La principessa che non c’era

Oceania (Ron Clements e John Musker, USA 2016)

La sera di Natale ho visto con l’intera famiglia e soprattutto le nipotine Oceania, l’ultima produzione della Disney.

La cosa che più mi ha colpito, avendo ripassato da poco l’argomento per il seminario Please insert story dei Fabbricastorie, è stato osservare quanto strettamente Oceania segua lo schema-tipo di trama avventurosa definito da Vogler e successivamente affermatosi a Hollywood come lo standard da rispettare (lo trovate nella dodicesima delle mie slide e nella bibliografia) e quanto riconoscibili siano i ruoli archetipici dei personaggi di contorno: il Mentore, il Mutaforma… Dire in una relazione che si tratta dello standard è un conto, vederlo incarnarsi sullo schermo fa molta più impressione.

Tra parentesi, riflettevo che dicendo queste cose in questo modo non sto nemmeno, a rigore, facendo spoiler: un film costruito con così stretta aderenza allo schema-tipo non è spoilerabile per chi conosce già il codice, perché tutto deve procedere, immutabile, come previsto. Ricordo che una volta Umberto Eco ha raccontato che guardava un film con la nipotina e gli diceva: «Vedi, adesso succederà questo, adesso quest’altro…», e la nipotina gli ha chiesto: «Ma nonno, allora l’hai già visto?», «Mai nella vita, tesoro, ti assicuro», e sorrideva sornione. Ecco, qui è la stessa cosa.

Il che non vuol dire, naturalmente, che Oceania non sia godibile: è molto piacevole, la commozione, per quanto prevista, scatta inarrestabile nei momenti opportuni, c’è almeno una musichetta che rimane doverosamente impressa e un comprimario molto riuscito, il semidio Maui, assolutamente in grado di diventare a sua volta un “tipo” replicabile più e più volte (un divertente incrocio fra il Mutaforma e l’Aiutante Magico, del tutto in grado di reggere una serie TV tutta sua, per esempio). E l’animazione è, come consueto, magnifica e l’ambientazione polinesiana molto interessante e comunque relativamente innovativa.

Ma soprattutto la fissità della struttura della trama lascia spazio al cervello di seguire il modo col quale la solita, ben conosciuta storia viene raccontata, di apprezzare le differenze e di porsi una serie di domande forse oziose.

Come quelle che mi sono fatto io.

Epica ed ideologia

La prima cosa che mi è sembrata interessante è che Oceania è uno fra i meno ideologici dei film Disney recenti che io abbia visto, e questo lo rende contemporaneamente uno dei più rigorosi. Non c’è nessuna traccia di una petizione di principio morale che risolva un nodo della trama attraverso un po’ di retorica e una massima come: “noi siamo sorelle e niente può separarci”, “l’amicizia è più forte del male”, “dobbiamo essere amici e saremo più forti insieme” e, soprattutto, “se lo vuoi davvero e ti impegni con tutta te stessa potrai ottenerlo”.

Nulla.

C’è un racconto epico. La soluzione dei punti critici della trama arriva con gli strumenti del mito: quando Vaiana dubita giunge lo spirito guida e gli rinnova la fiducia dell’Oceano. Rivelazione del soprannaturale, rivelazione dell’interiorità della protagonista a se stessa. Stop. Tutto qui.

Certo, lo spirito guida (il famoso Mentore) usa per convincere Vaiana l’argomentazione base: se vuoi, ce la puoi fare. Ma qui funziona molto di più, e questa mancanza di sovrastrutture si sente anche in altre parti e favorisce, nei momenti migliori come la scena di navigazione finale, un afflato epico che altrimenti sarebbe stato più difficile.

Ed è anche interessante il fatto che non ci sia nemmeno un pistolotto ecologista: Maui il Mutaforma ha prometeicamente sottratto alla Natura il suo cuore per dare agli uomini il dominio su di lei. Ora la gente muore perché la Natura è malata e bisogna rimettere il cuore al suo posto. La storia si prestava a trarne esplicitamente la morale, che invece assolutamente non c’è.

Non è che sia necessariamente un punto di forza: ideologicamente la soluzione offerta da Oceania è del tutto consolatoria e il lieto fine assicurato: ooops, abbiamo scherzato, cara Natura ecco il tuo cuore e tutto torna a posto. La Natura ci perdona e riprende a elargirci i sui doni: perfino ai ladri dona tutta se stessa. Purtroppo per tutti noi col riscaldamento globale sarà molto meno facile, ammesso che si possa, ma da un punto di vista di analisi del film la cosa che mi pare interessante è registrarne la scarnezza argomentativa: i temi ci sono, chiaramente enunciati, poi ogni spettatore farà il percorso fino a dove vuole.

Una principessa, naturalmente. O forse no

Mentre guardavo il film ho pensato che la protagonista fosse l’ennesima principessa della Disney. Poi sono tornato a casa, ho fatto una ricerchina e mi sono reso conto che non era vero: anche solo negli ultimi anni a Merida di Brave e alle sorelle di Frozen si sono accompagnati una varietà di altri personaggi. È vero che probabilmente negli ultimi anni la percentuale di film “con le principesse” è aumentata, ma non tanto da diventare la forma dominante come credevo.

È vero, naturalmente, che la Disney ha comunque scelto di inserire con forza nella definizione della sua immagine il filone delle principesse. È talmente ovvio che in Oceania si permette perfino l’autoironia: quando Maui definisce Vaiana una principessa quella nega di esserlo e allora il semidio sogghigna: «Hai un abito e un animaletto buffo da compagnia: per forza sei una principessa». Naturalmente il desiderio di seguire il filone avrà motivazioni riguardanti il marketing, il merchandising legato ai film e in generale il modo di orientare il pubblico, ma guardando il film mi chiedevo se ci fosse qualcos’altro.

Per esempio: sarà un caso che, guardando l’elenco degli ultimi film della Disney e della Pixar, quando il protagonista è umano sia quasi sempre una ragazzina (ci metto dentro anche Gioia di InsideOut) mentre molti eroi maschi sono pupazzetti, animali o altri strani esserini? Mi trovo qui a sentire che mi manca un pezzo di conoscenza indispensabile: ho quattro nipoti femmine e una prevalenza di figliocce sui figliocci: mentre so benissimo quanto le bambine si siano immedesimate a suo tempo in Elsa e Anna (o nelle Winx, per dire) e ora in Vaiana, mi manca il confronto con l’osservazione ravvicinata di un bambino di pari età: però un po’ mi permetto di dubitare. Si identificherà anche lui in Elsa? Oppure quell’anno pazienza, ma l’anno dopo tanto c’è Arlo il dinosauro, o Hiro Hamada, e toccherà invece alle femmine pazientare? Ho l’impressione che non sia così e di leggere uno scarto: magari a un bambino di nove anni interessa meno identificarsi e casomai più agire e giocare direttamente coi videogame? Al festival di Gavoi abbiamo incontrato ragazzini i cui idoli non erano personaggi di fiction ma youtuber: era un caso o voleva dire qualcosa?

Il tema, in realtà, è se la soddisfazione che vedo esprimere da amiche femministe per la presenza, finalmente, di figure femminili in ruoli chiave di protagonismo sia giustificato: cioè se corrisponda a una raggiunta parità per la quale certi ruoli potrebbero essere ricoperti indifferentemente da un ragazzino o una ragazzina o se la maggiore incidenza di principesse nei ruoli chiave degli ultimi anni sia indizio di una nuova forma di apartheid nelle narrazioni e nell’intrattenimento: alle ragazzine i film Disney, ai ragazzini qualche altra cosa, esattamente come il caso del fantasy, che oggi tramite i romanzi young adult è stato fortemente virato a un consumo femminile standardizzato.

Il che, in realtà, sarebbe un vero peccato proprio nel momento nel quale Oceania, finalmente, è una storia che funzionerebbe esattamente allo stesso modo se il protagonista fosse un ragazzo: infatti, udite udite, il Principe non c’è.

Uomini inutili e il romanticismo assente

In realtà in molti degli ultimi film Disney la presenza di una figura maschile forte è piuttosto ambivalente: i pretendenti alla mano di Merida sono tutti ampiamente ridicoli; in Frozen il Principe Hans si rivela essere il Cattivo traditore; in Zootropolis il partner della protagonista (un’altra figura femminile energica, per quanto coniglietta – il gioco di parole è voluto) è un traffichino inaffidabile. Qui funziona allo stesso modo: Maui è un personaggio divertente ma è anche insopportabilmente vanesio e pieno di sé. Con estrema coerenza gli sceneggiatori traggono le conseguenze degli ultimi sviluppi del filone narrativo e si liberano totalmente della sottotrama sentimentale relegando Maui a un ruolo importante ma del tutto subordinato: il semidio non è più nemmeno un maschio da redimere per farne carne da marito, ma un Aiutante Magico poco più capace di autonomia psicologica di, poniamo, Pumbaa del Re Leone  o del Genio della Lampada di Aladdin.

Naturalmente, non sto dicendo che le principesse non si innamoreranno più, mai più: se la Disney vorrà raccontare ancora storie come Rapunzel il lato romantico ricomparirà per forza: però il corso narrativo mi sembra abbastanza chiaro lo stesso e peraltro Eugene di Rapunzel è un altro classico maschio inaffidabile da redimere. Anche qui mi sono venute tante domande.

Non ho dubbi che questa eclissi dei Principi, per esempio, corrisponda a una certa eclissi del maschio contemporaneo il quale, detronizzato dalla funzione di Eroe, non si sa più bene come gestirlo, almeno narrativamente (probabilmente non solo). D’altra parte la abolizione dell’educazione sentimentale in quelli che sono programmaticamente romanzi di formazione è sorprendente e porta a chiedersi che tipo di processo di formazione della personalità abbiano in testa gli sceneggiatori: un percorso verso l’autonomia e il protagonismo personale, sembrerebbe, che soprattutto risolve armoniosamente i contrasti coi genitori: all’inizio Vaiana è soggetta alle loro proibizioni, alla fine gli dimostra di avere avuto ragione. Ma se tutto rimane dentro la cerchia della famiglia qualcosina, anche narrativamente, stride: strutturalmente l’amante possibile di Vaiana, nel film, non è Maui ma il padre e la cosa, a parte che non la posso discutere con le mie nipotine, può certo fare inarcare qualche sopracciglio (peraltro, mi capita talvolta di sentire i racconti di vita familiare di qualche studentessa e non dubito che molti padri oggi si caratterizzino più come compagni di giochi che come figure di autorità, quindi in questo il film è probabilmente molto preciso).

Il sentimento che non può esserci

In realtà, però, questo non è nemmeno il problema maggiore: Vaiana è, giustamente, un’Eroina e una futura leader del suo popolo. Ma, a parte un disastro planetario, un demone del fuoco e un semidio inaffidabile, non ha rivali: tranne il padre, come detto, ma insomma il padre prima o poi morirà lasciandola libera e comunque, per definizione, lei è una principessa perché il padre è un capo e quindi, insomma, alla fin fine il padre non conta. Il fatto è che non essendoci altre figure maschili Vaiana non ha nessuna altra metà del cielo con la quale confrontare il proprio esercizio del potere, e quindi qui il film si rivela per essere, nonostante tutto, ideologico (e falso): perché, esattamente come il Sogno Americano pretendeva di farti credere che col duro lavoro potevi diventare anche te Rockfeller, Oceania pretende di far credere alle giovani donne che se vivranno fino in fondo e in pienezza la loro identità potranno diventare anche loro leader del popolo come, che so, Hillary…

Ah no, scusate.

E anche prima di Hillary Clinton, ci sono un bel po’ di altre cose sulle quali la dura realtà non corrisponde alla favola, anche nelle dimensioni personali dei rapporti di coppia: e quindi mi chiedo se l’eliminazione della dimensione sentimentale dipende dalla difficoltà a mettere in scena delle figure maschili soddisfacenti, non invasive rispetto al protagonismo di Vaiana ma sufficientemente robuste da giocare un ruolo da partner paritari, e contemporaneamente credibili rispetto all’universo di piccoli mostri con le quali le ragazzine probabilmente si confrontano quotidianamente, un’impresa narrativa effettivamente non da poco, oppure (e davvero non saprei cosa scegliere) se sia dovuta al fatto che reintrodurre le figure maschili avrebbe voluto dire rimettere in circolazione la dimensione dei rapporti di potere fra i generi, con tutto il carico di frustrazioni che questo potrebbe comportare e comunque svelando l’inganno del Sogno Amer… dell’Autodeterminazione Femminile.

Meglio Maui, tutto sommato.

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