“Stare” in rete o “essere” in rete

Sono molto grato a Carla Anolfo, Vicepresidente per il Settore adulti della nostra AC diocesana che, nel suo quotidiano sforzo di animazione della pagina Facebook dell’AC, ha segnalato un importante articolo di padre Antonio Spadaro, SJ, intitolato «La rete, risorsa di senso», che mi era del tutto sfuggito.

Di Padre Spadaro ho ordinato l’ultimo libro, sempre sulla presenza in rete, che da almeno una decina di giorni mi attende in libreria senza che io riesca mai a passare a ritirarlo. Padre Spadaro è direttore della Civiltà Cattolica, componente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali e uno dei massimi esperti della comunità cristiana sulla presenza in rete (tiene tra l’altro un paio di blog abbastanza seguiti, di cui questo è il principale): era quindi la persona giusta da chiamare a commentare sul sito nazionale dell’AC il tema, annunciato dal Papa pochi giorni fa, della 47ª giornata delle comunicazioni Sociali: «Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione». La giornata si celebrerà nella domenica precedente la Pentecoste (12 maggio), e il messaggio vero e proprio della giornata è pubblicato tradizionalmente il 24 gennaio, festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.

L’articolo di padre Spadaro è molto condivisibile. Al contrario della (cattiva) interpretazione che del suo pensiero ha dato il titolista di news.va (l’organo di informazione digitale della Santa Sede), che ha scritto: «Giornata Comunicazioni Sociali 2013 sulle “Reti Sociali”. P. Spadaro: il Papa ci esorta a evangelizzare Internet», il suo pensiero è del tutto contrario:

La sfida è chiara: non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso radicalmente con gli altri della nostra vita. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che la Rete è parte del nostro ambiente vitale, e che in essa ormai si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza.

Il pensiero è cioè quello che non si tratta di “evangelizzare Internet” (che è una tecnologia, e non si evangelizza una tecnologia: pensiamo come ci suonerebbe la frase: «occorre evangelizzare il telefono») ma di superare il

 «dualismo digitale». Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni. Finché si dirà che bisogna uscire dalle relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia

che porta a separare gli ambiti vitali finendo, in questo modo, per frammentare anche l’esperienza di vita delle persone (e alla persona frammentata e divisa non si può annunciare il Vangelo, come insegna l’episodio del giovane indemoniato gadareno di Mc 5,1-20) . L’articolo prosegue con riflessioni che sono indubbiamente di maggior peso, ma questo mi sembra il punto centrale.

Per dirla in altro modo, sto leggendo in questo periodo un altro libro sulla presenza in rete e la costruzione di comunità digitali, di Mafe de Baggis (spero di recensirlo presto): vi si ripete come un mantra una (scomoda) verità, cioè che non si può costruire socialità in rete se non si è mai sperimentata, se non si vive, la capacità di socialità offline: perché non sono due cose diverse, ma la stessa. Ed è l’ignoranza di questa semplice verità che porta, spesso, a rendere velleitari tanti progetti di socialità sulla rete pensati in ambito parrocchiale o associativo.

Il che non vuol dire, naturalmente, che la conoscenza degli strumenti digitali e il saperli usare non sia necessario, e anzi decisivo: proprio la pubblicazione del nuovo sito diocesano della Chiesa cattolica di Cagliari, di cui abbiamo parlato avantieri,  dimostra come un buono strumento può rendere più facile, piacevole ed efficace la comunicazione e aiutare a costruire comunità. L’importante è non confondere lo strumento col fine, e credere che un buono strumento di comunicazione faccia già di per sé buona evangelizzazione.

Sotto il punto di vista della consapevolezza e della capacità di utilizzo dei mezzi informatici non possiamo nasconderci che molte delle nostre parrocchie o associazioni cristiane, come pure tutto il vasto mondo della cooperazione sociale e dell’associazionismo anche laico, spesso faccia fatica. Si tratta di un limite di mezzi a disposizione, anche, perché negarlo? finanziari, ma anche di un problema di formazione.

È seguendo un po’ questa linea di pensiero che, con Andrea Salidu (che collabora più o meno con ultimotriennio), sto preparando una serie di seminari sulla presenza in rete della realtà, associazioni e imprese, sociali, sostenibili e solidali (fra le quali rientra del tutto anche l’associazionismo cattolico). Io lo faccio per Banca Etica, e Andrea per la sua società E-Tandu, ma non credo che sia un caso il fatto che entrambi abbiamo maturato la nostra sensibilità in Azione Cattolica.

Il primo seminario è domenica prossima: per varie cose, vede una presenza maggiore delle realtà economiche più che della comunità cristiana. Abbiamo ancora posti liberi, ma non è questo il punto: è che le esigenze sono simili, e che mettere in cantiere percorsi simili (anche, naturalmente, non organizzati da noi, sarebbe probabilmente una buona idea anche per la comunità cristiana).

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