Not-Hero, Not-Legolas

Nel libro di Don Winslow che sto leggendo, L’ora dei gentiluomini, c’è una cameriera.

Ha preso il posto di quella che nel romanzo precedente faceva lo stesso lavoro, e che si chiamava Sunny. Come l’altra è una tipica bellezza californiana da spiaggia: alta, bionda, aria sana, gambe interminabili.

Ma non è Sunny. Sunny aveva quel certo nonsoché, e questa non ce l’ha. Così i clienti l’hanno soprannominata Not-Sunny, e questo è il suo nome. Quello vero non si sa: è definita semplicemente per quel che non è.

Dopo aver visto The Great Wall mi è venuto in mente questo aneddoto: perché è un film che si fa presto a dire cosa non è.

The great wall (Zhang Yimou, USA/Cina 2016)

Un po’ il tono della serata l’ha dato il cassiere, che quando siamo arrivati stava vendendo i biglietti a un giocatore del Cagliari e gli ha detto: «Si, lui è tipo Legolas».

Tipo Legolas. Non è mica sbagliato, considerata la mascagna velenosa che trattiene i capelli di Matt Damon e l’arco infallibile. Ma ovviamente non siamo minimamente dalle parti de Il signore degli anelli, nonostante due terzi del film siano occupati da un assedio non troppo diverso da quello del Fosso di Helm.

Solo che qui al posto degli orchetti ci sono i taotie, mostri mitologici cinesi tremendamente affamati e sorprendentemente privi di personalità, anche rispetto agli Uruk-hai, il che è tutto dire. O anche rispetto ai gremlin tirati su ad anabolizzanti che sono.

Cioè, sono privi di personalità perché vivono secondo logiche da alveare e obbediscono a una regina che li comanda con i suoni. Una cosa carina. Spielberg ci avrebbe fatto mezzo film con l’angoscia creata dalle comunicazioni sonore dei taotie, che si odono tutto intorno a te ma non si vedono. Qui la cosa è usata due volte due volte, e poi sparisce. Anche la regina sparisce e non incide affatto. Evidentemente non è la regina di Alien.

Potrei andare avanti. Damon si innamora di una guerriera cinese, che sembra Chun Li ma evidentemente non lo è. E i due dovrebbero avere una storia d’amore, ma questa storia non c’è (dovrebbero avere una storia, una storia qualunque). E ha un compagno (un ottimo Pedro Pascal) che è il tipico bastardo dal cuore forse un po’ d’oro e forse di pietra ma non è… boh, qui c’è l’imbarazzo della scelta. E c’è un altro occidentale (uno scialbo Dafoe) che dovrebbe rappresentare l’elemento cardine di una sottotrama importante, solo che questa sottotrama non si concretizza mai, quindi Pascal e Dafoe dovrebbero essere dei comprimari importanti ma non lo sono.

Soprattutto, The great wall dovrebbe essere un film wuxia di Zhang Yimou come Hero o La foresta dei pugnali volanti, ma non lo è.

Intendiamoci: è un film visivamente bellissimo con un sacco di combattimenti girati benissimo, dei movimenti di macchina da urlo e alcuni momenti di cinema purissimo, come la scena del decollo dei palloni aerostatici. Solo questo vale in abbondanza il prezzo del biglietto. Ma la sontuosità dei costumi si è già vista, così come una serie di trovate in CGI o di altre invenzioni visionarie, e in altre occasioni Zhang aveva fatto tutto, se non meglio, almeno con più freschezza. Qui un po’ manca il cuore.

E soprattutto dovendo trasferire il suo cinema dentro un contenitore più occidentale la scrittura della sceneggiatura si rivela una gabbia. Una gabbia soffocante, che isterilisce le vere capacità visionarie dei film precedenti, che non erano tanto visive quanto di immaginazione: abbiamo allora uno stupido percorso psicologico del protagonista, che deve passare dal classico ruolo di antieroe a quello di eroe positivo seguendo il filo di imparare a fidarsi, una serie di marchingegni della trama davvero telefonati (il magnete, un personaggio – non dico quale – che fin da subito capiamo destinato a un sacrifico eroico, e così via) e dimensioni potenzialmente epiche o commoventi clamorosamente sprecate, compresa la possibilità di approfondire narrativamente la folla di comprimari presenti e la sciatteria con la quale sono risolti alcuni temi portanti (il confronto fra culture diverse, per dire, una legione di guerrieri addestrati tutta una vita per difendere il Regno in una unica dimensione disperata, la dimensione claustrofobica dell’assedio, lo stile cerimoniale e fortemente gerarchico delle relazioni fra i cinesi, che determina in parte il rischio di disastro finale, gli stranieri che devono decidere se questa, dopo tutto, è la loro guerra o meno).

Il problema, in realtà, non è che la sceneggiatura sia hollywoodiana: lo spiegone sulla fiducia grida vendetta verso il cielo e la filosofia presentata è degna delle riflessioni di un bambino di terza elementare, ma anche Matrix è pieno di filosofia d’accatto eppure è un cult. E Oceania ha una scrittura curata col bilancino eppure è un gran film.

O meglio: il problema è la scrittura hollywoodiana, che impone di seguire la scaletta: presentazione dell’eroe, definizione delle difficoltà, prime vittorie, alleanze e altre vittorie, crisi e potenziale sconfitta, resurrezione e vittoria finale. Ma il problema non è quello di avere applicato questo schema a un film d’azione, anche se un po’ meno combattimenti avrebbero giovato alla cura dell’approfondimento psicologico dei personaggi; il problema è quello di avere applicato questo schema a un wuxia, alla Zhang Yimou, che però in realtà non lo è: diventa un ibrido, e tutto sommato mal riuscito.

Per fortuna non annoia!

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