Quattro lezioni dalla scissione del PD per le organizzazioni a movente ideale

Tessera si, tessera no

Leggevo ieri su Facebook l’ennesima dichiarazione di un conoscente, una persona per quanto ne so buona e onesta, che dichiarava che non avrebbe rinnovato la tessera del PD.

Lo so: in parte è un tormentone, compreso tutto il codazzo di commenti sul genere: no dai, proviamoci ancora a cambiare le cose dal di dentro, oppure: aho, ma chittevole, macchittecerca, anvedi questo, e vattene, da una parte e dall’altra.

E in parte sono evidentemente dichiarazioni strumentali, segnali lanciati da una parte all’altra dello schieramento, rafforzamenti del posizionamento, incoraggiamento ai seguaci e cose così.

O semplicemente sono posizionamenti alla Moretti, mi si nota di più se dico che non rinnovo a tessera o

Tutto vero. Credo però che non si possa negare che nella base, non nel ceto politico nazionale, la scissione è vissuta emotivamente. È vissuta davvero come una rottura di un insieme di rapporti, di un progetto comune, di una storia.

E pensavo: sarebbe bene che del “caso PD” facessero un caso di studio importante le organizzazioni, non tanto gli altri partiti, ma le medie o grandi organizzazioni portatrici di ideali, i gruppi di volontariato, tutti coloro la cui forza non sono solo i numeri, ma un patrimonio di tipo ideale, una fiducia che l’opinione pubblica ripone in loro implicitamente, una identità spendibile; oppure quelle organizzazioni, anche commerciali, la cui merce è essenzialmente un marchio, una identità, e quindi, ancora una volta, per le quali conta più il patrimonio ideale che quello economico.

Perché la capacità del PD di depauperare nel giro di pochissimi anni il proprio patrimonio ideale dovrebbe indurre tutti, ma proprio tutti, a studiare e ristudiare la sequenza dei fatti, alla ricerca di tutti gli errori individuabili, per poi fare accurati training ai propri quadri dirigenti, per dire: guai a voi.

Io di lezioni ne ho individuate quattro, che vi racconto. Prima però credo sia opportuno chiarire la mie premesse.

Le premesse

  1. Parto dall’idea che la scissione sia un danno per il PD e l’ultimo atto di una crisi radicale esplosa con il caos successivo alle elezioni del 2013, in particolare col tradimento delle aspettative dell’elettorato e il rovesciamento delle alleanze; non penso però che si possa dire che si tratta della fine del PD o del segnale che non potrà più, mai più, vincere le elezioni: fra alchimie del sistema elettorale e andamento della roulette al casinò Italia tutto è ancora possibile, in futuro.
  2. Parlo del 2013 come di uno spartiacque sapendo benissimo che non è che prima il partito scoppiasse di salute. Ma nonostante tutti gli acciacchi era ancora capace di vincere le elezioni – quell’anno Grillo non le ha vinte e Berlusconi è stata bravo a quasi-pareggiare, semmai – e manteneva solido un patto col proprio elettorato, il quale continuava serenamente a perdonargli un bel po’ di cose. È dopo quel momento cruciale che elettorato storico del PD e classe dirigente si divaricano in maniera crescente.
  3. Ma se il PD – meglio: Renzi – potrà ancora vincere, perché la scissione è un danno? Perché segna plasticamente la fine di una diversità, di una superiorità morale della quale il PD si poteva fregiare come erede dei grandi movimenti popolari del ‘900 e come alfiere delle idee di eguaglianza e di solidarietà di cui quei movimenti erano portatori (sono idee buone, che gli avversari possono considerare stucchevoli, inutili o addirittura dannose, ma garantiscono comunque il vantaggio morale nella tenzone politica, obbligando l’altro a procedere in salita). Fino al 2013 alla battuta di Grillo sul PD meno elle l’elettorato del PD reagiva aggrappandosi a quell’eredità, dopo il 2013 la frase è stata usata sempre meno dagli avversari e sempre più dagli oppositori interni e dai transfughi. Di quelle idee di solidarietà e di eguaglianza nessuno oggi può farsi interprete credibile: non Renzi, al quale di quelle non è mai fregato nulla, né gli scissionisti, che hanno permesso che se ne facesse strame per tre anni. Non è una perdita da nulla: rimuove dallo scenario politico italiano l’ultima utopia esistente, senza la quale qualunque vittoria politica potrà essere volta a volta quotidiana o banale o partigiana o efficace o cruciale o chissà che ma non carica di afflato ideale. Non è mica poco, tanto più per un capo carismatico come Renzi che si presenta come uomo del destino.
    Sul rischio elettorale di recidere il cordone ombelicale coi propri mondi di riferimento e l’esigenza di ricrearsi una base sociale ex novo non mi soffermo, perché è comunque evidente.

Le lezioni

Faccio parte oggi di due grandi organizzazioni a movente ideale, Banca Etica e l’Azione Cattolica. Di entrambe sono o sono stato un dirigente di vario livello e ieri ho ripassato mentalmente alcune scelte delicate o decisioni alle quali ho assistito o partecipato. Poi ci sono i Fabbricastorie, che sono certo piccolissimi ma sono comunque un’associazione di volontariato. E poi in vita mia ho fatto parte o ho collaborato con migliaia di altre organizzazioni. Ne vedo, ne sento tante, in tavoli, gruppi, comitati. Le avevo tutte in mente mentre consideravo la scissione.

E ieri – faticavo a prendere sonno, avevo la gastrite – mi sono messo a pensare a come il tracollo potrebbe cogliere organizzazioni commerciali o non commerciali ora considerate inattaccabili (DISCLAIMER: si fa per parlare, signor Zuckerberg, sono casi ipotetici): non sono cose così impossibili, dopotutto Google o Amazon hanno soppiantato Microsoft che aveva soppiantato IBM, e stiamo parlando di colossi – a livello nazionale o locale per questi rivolgimenti ci vuole molto meno.

E quindi mi sono segnato un paio di riflessioni, probabilmente non molto originali.

  1. La leadership e la strutturazione associativa conta, eccome se conta. Non parlo tanto di quella di vertice, perché il PD ha sempre avuto leader quanto meno sufficienti, in grado di ricoprire il ruolo: D’Alema, Veltroni, Bersani, Franceschini, Fassino, mettiamoci dentro pure Prodi. Ma non è stato mai in grado di generare con costanza crescita e ricambio di classi dirigenti sui territori, dove invece ha permesso che si insediassero dappertutto potentati locali privi di valenza nazionale e più dediti alle gestioni che ai progetti. Quando si fa così, prima o poi arriva il momento che la risorsa leadership si esaurisce, e allora avviene il crollo, esattamente come quando i vertici massimi del PD non sono stati capaci di fornire una visione sufficiente, nel 2013, e si sono avvitati su se stessi senza che nessuno potesse fornire il ricambio. Per questo le organizzazioni diffuse nel territorio dovrebbero curare in ogni modo la formazione e la qualificazione dei dirigenti e degli attivisti locali: non solo perché permettono l’azione territoriale ma perché forniscono il materiale, man mano, per sostituire la classe dirigente centrale, soprattutto se motivi imponderabili chiamano a farlo in maniera imprevista o improvvisa.
    Può sembrare che questo discorso non c’entri granché con le imprese: eppure pensate cosa è successo ad aziende, anche sarde, anche importanti, anche dotate di fascino e di un buon marchio, anche innovative, quando la massima dirigenza gli è venuta a un certo punto a mancare e non c’erano ricambi.
  2. La comunicazione ossessiva conta, eccome se conta… ma non basta. Sappiamo tutti che Berlusconi è un grande comunicatore, ma durante tutto il ventennio berlusconiano la sinistra è stata bravissima – in una posizione difficile – a tenersi a galla anche con una accorta strategia comunicativa, il cui perno era il messaggio: ma l’avete visto quello là? Dai girotondi agli scandali, dalle feste eleganti agli attentati alla Costituzione, molta attenzione è stata deviata via dalle magagne della sinistra (per dire: una guerricciola da nulla in Kosovo) perché… ehi, ma l’avete visto quello là? Oh, per carità, tutta roba giustificata, eh: però ha aiutato a spazzare molta polvere sotto il tappeto. Fino al punto che, ehi! sai che c’è?: c’è che poi non funziona più. In parte perché può sempre arrivare qualcuno più bravo di te a fare comunicazione, e magari la fa contro di te, come Grillo. In parte perché quella comunicazione si regge anche sulla tua struttura organizzativa, e se questa l’hai lasciata deperire – come detto sopra – devi fare sempre più fatica a far passare i messaggi nella società: mica basta solo Repubblica. Ma soprattutto perché a un certo punto devi far vedere la merce, e se non sei in grado di far vedere la merce la gente, ehi! sai che ti dico? ti lascia e ti molla, per sempre. Che è esattamente quello che è successo al PD, una parte del cui elettorato ormai non vede più differenza fra loro e tutti gli altri, e più continui a dirgli ehi! ma li avete visti Grillo, la Raggi, i tassisti, gli squadristi, i populisti, Trump, la Brexit? e più si convince che sbraiti e strepiti per nascondere il fatto che dietro non hai niente. È una lezione che le grandi organizzazioni benefiche, per esempio, che si reggono su campagne importanti di raccolta fondi basate su una comunicazione diffusa e sofisticata, oppure certe campagne di pressione politica per esempio per i diritti civili, dovrebbero sempre ricordare: perché alla fine devi essere in grado davvero di far vedere la merce, di mostrare un impatto sociale positivo, un rapporto fra fondi raccolti e fondi impiegati adeguato, un struttura non troppo pesante, eccetera, altrimenti poi sono dolori. Oppure pensa se hai una strategia commerciale molto basata sulla fidelizzazione delle clientela al brand, e improvvisamente salta fuori che il tuo prodotto di punta, che so, fa cadere i capelli e ti tinge i denti di nero. Sei finito.
  3. Non si tagliano i ponti impunemente con la propria base sociale di riferimento. L’ho già detto diversamente quando parlavo delle premesse, per cui può sembrare una ripetizione. In realtà quello che voglio dire è che cambiare base elettorale – o blocco sociale – di riferimento non è come cambiare prodotto: prima facevo copertoni, ora faccio giubbotti imbottiti. Là la contabilità è semplice: tot clienti persi, tot clienti guadagnati, tot costi, tot ricavi. Ma quando si tratta di cambiare sostenitori, non conta solo il numero, ma lo stomaco. Perché se quelli che se ne vanno via, o che abbandoni o che cacci, ti fanno la guerra, parlano male di te, giurano che te la faranno pagare, la contabilità diventa più complessa, e parecchio. In politica, come in beneficenza o nel lavoro sociale, è tutta questione di reputazione: e per migliorare la tua, o per guadagnarla presso nuovi soggetti, devi preservare la tua base sociale, non tradirla. Perché se emerge che proprio presso di loro hai cattiva reputazione, come potrai goderne di migliore altrove? Se passa il messaggio, come per il PD, che non sei più diverso, è un problema serio, soprattutto se nel frattempo non sei neanche in grado di far vedere la merce, come detto sopra (del resto, se sei in grado di far vedere la merce è difficile che la tua gente sia scontenta di te). È per questo – non solo per quanto detto al punto 1 – che le organizzazioni del terzo settore intelligenti curano come la pupilla degli occhi i gruppi di volontari, gli attivisti, i soci di base: perché sono la loro reputazione nel mondo e, soprattutto, perché anche uno solo che ti ha visto dal di dentro e se ne va in giro a dire che tu non sei benevolo come sembri pesa in negativo più di un anno di lavoro.
  4. Ma quale disintermediazione? Una delle grandi illusioni attuali è l’idea che l’atomizzazione indotta dai mezzi di comunicazione digitali possa rappresentare un’alternativa ai vecchi metodi di mobilitazione e di organizzazione – anche, in realtà, ai vecchi modelli di business. In parte è un’ovvietà: è evidente che il mondo è già cambiato e che, per dire, una campagna di comunicazione su Facebook ha dei ritorni migliori di una, tradizionale, sulla carta stampata. In parte però si ha in mente una proposta più sofisticata, ed è l’idea che ci si possa rivolgere direttamente a un mare di potenziali sostenitori, attivisti, clienti da un unico centro di emissione senza nessun filtro intermedio, cioè senza intermediari. Un sogno: basta banchetti agli angoli delle strade e dispendiose organizzazioni sociali: sostituiamoli con un’unica, piccola, efficiente centrale comunicativa. Se si tratta della riproposizione dell’idea che la comunicazione, accurata, mirata, possa bastare da sola, o che Trump abbia vinto le elezioni grazie a Twitter, la risposta rimane la stessa di sopra, e il caso di Renzi (in questo caso proprio lui, non il PD) ne sembra la controprova: perché Renzi ha provato a disintermediare il rapporto con la base elettorale, saltando la forma-partito a favore di un rapporto diretto del Capo con l’elettorato – Twitter, sms newsletter – e i risultati, senza appoggio sufficiente di attivisti organizzati sul territorio, senza troppa merce da mostrare, con una dirigenza locale spesso insufficiente, con categorie sociali in cerca di linciaggi per fartela pagare, non sembra siano stati esaltanti. Del resto si potrà anche dire che le primavere arabe sono accadute grazie ai social, ma poi in piazza qualcuno c’è pur dovuto andare (o quando critichiamo la democrazia del click parliamo di altre cose?).
    Ma soprattutto tutto il discorso sulla disintermediazione sembra basarsi su due fallacie logiche: la prima è che le persone che stanno in rete siano diverse da quelle che stanno da qualunque altra parte, e che non abbiano genitori, figli, parenti, vicini di casa, colleghi, amici del calcetto, che con tutti questi non abbiano alcun tipo di relazione e questi non ne abbiano fra loro. C’è nell’idea della disintermediazione la riproposizione di un mercato atomizzato nello stile di Adam Smith, nel quale le scelte si formano istantaneamente nel vuoto più assoluto, e invece non è mica così: la gente continuerà a sceglierti perché gli ha parlato bene di te il vicino di casa – che l’abbia fatto incontrandomi sulle scale o nella lista delle mamme di scuola di Whatsapp, o che io possa considerare “vicino di casa” un iraniano che vive a Genova con cui chatto la sera e che non ho mai visto in vita mia, è ininfluente: le relazioni umane continueranno sempre a contare e sarebbe folle che le organizzazioni a movente ideale, che abbiano iscritti, soci, volontari, attivisti o sottoscrittori e quindi un capitale umano già pronto in casa rinunciassero a tanta ricchezza in favore di un Ufficio Pianificazione Comunicazione, per quanto talentuoso (poi ça va sans dire che perché questo po’ po’ di relazioni umane porti frutto davvero conta la strutturazione della base sociale e la leadership, e torniamo all’inizio).
    La seconda fallacia logica è l’idea che sia possibile pensare che tu sarai l’unico a disintermediare e a avere una forte presenza digitale. In realtà ce l’hanno già tutti, e tutti ce l’avranno ancora di più e sempre di più, quindi il vantaggio comparato tenderà ad azzerarsi (chi invece non c’è ancora farebbe bene a preoccuparsi, ma questo è un altro discorso). E la lotta sulla rete sarà spietata: se le campagne attuali, la loro partigianeria e faziosità vi sembrano già disgustose non avete idea della vasca degli squali nella quale nuoteremo in futuro, delle macchine del fango che si scateneranno e della lotta al coltello per affermare le proprie posizioni. E la lotta non riguarderà solo chi fa politica: chiunque abbia una presenza sulla rete con un valore ideale sarà un bersaglio potenziale, per non parlare dei casi nei quali la comunicazione assassina sarà la prosecuzione della pratica commerciale con altri mezzi. E in quel momento non potrà bastare – sarà necessario, ma non sufficiente – avere un ottimo web content reputation manager strategist; quello che conterà continuerà a essere quanto fidelizzate, contente, partecipi, combattive, esperte, connesse e, vivaddio, organizzate e ben condotte e non atomizzate – stakeholder e non clienti – saranno le persone fisiche della tua base sociale di riferimento.
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