La figlia della franchise e la prossima guerra civile americana

The Investigator (John Sandford, Penguin)

La serie di gialli dedicati da John Sandford a Lucas Davenport si è pian piano espansa fino a diventare una vera e propria franchise: una seconda serie dedicata a un altro poliziotto del Minnesota, Virgil Flowers, con una serie di personaggi in comune con la serie principale, un paio di film, un incrocio con un’altra serie indipendente dedicata al ladro Kidd, e probabilmente qualche altra cosa che adesso non mi viene in mente.

Con The Investigator, appena uscito, la franchise si arricchisce adesso di un’altra costola, dedicata alla figlia adottiva di Lucas, Letty, in un passaggio di consegne non esattamente comunissimo nella letteratura di genere credo fin dai tempi de La figlia del Corsaro Nero (onestamente, non mi vengono in mente molti altri esempi).

Non è una scelta sorprendente: fra i vari comprimari che attorniano Lucas e che non hanno un ruolo diretto nelle indagini, Letty è sempre stata quella che sembrava avere un potenziale inespresso che aspettasse solo di trovare il suo spazio, tanto che un paio d’anni fa Sandford fece un pesce d’aprile annunciando un falso romanzo tutto per lei e a molti lettori, me compreso, sembrò una notizia non solo credibile ma assolutamente desiderabile.

A parte una serie di comparsate ininfluenti, la vita di Letty nella saga si riassume così: cresce fino ai dodici anni con una madre alcolizzata in un qualche posto sperduto del Minnesota, mantenendo la famiglia con la vendita delle pellicce di scoiattoli o altri animali del genere che ha cacciato lei stessa, con le trappole o con un vecchio ferrovecchio calibro .22 il cui ricordo man mano nella saga assume proporzioni addirittura epiche. In Naked Prey la madre viene ammazzata da un poliziotto corrotto a cui Letty spara in due occasioni col famoso ferrovecchio senza riuscire ad ammazzarlo, ma questo basta perché Lucas e la moglie decidano di adottarla; in Wicked Prey Letty ha quattordici anni e mentre Lucas è impegnato in primo piano in una indagine terroristica lei ingaggia sullo sfondo una sua partita di caccia personale con un vecchio avversario del padre che vorrebbe far male alla famiglia; in Stolen Prey due killer attaccano la casa di Lucas e Letty, più o meno diciottenne, freddamente li elimina; in Gathering Prey, ormai all’università, prende a cuore la sorte di una vagabonda, si infiltra in un campo nomade solo per farsi spaccare il naso e lasciare la scena a Lucas (era la famosa dimostrazione della tecnica dell’elastico). A parte i colleghi poliziotti di Lucas nessun altro comprimario ha mai avuto ruoli tanto attivi in tutta la serie, nemmeno Weather, la moglie di Lucas.

Lo dico subito: The Investigator non è fra i romanzi migliori di Sandford. Non riesce a mantenere la tensione, l’indagine è troppo facile e il lettore si chiede spesso se occorreva proprio aspettare Letty per trovare gli enormi indizi lasciati accuratamente in giro, il cast non funziona particolarmente e c’è poca evoluzione dei personaggi di contorno e di Letty stessa (della quale ci viene fornita una quantità di riassunti delle avventure precedenti davvero indigesta); sul piano positivo, è piacevole, scorrevole e si svolge sul panorama dei campi petroliferi del Texas occidentale, un ambiente distopico quant’altri mai, anche senza che Sandford intenda mostrarlo così.

Ha però due elementi particolarmente interessanti: uno è che l’operazione di sostituire o integrare il personaggio principale di una serie con la figlia (lo sarebbe anche se fosse un figlio, in realtà, ma chissà perché sono sempre figlie, in questi casi) è abbastanza specifica da meritare attenzione a come Sandford la faccia e cosa dica della serie e del suo lavoro facendola, anche magarti oltre le sue intenzioni esplicite.

E poi c’è un altro motivo, ma lo dico dopo.

Have gun – wil kill

Il romanzo è uscito il 12 aprile, ma vedo in giro che ha già un buon numero di recensioni. Molti dei lettori hanno preso l’operazione come una sorta di reboot della serie, come se Sandford volesse semplicemente ringiovanire Lucas – che ormai è ultracinquantenne – e riportarlo all’origine della carriera. Per alcuni aspetti sarà anche vero: c’è un passaggio, citatissimo, nel quale Lucas dice a Letty che hanno lo stesso tipo di approccio alla vita: sono entrambi pragmatici fino all’asprezza (“pragmatists, really harsh pragmatists”, direi: fino alla mancanza di scrupoli). In qualche modo l’operazione è simile a quella fatta con l’altra serie derivata, quella di Virgil Flowers: quando Lucas è diventato un pezzo grosso urbano, Virgil è servito a mantenere le ambientazioni rurali che piacevano a una parte dei lettori e a continuare a focalizzarsi sul gusto dell’indagine rispetto al puro meccanismo di tensione prevalente nella serie principale.

Ma la visione di Letty come la riproposizione di Lucas giovane ignora le differenze: prima di tutto, Letty non è formalmente una poliziotta; è una sorta di consulente incaricata di ficcare il naso in angoli dove altri federali, troppo burocratizzati, non vanno a cercare. Risponde formalmente allo staff di un senatore che supervisiona il Dipartimento di Sicurezza Interna, non a superiori gerarchici (sulla improbabilità di tutta la situazione, essendo oltretutto Letty – per quanto superlaureata a Stanford – poco più che ventenne, sorvolo). È un tipo di posizione che assomiglia molto di più al Lucas adulto e al protagonista di un romanzo minore, Dead Watch.

E poi è diverso il carattere del personaggio, che non riporta all’origine della serie, ma la radicalizza. Lucas è sempre stato dipinto come un cacciatore, affascinato dalla competizione con killer letali e (quasi) altrettanto abili di lui. Un cacciatore talvolta spietato e certamente ruvido nei metodi d’indagine, un ex giocatore di hockey su ghiaccio abituato a rispondere colpo su colpo, un duro. In un paio dei primi romanzi Lucas si assume il ruolo di giuria, giudice e boia, poi Sandford ha deciso di attenuare il personaggio che, peraltro, ha avuto dall’inizio anche una sua fragilità, come una depressione perennemente incipiente. E quando ha introdotto Flowers Sandford ha mantenuto la tendenza all’attenuazione: Virgil non è neanche un cacciatore, per quanto abbia una percentuale eclatante di soluzione di casi: è un detective nel senso classico del termine, e le sue avventure hanno spesso un tono scanzonato.

Letty è ruvida come il primo Lucas, con un carattere spigoloso: alza spesso la voce, ribatte verbalmente – non fisicamente, il cambio di genere conta – colpo su colpo, è una dura, ma non è né una cacciatrice né una detective: è un’assassina, pura e semplice.

C’è un momento, il fatto grave della storia è successo – cerco di non dare anticipazioni – e Letty, furiosa, si allontana dalla scena. Il collega le chiede dove stia andando, e lei risponde: «A uccidere qualcuno», e infatti vanno, tendono un agguato a un gruppo di cattivi e li ammazzano. Anche se Sandford mette gran cura a mostrare che la provocazione è stata gravissima, non c’è nessuna giuria e nessun giudice, solo carnefici che sparano senza preavviso: non c’è nemmeno nessuna relazione, nessuna conoscenza diretta dei cattivi che porti a un desiderio personale di vendetta; Letty li uccide come altri darebbero un calcio a una pietra per sfogare la rabbia.

Pragmatici fino all’asprezza. Uhmmm.

E c’è nel romanzo un’ossessione insistita per le armi che rasenta il porno: quando per la prima volta il senatore propone a Letty il nuovo incarico menziona, en passant, che la cosa comporta il rilascio di un porto d’armi molto estensivo. Letty, che già possiede un paio di pistole, non ha bisogno di sentire altro, accetta. Qualunque cosa che permetta di portare armi va bene. Nella lettura, all’ennesima visita al negozio dell’armaiolo, al poligono, a questo e quello, mi sono chiesto se Sandford non ci stia dicendo che la perdita del famoso ferrovecchio ha lasciato una specie di invidia del pene, o del calibro .22, che può essere colmata solo con grossi pistoloni o, ancora meglio, con fucili d’assalto a pompa caricati a pallettoni.

Peraltro: niente sesso, in questo romanzo. Solo pistoloni, nella vita di Letty, il che perlomeno porta fuori dello stereotipo per il quale nei romanzi di genere con protagoniste donne ci deve essere per forza la sottotrama sentimentale.

Sandford è un democratico moderato, con un sottofondo libertario, proveniente dall’America interna: è normale che i suoi personaggi, soprattutto Lucas ma perfino Virgil, possiedano armi e ne considerino l’uso non solo normale ma desiderabile in ogni situazione. Ma qui si va molto oltre, peraltro in una salsa perfettamente adatta ai tempi: quando Letty, seguendo l’avvertenza del collega, scopre che gli spioncini delle porte delle camere d’albergo sono spesso usati per spiare e anche riprendere le donne nella loro intimità, fa una sua delle sue specifiche riflessioni di genere: un altro motivo, pensa, perché alle donne si dovrebbe assegnare un’arma da fuoco fin dalla nascita.

E insomma, mi sono chiesto se sia un segno dei tempi che uno scrittore esperto come Sandford, che in un’altra vita dopotutto ha vinto un Pulitzer, dovendosi forgiare un nuovo personaggio per gli anni ’20, abbia deciso di crearsi un’assassina armata fino ai denti appartenente alla generazione X, il cui femminismo passa per sparare meglio degli uomini e la cui pragmatica asprezza ha solo vincoli emotivi – se muoiono dei bambini piange – ma non morali.

Un personaggio adatto alla prossima guerra civile americana, e questo ci porta al secondo motivo di interesse del romanzo.

L’insurrezione prossima ventura

Anni fa, recensendo indirettamente Extreme Prey, avevo scritto del gruppo dei cattivi di quel romanzo:

Ma la descrizione dell’ambiente alternativo, radicale, no global (si possono usare molte etichette e sono tutte sbagliate, perché la collocazione originale dei protagonisti è nella crisi rurale americana degli anni ’80, un momento ignoto a noi europei) colpisce: non tanto perché questi ex attivisti sono ormai sessantenni o più, stanchi e imbolsiti, gente che è, in fondo, mestamente vinta (e infatti qualcuno decide l’ultimo colpo di coda eclatante); ma perché si vede che il loro movimento, nella descrizione di Sandford, ha attraversato mutazioni genetiche ciascuna impercettibile ma complessivamente travolgenti: e quindi è un ambiente che noi chiameremmo cospirazionista, che crede a qualunque cosa e fa proprie tutte le parole d’ordine, purché siano contro, comprese alcune che gli dovrebbero parere aberranti; perplessi, gli analisti della polizia esaminano i volantini e non ci si raccapezzano: nel patchwork trovano parole d’ordine di destra e sinistra e non ci capiscono niente.

Ripeto: è un romanzetto, ma Sandford ha un discreto intuito  e la descrizione colpisce chi conosce quel tipo di mondo e ne ritrova i limiti: e il dilaniarsi finale del gruppo che alla fine, saltati tutti i legami di militanza e solidarietà, finisce per darsi alla eliminazione reciproca e alla delazione, mi ha colpito molto più del macello bombarolo finale sul quale invece Sandford indugia.

Era il 2017. Riletto oggi, dopo la sbornia no-vax e diverse altre cose, quel riferimento a militanti che credono «a qualunque cosa» e fanno «proprie tutte le parole d’ordine, purché siano contro, comprese alcune che gli dovrebbero parere aberranti», mi porterebbe a confermare l’idea che Sandford abbia un «discreto intuito».

Il che è preoccupante, perché The investigator mette in scena come avversari un gruppo di appartenenti alla destra estrema americana. L’azione eclatante che intendono compiere è di tipo insurrezionale (cerco sempre di evitare anticipazioni). Non per modo di dire: un gruppo con una struttura militare che progetta un’azione armata, una contrapposizione diretta ai poteri dello Stato.

Ora: chi segue il dibattito americano sa che la ferita lasciata da Trump e la situazione di estrema contrapposizione politica del paese porta una parte dell’opinione pubblica a ragionare sulla crisi della democrazia USA e sulla possibilità che questa crisi conduca a una qualche forma di conflagrazione violenta e diffusa; del resto l’assalto al parlamento è evidentemente un trauma non ancora risolto.

E quindi è normale che uno scrittore di fiction da sempre attento all’attualità impasti questo materiale nel suo nuovo libro. Ma quello che colpisce nella rappresentazione è l’ordinarietà del tutto, la normalità della situazione: è chiaro che le autorità sono dipinte come preoccupate, ma anche mentre la situazione si dipana esplicitamente Sandford non mette mai in scena uno che dica: «Non ci posso credere!». Sovvertire con le armi i poteri dello Stato è un crimine nello stesso campo di credibilità di fare una rapina o spacciare droga; Sandford sente il bisogno di creare giustificazioni narrative sul perché Letty possa andarsene in giro a indagare – perché giustamente è incredibile – ma non sente la necessità di spingere il suo lettore a trovare credibile la cospirazione perché ritiene, evidentemente, che non ce ne sia bisogno, non più della necessità di spiegare che nel Texas c’è il petrolio: sono cose che si sanno.

E, a fianco a questo, colpisce l’estrema privatizzazione della contrapposizione, che non è descritta come lotta fra parti politiche, ma faida. Quando, al termine del romanzo, Sandford ricapitola le conclusioni scopriamo che un buon numero di cattivi sono stati consegnati alla giustizia – quindi l’ordine è ristabilito – ma il dibattito politico ha ingoiato tutto e la situazione è esattamente uguale a prima – quindi l’ordine non è stato ristabilito – mentre la tensione rimane esclusivamente a livello personale: «Prima o poi verremo a prenderti», dicono a Letty al telefono. «Fatevi pure sotto, vi aspetto», risponde lei. Una faida, appunto. Al lettore avido di fiction sembra una bella promessa. All’amante della democrazia, per quanto pesantemente imperfetta come quella americana, sembra agghiacciante.

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