare è la memoria di un novum assoluto tanto desiderabile quanto impensabile.
Il cristianesimo è crisi del vecchio e sua morte, ma non in nome di una «memoria mortis», bensì di una «memoria vitae»: il Signore Gesù, come conseguenza ultima di una vita tutta spesa nell’ amore, ha svuotato il sepolcro. Questo è il fatto da ricordare, da portare-al-cuore di ogni presente, aprendolo al suo futuro e rompendone il guscio mortale.
Alla memoria della fine, ineluttabilmente vitanda e inevitabile, il credente sostituisce la memoria del fine, liberamente amato e perseguito.
La modernità distruttiva, che cancella il tempo, cede il passo alla modernità costruttiva. Nasce la possibilità di un cammino, di una storia con un prima e un dopo rispetto al qui e ora. Il presente non è più un punto inesistente sospeso nel vuoto, ma ponte da una riva all’ altra. Ciò che era si fa memoria, capacità di progettare e fare ora ciò che ancora non è.
Il cristianesimo si differenzia dall’ideologia perché non celebra un’ipotesi futura, bensì la memoria di un fatto che non solo è stato, ma anche ha la forza di fecondare il presente e anticipare il futuro. Il passato è padre di un presente in grado di generare il suo futuro. Il tempo non è più l’attimo irrepetibile – solo la morte è irrepetibile! – ma il crescere paziente e quotidiano del novum.
Ogni realtà non è un prodotto con scadenza immediata, da consumarsi all’istante, che subito sfugge. Tutto è tessera di un mosaico che la mano sapiente di Dio sta eseguendo. Nella nostra storia egli va disegnando il volto stesso di suo Figlio, fino a quando sarà tutto in tutti (1 Cor 15,28).
Questo, e non un altro migliore o possibile, è il mondo che Dio ama e nel quale agisce. Quindi non dire con semplice nostalgia o con vuoto desiderio: «Ci fu un tempo», o «ci sarà un tempo». Ciò che fu e ciò che sarà non è. Dio invece è colui che è. Per questo il tempo migliore è sempre il presente. Infatti è l’unico che c’è, nel quale incontriamo la Presenza di colui che è.
Certamente la realtà in cui viviamo è complicata e lo sarà sempre di più. Non fare indebite semplificazioni.
Tu con un occhio cerca di abbracciarne tutta la complessità. Ma non fare di questa l’alibi al discernimento e alle scelte. L’altro tuo occhio sia rivolto con purezza all’ azione di Dio, di cui già ti è stata donata la memoria.
Senza questo strabismo, non sarai né uomo né credente. Negherai infatti sempre la realtà dell’uomo e quella di Dio, che in essa opera e non altrove.

Facebook Comments

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:

Questo sito usa cookie o permette l'uso di cookie di terze parti per una vasta serie di funzionalità, senza le quali non potrebbe funzionare con altrettanta efficacia. Se prosegui nella navigazione, scorri questa pagina, clicchi sui link presenti nel sito, commenti un contenuto, condividi una pagina o un articolo, scarichi un file, visualizzi un video o utilizzi un'altra funzione presente su questo sito stai probabilmente attivando un cookie e acconsenti quindi implicitamente all'utilizzo di cookie. Per capirne di più o negare il consenso leggi la cookie policy - e le informazioni sulla osservanza della GDPR

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi