Tre consigli per renitenti

Mi sono riletto, ieri l’altro, Fare il morto di Enrico Euli, un po’ come antidoto al livello asfissiante di propaganda che ci circonda in questo periodo. È stata una soluzione di ripiego perché il testo di Enrico più adatto sarebbe stato Casca il mondo!, ma quello avrebbe richiesto una lettura più ampia e mi sono accontentato.

La tesi fondamentale di Fare il morto è un invito alla renitenza: come Bartleby lo scrivano acquisire una imperturbabile capacità di dire: «Preferirei di no». Enrico lo dice in vista di una strategia di mantenimento di una integrità personale (non morale: ma fisica e cognitiva) in una situazione di fatto delirante. Mi veniva da pensare che adottare il Preferirei di no come motto migliorerebbe anche un tantino – e anche di più – il gioco politico, evitandoci gli arruolamenti forzati che sono una caratteristica dell’oggi: non si può non commentare la minchiata detta da questo o da quello! Preferirei di no. Non puoi non condividere per la centesima volta una notizia, come se fossi l’unico che ne è in possesso. Preferirei di no. Non puoi non andare alla tale manifestazione o mostrare solidarietà al tale o al talaltro! Preferirei di no. Non puoi non rimanere debitamente colpito dalla tale statistica o dalla tale interpretazione dei dati e farla del tutto tua. Preferirei di no. Non puoi non leggere e commentare la rubrica, il sito, l’amaca, l’angolo, l’editoriale del tale e del talaltro, e soprattutto, non puoi non leggere le risposte e le controrisposte e le risposte alle controrisposte. Preferirei di no. Non puoi non capire che gli immigrati, i razzisti, i fascisti, gli antivaccinisti, i politici, il patriarcato, le banche, il gender eccetera sono lì fuori della porta che non aspettano altro che di cambiare il tuo stile di vita e opprimerti per sempre se non reagirai esattamente come vogliono il gender, le banche, il patriarcato, i politici, gli antivaccinisti, i fascisti, i razzisti o gli immigrati. Preferirei di no: sono tutti tentativi di privazione della capacità di giudizio personale, e sarebbe meglio preferire di no. Poi magari ci cascherai lo stesso, ma meglio che sia una volta su cento che sempre.

Seguendo il filo del dibattito politico, ci sono altre due forme di renitenza che si possono suggerire, credo. Una è stata inventata dal genio provocatorio di Bonvi: Semplici conoscenti. Il dibattito è estremamente polarizzato, e tende a richiedere sempre e comunque che uno si schieri: amici o nemici, appunto. In realtà, chi l’ha detto mai? La maggior parte delle occasioni, nella vita, non richiede affatto di tracciare una linea, tu di là e io di qua: sono, devono essere, casi straordinari, quei tre valori non negoziabili di cui parlava Gandhi. Ma se su tutto occorre avere un’opinione definita, e se ogni opinione definita genera un discrimine irriconciliabile, allora è un delirio (infatti è un delirio).

Che poi, che palle, tra l’altro. Se ogni cosa è coperta da un tabù morale, se tutto diventa una questione etica inevitabile la vita diventa noiosissima e non ci si può godere più niente, fra l’altro. Meglio rispondere Semplici conoscenti. So di non sapere.

E siamo a due. Preferirei di noSemplici conoscenti. Il terzo motto che vorrei suggerire è molto cagliaritano: è l’intraducibile frase ma ri pozzu toccai?!

Cioè, intraducibile: in realtà si traduce benissimo, vuol dire ma ti posso toccare?! Solo che è l’uso, che va oltre il senso letterale, che non è facile da spiegare: preceduta di solito dall’appello Ascu’ (“ascolta”) serve a segnalare a qualcuno che l’ha detta grossa e che non solo tu non ci sei cascato, ma lui è un cretino e dovrebbe vergognarsi (Ah, quindi saresti il fidanzato segreto di Jennifer Lawrence? Ascu’, ma ri pozzu toccai?!), oppure che il tentativo di pretendere una qualche sorta di superiorità morale è davvero improponibile e non solo tu non ci sei cascato, ma lui è un cretino e dovrebbe vergognarsi (Ah, cioè, tu non l’hai pagato da due anni e adesso vorresti convincermi che non ha fatto bene a tagliarti le forniture? Ascu’, ma ri pozzu toccai?). Parte del significato, in realtà, è legato alla gestualità: perché se riesco a toccarti ti darò una caratteristica spintarella di congedo sull’omero unita all’invito e inza’ baccagai (che si capisce): sei un cazziere e non meriti, al momento, di stare nel consesso civile, occupati in altre più consone faccende, tipo alleggerirti del carico che ti riempie.

Il ma ri pozzu toccai?! racchiude un esplicito giudizio negativo, perfino liquidatorio, ma è contemporaneamente temperato: raramente porta alla rissa, per esempio. Intanto perché smaschera: esprime una verità che il pubblico circostante conosce bene e non permette di continuare a pescare nel torbido; se continui ad agitarti ci fai solo una figura peggiore. E liquida con quel tanto di misto fra lo scherzoso e il tagliente che tende a escludere l’escalation: per dire, chiarisce che non ti sto prendendo a schiaffi, come pure meriteresti, e certamente, anche considerato il baccagai, non è direttamente insultante; censura il comportamento, non la persona. E infine chiude lì la questione: basta, ti ho detto quel che ti meriti, non mi sono neppure scaldato troppo nel farlo, passiamo ad altro.

Sono convinto da un po’ che la diffusione dell’uso della saggezza cagliaritana del ma ri pozzu toccai?! migliorerebbe di gran lunga il dibattito sui social, per esempio: è franco ma non insultante (non tanto, insomma), smaschera, evitando un sacco di schermi di fumo, non è livoroso, non richiede di attaccare qualcuno con la bava alla bocca e soprattutto la chiude lì, evitando le sequenze di non mi hai fatto niente faccia di serpente che va per la maggiore.

Sesetto, ‘fisio, Cicci, Antiogu o chiunque abbia inventato il ma ri pozzu toccai era un uomo saggio. Avendrace era saggio: sii come Avendrace.

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