Lucas Davenport, giocatore di ruolo incompreso

Credo che la puntata su Lucas Davenport e sul suo creatore John Sandford non sia male, ma riascoltandola ho avuto un attimo di rimpianto per avere scelto di concentrarmi su tematiche generali che riguardano soprattutto il funzionamento del mercato editoriale – il titolo dei libri che rispecchia il fatto che un personaggio letterario è sostanzialmente un brand, le collane secondarie come spin off della serie principale – e il genere letterario del thriller.

John SandfordIn questo modo non mi è rimasto il tempo di trattare specificamente, se non per brevissimi accenni, i romanzi di Sandford e le caratteristiche del suo personaggio, che sono tutt’altro che banali. In realtà la puntata avrebbe permesso di ampliare altri temi che sinora nelle varie trasmissioni sono stati accennati ma non esplorati a fondo: le caratteristiche del police procedural, che Sandford interpreta molto bene, per esempio, o il tema del personaggio come alter ego dello scrittore, cosa che nel rapporto Lucas-Sandford è piuttosto evidente: altre volte ho detto come nella letteratura di genere ci sia come costante la dimensione per la quale l’autore manifesta per bocca del suo personaggio la propria visione del mondo. È una cosa che vale per Heinlein come per Burroughs, ma quello che è interessante è che nella serie dedicata a Davenport emerge la conflittualità dell’autore con se stesso – negli ondeggiamenti delle opinioni di Lucas da libro a libro,  nella sua depressione strisciante, nell’imbarazzo di fronte ad alcuni degli scheletri nell’armadio dell’America: è chiaro che non stiamo parlando qui degli affreschi di Ellroy o del Winslow de Il potere del cane in cui questo è il tema principale, ma in Sandford la cosa è interessante proprio perché è in sottofondo.

E c’era, naturalmente, la possibilità di esplorare l’evoluzione dell’hard boiled, di cui in fondo le serie principali di Sandford sono un tardo compimento: credo sarebbe stato un compito superiore alle mie forze, non avendo letto abbastanza, ma lo lascio qui come segnalazione. Voglio dire: com’è che nel noir mediterraneo questo sottogenere viene ripreso esattamente a partire dai dilemmi morali, dalla tensione etica che caratterizzavano Chandler o Hammett, mentre in America questa tensione viene sostituita dal pessimismo cosmico – penso a Ellroy – oppure dal brivido? Vorrà dire qualcosa sulla società americana? O sulla differenza sulle due società abbienti da una parte all’altra dell’Atlantico? Per il momento appunto qui la domanda, nell’attesa di letture più ampie.

Sandford Shadow PreyQueste letture più ampie dovranno attendere, peraltro, un altro raffronto che ho deciso di fare: siccome sto continuando a leggere le storie di Tony Hillerman dei poliziotti tribali navajo voglio provare a confrontare l’umore del tempo col romanzo di Sandford in cui Lucas affronta la disperata avventura di alcuni nativi americani intenti a un’ultima, autodistruttiva, rivolta (è Shadow Prey, il secondo della serie).

C’è un ultimo tema, in realtà, che avrei potuto approfondire meglio, ed è quello di Lucas giocatore: una identità che nel corso dei romanzi è andata peraltro via via scomparendo, in assoluta corrispondenza con l’evoluzione del mondo del gioco statunitense e l’affermarsi di altri tipi di giochi: passano nei romanzi prima i boardgame di ambientazione bellica, poi i giochi di ruolo (in Mind Prey, uno dei migliori della serie, pubblicato in italiano come Sandford Mind PreyIl punto debole da Sperling & Kupfer – in trasmissione mi sono confuso e ho detto che Sandford in Italia è pubblicato da Piemme), poi i giochi sul computer e poi un breve innamoramento per qualcosa che sembrerebbe un gioco di ruolo dal vivo moderato via radio e computer. Questo è un tema che, come potete immaginare, mi interessa molto: e quindi ci tornerò sopra fra un paio di giorni con più comodo, credo, ma vale almeno la pena di notare che Sandford mi pare il primo che azzecca la corrispondenza fra gaming e investigazione: la metafora prevalente nel genere è sempre stata quella della caccia, ma in realtà il gioco è una similitudine molto più precisa, che si presta a una maggior quantità di sfumature e interpretazioni (in realtà sia Philo Vance che Philip Marlowe giocano a scacchi, ma quella è più una segnalazione di gusto e di intellettualità che una metafora)..

Come pausa musicale, come avrete sentito annunciare, Like a rolling stone di Bob Dylan.

 

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