Ma come mai…

Roberto SeddaMi dice l’altra sera a cena mia sorella: «Ma come mai sul blog di queste esercitazioni NATO e di tutto il resto non hai parlato? Eppure sono argomenti che ti interessano…» e un po’ il tono suggeriva, anche, che magari sono pure un pochino più importanti di altre cose alle quali invece ho dedicato un articolo.

È un po’ la stessa cosa che mi sono chiesto oggi, pensando alla strage di Parigi. Ne parlo? Non ne parlo?

In realtà ormai sono allenato. Sono in fondo decisioni già prese da tempo, che si potrebbero riassumere così: se ho qualcosa da dire, la dico. Altrimenti no. “Qualcosa da dire” andrebbe interpretato con l’aggiunta anche di una serie di specificazioni: qualcosa di diverso. E qualcosa che io per primo pensi che valga la pena di leggere (e anche di scrivere).

Se no, preferisco tacere.

Un po’, lo ammetto, è snobismo. Mi fanno orrore quelli che si accodano ai polveroni mediatici, e non mi ci voglio confondere.

Un po’ è prudenza: quando parte la cavalcata dei media è facile fare il gioco di altri. Io ho dato i soldi all’Operazione Arcobaleno, tanti anni fa, e preferisco evitare di ripetere.

Un po’, come oggi, è rispetto: che se fossi io, lì a piangere i miei cari, mi farebbe davvero piacere leggere tutta ‘sta gente che sproloquia del mio dolore?

Un po’, come la scorsa settimana per le esercitazioni, è percezione dell’inutilità: tutto è già stato detto, tutto è molto chiaro. Pretendere di andare là con la parola che mondi possa aprire, che squadri da ogni lato, è presunzione.

Un po’ è che non mi arrabbio abbastanza: quando sono seccato, infatti, sul blog le cose le tiro fuori, come avrebbe detto Guccini: se son di umore nero allora scrivo. Altre volte mi vengono cose diverse: per esempio ieri leggevo tutta una serie di commenti su Parigi, ISIS eccetera (anche piuttosto aberranti) e non mi è venuto da entrare nella discussione; invece ho pensato che c’è un gioco che vorrei scrivere da tempo e che adesso è urgente finirlo. Probabilmente la mia opinione la troverete là dentro.

Un po’, soprattutto, è che sono cresciuto così. Nel diario di quand’ero adolescente avevo riportato una frase di Violeta Parra: Io non prendo la chitarra per ottenere un applauso; io canto della differenza fra il certo e il falso, altrimenti, non canto. E appartengo a una generazione di cattolici che si è spesso negata il piacere (e forse il dovere) di scendere in piazza o entrare nel dibattito pubblico per testimoniare che lavorare per la Parola è più importante che affidarsi alle parole.

È giusto? È sbagliato?

Onestamente non lo so. Quel che ho deciso è questo, più o meno. Mi sembra un tema interessante, comunque, cioè domande da farsi spesso e sempre e sulle quali sentire anche quali sono le risposte degli altri.

Però per il momento non ho scritto e non scriverò, credo, come in altre occasioni. Se qualcuno vuole più o meno intuire come la penso può leggere un vecchio articolo sugli integralismi, un reportage di The Atlantic su quanto sia islamico l’ISIS (risposta: molto) e un editoriale di Famiglia Cristiana davvero molto condivisibile.

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