Cosa scrivere, questo è il problema

Quando ho iniziato a scrivere questo blog, mi sono dato alcune regole, la più importante delle quali era che avrei scritto principalmente per me. La regola ha una serie di corollari di cui ho già parlato intorno all’epoca dell’attentato a Charlie Hebdo: fondamentalmente che se non mi sembra di avere qualcosa da significativo da dire, non scrivo.

È un po’ la stessa cosa che mi sono chiesto oggi, pensando alla strage di Parigi. Ne parlo? Non ne parlo?
In realtà ormai sono allenato. Sono in fondo decisioni già prese da tempo, che si potrebbero riassumere così: se ho qualcosa da dire, la dico. Altrimenti no. “Qualcosa da dire” andrebbe interpretato con l’aggiunta anche di una serie di specificazioni: qualcosa di diverso. E qualcosa che io per primo pensi che valga la pena di leggere (e anche di scrivere).
Se no, preferisco tacere.
Un po’, lo ammetto, è snobismo. Mi fanno orrore quelli che si accodano ai polveroni mediatici, e non mi ci voglio confondere.
Un po’ è prudenza: quando parte la cavalcata dei media è facile fare il gioco di altri. Io ho dato i soldi all’Operazione Arcobaleno, tanti anni fa, e preferisco evitare di ripetere.
Un po’, come oggi, è rispetto: che se fossi io, lì a piangere i miei cari, mi farebbe davvero piacere leggere tutta ‘sta gente che sproloquia del mio dolore?
Un po’, come la scorsa settimana per le esercitazioni, è percezione dell’inutilità: tutto è già stato detto, tutto è molto chiaro. Pretendere di andare là con la parola che mondi possa aprire, che squadri da ogni lato, è presunzione.
Un po’ è che non mi arrabbio abbastanza: quando sono seccato, infatti, sul blog le cose le tiro fuori, come avrebbe detto Guccini: se son di umore nero allora scrivo. […]
Un po’, soprattutto, è che sono cresciuto così. Nel diario di quand’ero adolescente avevo riportato una frase di Violeta Parra: Io non prendo la chitarra per ottenere un applauso; io canto della differenza fra il certo e il falso, altrimenti, non canto. E appartengo a una generazione di cattolici che si è spesso negata il piacere (e forse il dovere) di scendere in piazza o entrare nel dibattito pubblico pur di testimoniare che lavorare per la Parola è più importante che affidarsi alle parole.
È giusto? È sbagliato?
Onestamente non lo so. Quel che ho deciso è questo, più o meno.

Sinora avevo sempre rispettato queste regole con un certo orgoglio, o forse autocompiacimento.

La settimana scorsa, prima settimana di quarantena, invece ha prevalso lo spaesamento. Avevo voglia di scrivere, ma non mi veniva quasi niente, anche se per altri aspetti è stata una settimana intensa, di videoconferenze, videochiamate, telefonate, riflessioni. E di cose pratiche innumerevoli da fare, organizzazioni di casa, organizzazioni di lavoro.

E ansie e paure, ovviamente.

Una certa paralisi, insomma. Tutti i motivi per i quali spesso decido di non scrivere una certa cosa agivano di concerto, spietatamente, per bloccarmi. Parlare di un film: non sarà troppo svagato? Commentare l’attualità? Può fare più male che bene. Parlare di dinamiche di comunicazione della scienza? Poco opportuno, poco rispettoso. Fare cronache buffe della vita familiare da reclusi? Troppo blasé e poi, insomma, ho poca voglia di ridere. Elencare libri interessanti sulle epidemie che sto leggendo? Macabro. Elencare risorse utili (film in libera circolazione, musei aperti virtualmente)? Ci sono già elenchi dappertutto. Organizzare webinar? Ce ne sono migliaia, probabilmente di gente più brava di me.

Un po’ poi ho capito cos’è, a dir la verità.

È ansia. Cioè, tutte le verifiche che faccio abitualmente prima di scrivere qualcosa hanno senso, continuano ad avere senso.

In resto è ansia.

Ho passato la domenica a pensarci, e alla fine ho deciso che, in fondo, non cambia niente. Se ho voglia di scrivere scrivo. Ho anche visto che ho un elenco lungo un chilometro di cose messe da parte per segnalarle, di articoli da tradurre, eccetera, quindi da domani si riprende.

Cioè, avevo deciso di riprendere da oggi, poi ho passato la mattina a smanettare sui sistemi per lavorare da remoto (senza capirci granché, oltretutto) e di sera a fare altre cose, e quindi anche oggi è passato. Ma da domani si riprende, ecco.

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