Quello che ho detto alla Carovana sul lavoro a Iglesias

Sabato, accompagnato da Gaetano, sono andato a Iglesias per partecipare alla tavola rotonda sulla dignità del lavoro organizzata dalle chiese evangeliche italiane. Con me sul palco c’erano le pastore Cristina Arcidiacono e Antonella Visintin, don Salvatore Benizzi e Raffaele Callia, direttori rispettivamente degli uffici della pastorale sociale e della Caritas della diocesi di Iglesias, e Francesca Madrigali che moderava.

Formalmente andavo lì a rappresentare Banca Etica, anche se in realtà mi era stato chiesto un intervento dal taglio personale (e poi si sa che alla fine faccio sempre di testa mia e quindi la “rappresentanza” è sempre un po’ a rischio).

Mi ero preparato due linee di intervento. Una nel caso che mi avessero chiesto se Banca Etica poteva essere definita una buona pratica o magari una “bella storia”. La risposta breve sarebbe stata: «Io non credo nelle buone pratiche, credo nelle comunità che si autoorganizzano (e Banca Etica lo è)». La risposta lunga sta nell’articolo di sabato scorso.

E l’altro era un intervento pensato e ripensato per essere rispettoso del contesto di impegno religioso da cui scaturiva l’iniziativa e legato alla dimensione della Parola che unisce insieme noi cattolici e i fratelli della Riforma che avevano organizzato la serata. E questo è più o meno l’intervento che, dopo avere presentato a grandi linee Banca Etica, ho fatto e che riporto qui sotto (sapete che parlo sempre a braccio, quindi non garantisco sulla precisione parola per parola):

Ho provato a “raffinare” se non tutta almeno una parte della mia esperienza in Banca Etica in pochi punti e a ancorare ciascun concetto a una figura biblica (una “icona”, potremmo dire) o a un episodio: sono venuti fuori alla fine tre concetti e altrettanti personaggi biblici.

Il primo che vorrei qui evocare è San Tommaso l’Apostolo, Didimo per capirci. Tommaso non ha buona fama popolare: è ricordato per essere lo scettico, “San Tommaso che non ci crede se non ci mette il naso”. Eppure il Vangelo documenta che a un certo punto Tommaso fa una cosa straordinaria, che nessun altro apostolo ha fatto.

L’episodio è raccontato nel Vangelo di Giovanni, al capitolo 11, versetti dal 7 al 16: siamo dalle parti della resurrezione di Lazzaro. Dopo avere saputo della malattia dell’amico e avere stranamente indugiato Gesù annuncia ai discepoli che vuole ritornare in Giudea e quelli gli dicono, più o meno: «Come?! L’ultima volta là ti volevano lapidare, ne siamo appena scappati e tu ci vuoi tornare?!».

Gesù risponde con un discorso incomprensibile, sul fatto che il giorno ha dodici ore e chi cammina nella luce non si deve preoccupare mentre se cammina di notte allora non va bene: uno di quei discorsi che i discepoli non riuscivano mai a capire se Lui non glielo spiegava e che ci fa provare un po’ di pena per loro, poveretti.

Ed è allora che Tommaso fa, grosso modo: «Beh, ragazzi, che ve devo di’? Famo a fidasse: andiamo a Gerusalemme a morire con lui».

Non mi chiedete perché abbia sentito il bisogno di far parlare Tommaso con accento romanesco: non lo so. Mi è venuto così e così vi riferisco.

Dice proprio così Tommaso: «Andiamo a Gerusalemme a morire con lui». Nessun altro prende mai nei Vangeli questa posizione assoluta: non Pietro, invece assurto molto di più alla gloria degli altari (Mt. 16,21-23), non i figli di Zebedeo (Mc 10,35-44) né nessun altro.

È evidente dal testo che Tommaso sicuramente non capisce: si lascia portare in avanti, o meglio, permette che qualcuno lo porti avanti, sapendo bene che le conseguenze possono essere gravissime; sente, sostanzialmente, di non avere scelta, di non potere abbandonare il Maestro, e poi sarà quel che sarà.

Perché mi è venuto in mente Tommaso?

Perché, come ho raccontato altre volte, devo confessare che in fondo io non ci credevo che ce l’avremmo fatta a fare Banca Etica, che nel periodo in cui sono entrato nel progetto voleva dire riuscire a raccogliere dodici miliardi e mezzo di vecchie lire. Pensavo: «Vabbeh, facciamo ‘sto sforzo e poi se non funziona pazienza. Restituiremo i soldi, qualcosa faremo». E anche dopo, ogni volta che siamo cresciuti, ho sempre avuto tante paure che non fosse possibile davvero fare quel che ci si proponeva: «Come, non avremo solo una sede centrale ma apriamo filiali in giro per l’Italia? Noooo, dai, ragazzi».

Eppure mi sono sempre impegnato in Banca Etica, ho avuto anche incarichi di responsabilità, mettendoci la faccia: sentendo sempre, sostanzialmente, che non c’erano alternative. Credo che sia stato così anche per molti altri.

Vorrei essere chiaro: non sto parlando qui del banale contrasto fra ottimismo della volontà e pessimismo della ragione. Penso piuttosto che si possa dire che mi sono assunto  pienamente – ci siamo assunti – il rischio del fallimento. La consapevolezza di una partita che andava giocata – che non si poteva non giocare – anche se i limiti del campo di gioco non erano proprio del tutto chiari e la possibilità di vittoria piuttosto esile.

C’è una citazione di Brecht che mi pare adeguata (tutte le volte che Cristina mi invita a un incontro finisce che cito la Bibbia e Brecht insieme). Quando il poeta scrive una lunga ballata per ripercorrere la sua esperienza di rivoluzionario e consegnarla ai posteri scrive:

La meta era lontana, quasi inattingibile
eppure i potenti posavano più sicuri senza di noi
o almeno così speravamo.

La citazione è, ho viso oggi, inesatta, nel senso che unisce pezzi di due strofe: il senso però è reso correttamente.

Mi sono chiesto, ieri prima di addormentarmi, se al di là della testimonianza personale avesse senso dire quelle cose in un territorio devastato come quello del Sulcis, e sentirle dire da me che vengo da fuori e sono, in fondo, uno “garantito”: lavoro a tempo indeterminato, casa…. Altri interventi avevano evocato il tema del calo della militanza: la mia è una risposta troppo sbrigativa?

Alla fine mi sono addormentato sereno: perché assumersi il rischio del fallimento, credo, si può chiedere a tutti, quando il Maestro parte e chiede di seguirlo (diciamo così per i credenti) o quando i potenti poserebbero più sicuri senza di noi (e vale per tutti).

A proposito di mete lontane nel tempo. La seconda riflessione che ho fatto, preparandomi per questo convegno, è stato ricordarmi che quando Banca Etica è stata fondata, nel 1999, pensavo serenamente che avremmo fatto questa esperienza per, non so, quindici anni, e che poi saremmo passati a fare qualcos’altro. Per l’esattezza pensavo che fosse naturale aspettarsi che prima o poi – diciamo nel giro di un paio di decine d’anni – la Banca finisse per istituzionalizzarsi, per consolidarsi, e che la fiaccola dell’innovazione sociale passasse a qualcos’altro.

Ero e sono su questo molto sereno. Faccio mie le parole di Giovanni Battista (Gv 3,22-30) quando i suoi discepoli gli vanno a dire che anche Gesù e i suoi hanno cominciato a battezzare. Giovanni risponde: «Egli deve crescere e io invece diminuire». Ecco, io mi immaginavo che dopo di noi venisse qualcuno di migliore, al quale non fossimo degni di sciogliere i legacci dai calcari (Lc 3,16).

Noi abbiamo festeggiato  l’anno scorso i quindici anni di vita. Devo dire, con sorpresa e anche un po’ di preoccupazione, che non è ancora giunto il momento di metterci in disparte. Trovo che Banca Etica sia ancora sulla frontiera dell’innovazione. Anzi se vogliamo trovo che ci stia anche in posizione più solitaria rispetto a quando è stata fondata. Detto nel pensiero di Giovanni Battista, se questo Messia decidesse di farsi vivo saremmo tutti più contenti. Invece il Messia, cioè un nuova ondata di soggetti portati all’innovazione sociale, tarda a comparire, mannaggia.

Lo dico in altro modo: una banca è una struttura di servizio. Esiste perché altri la usino: imprenditori sociali, movimenti, comunità. Noi dovremmo seguire e servire dei rivolgimenti sociali: invece oggi mi sembra che i vari soggetti che hanno fondato Banca Etica e per i quali la Banca è nata si siano spesso, loro, istituzionalizzati o abbiano perso la loro spinta propulsiva, senza che molto altro appaia all’orizzonte per sostituirli.

Questo spinge spesso la Banca a operazioni di supplenza politica, o alla ricerca di aprirsi da sé nuovi mercati, compiti che sono a un tempo faticosissimi e rischiosi.

Ammetto che questa, senza il riferimento a Giovanni Battista, è una cosa che dico spesso: chi vuole ritrovarla in un’altra versione può controllarsi un intervento fatto all’Assemblea dei soci di Sassari quasi due anni fa.

La scelta del terzo personaggio nasce proprio da questa riflessione che riguarda coloro che usano la Banca e coloro che non la usano.

Vorrei ricordare, a questo proposito, l’episodio del cieco nato (Gv 9,1-40). In particolare, dopo la sua guarigione, il momento della sua contesa con i farisei che l’interrogano. Anche plasticamente ci si immagina le due parti che durante la discussione sono divise e lontane, nella sala: il cieco da una parte e i suoi inquisitori dall’altra. Niente in mezzo, perché non ci può essere posizione intermedia.

Per formazione sono sempre stato abituato a considerare le sfumature e le scale di grigio, piuttosto che dividere il mondo in bianco e nero. Mi rendo conto però che l’esperienza che ho fatto e che continuo a fare in Banca Etica mi porta progressivamente ad abituarmi a dividere il mondo fra coloro che scelgono la finanza etica e coloro che non la scelgono. Senza niente in mezzo.

È chiaro che qui non parlo del piccolo risparmiatore che non riesce a usare il conto on line ma di organizzazioni, di persone con possibilità di scelta, di attori sociali?

C’è un punto di caduta oltre il quale non sono possibili compromessi: avevo addirittura pensato di scegliere, come brano biblico, quello in cui Mosè, dopo il vitello d’oro, spacca il popolo d’Israele fra fedeli e infedeli (Es 32,25-28) al grido di: «Chi è per il Signore stia al mio fianco!», solo che in quel brano poi si finisce con lo spargere il sangue e non mi pareva il caso. Però lo ripeto: ho scoperto che si può tracciare un confine netto fra chi sceglie la finanza etica e chi non la sceglie,e che questo confine spesso non segue le linee con le quali il senso comune o le ipotesi giornalistiche o certa politica tende a distinguere i buoni dai cattivi. Eppure chiedersi dove ciascuno tiene i propri soldi – dove ciascuno di noi tiene i propri soldi – è un criterio interpretativo del mondo molto più esatto di tanti altri.

Grazie dell’attenzione.

Certo che in un convegno in cui il tema del lavoro era al centro io non ne ho parlato (quasi) per nulla. Però c’è molta politica, se si legge fra le righe, e questo mi è sembrato adeguato.

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