La fantasy rassicurante di tanto tempo fa

Ho riletto nel fine settimana D’Shai, un libro fantasy che avevo molto apprezzato più o meno vent’anni fa. L’autore è Joel Rosenberg, un canadese stabilitosi e morto nel Minnesota, lo stesso stato di John Sandford e di Steven Brust e del suo gruppo di scrittori – si vede che l’aria della prateria stimola l’interesse per il fantasy e i giochi di ruolo.

Rosenberg è stato probabilmente quel che si potrebbe dire un autore minore, anche se il suo ciclo principale di romanzi, che racconta di un gruppo di studenti americani che si trovano proiettati nel mondo fantastico in cui avevano ambientato la loro campagna di Dungeons & Dragons, ha avuto un certo successo di pubblico. Non si tratta naturalmente di uno spunto particolarmente originale: fra gli scrittori della generazione precedente Sprague de Camp, Gordon Dickson (un altro canadese, non a caso) e Poul Anderson avevano già abbondantemente sviluppato il tema, per non parlare del fatto che l’idea originale è addirittura di Mark Twain, credo. L’interesse per la serie quindi non sta tanto nella capacità di invenzione, quanto nel modo con cui un autore solido, anche se non straordinario, sfrutta uno spunto narrativo ben definito e ormai maturo per interagire con un pubblico che, a sua volta, conosce già tutti i trucchi.

Queste cose su Rosenberg le ho scoperte stamattina curiosando un po’ in giro sulla rete (e facendo un po’ di mente locale sui mostri sacri come Anderson che ho citato poco fa) ma in realtà per D’Shai, che è il romanzo per il quale Rosenberg ha avuto il maggior successo di critica, se non di pubblico, si applicano, come vedremo, buona parte degli stessi concetti e in realtà questo non è un difetto del romanzo, tutt’altro.

D’Shai (Joel Rosenberg, Ace Books 1991)

Rosenberg D'ShaiD’Shai è, come accennavo, estremamente rappresentativo della fantasy  del buon tempo andato. Rileggerlo è stato un po’ come ritrovare in soffitta una vecchia racchetta da tennis in legno, diciamo, assolutamente sorpassata tecnologicamente dai nuovi materiali ma di cui ricordiamo come si adattasse perfettamente alla nostra mano (badate che io sono un cialtrone nato e che non ho mai giocato a tennis, quindi se il paragone fa acqua non protestate troppo: è per spiegarsi).

Tanto per cominciare, è un romanzo a se stante, non l’inizio di una trilogia. Poi ha una serie di manierismi tipici dell’epoca: è ambientato in un mondo che ricorda fortemente il Giappone medievale (siamo alla fine del periodo della grande fascinazione statunitense per ogni cosa che fosse giapponese: Karate Kid è del 1984, Ninja di Van Lustbader del 1980, l’espansione Oriental Adventures per il gioco di ruolo AD&D  del 1986-1987), il protagonista è un acrobata vagabondo (un’altra fascinazione dell’epoca, in cui gli scrittori fantasy esploravano protagonisti alternativi ai tipici maghi e soprattutto guerrieri che avevano costituito l’ossatura del genere in precedenza: e quindi gran successo di assassini, acrobati e giocolieri, bardi e così via).

E poi è sostanzialmente un giallo, cosa che non è chiarissima all’inizio ma si fa man mano più evidente. E si sa che fare un giallo è uno dei modi più semplici per dare senso a una narrazione di genere: perché il mistero si aggiunge alle altre dimensioni del libro e le rafforza.

Sin qui non sembra una grande recensione: stiamo parlando di stereotipi. Se il libro funziona è, da una parte, perché Rosenberg è una penna più che discreta: ci sono un paio di pagine in cui va a cercare l’effettaccio o il pathos e ci riesce perfettamente; per il resto il libro è scritto comunque con molto mestiere. In realtà così il romanzo arriverebbe solo a una sufficienza risicata: quello che lo rende più forte sono un altro paio di manierismi dell’epoca che purtroppo si sono abbastanza persi al giorno d’oggi.

Prima di tutto: non è solo un romanzo autoconclusivo, è breve, ben sotto le trecento pagine, una lunghezza che oggi è sempre più rara. Il che vuol dire che è compatto, asciutto e, complessivamente, non è un libro che stanchi: si è rivelato perfetto per un paio di mattinate al mare, intervallando la lettura con un po’ di bagni, un caffè e due chiacchiere, un tipo di scenario di lettura che a quanto pare gli autori fantasy attuali trascurano sempre più – eppure dovrebbero ricordare che non tutti possono scrivere Il signore degli anelli e che per molto tempo libri di quell’importanza e complessità nel genere fantasy sono stati piuttosto l’eccezione che la regola.

Il secondo elemento di forza è il trattamento dell’ambientazione. Anche qui: la tendenza attuale è alla descrizione minuziosa e alla cura insistita della coerenza interna dell’ambientazione (che spesso non riesca, è un altro paio di maniche, ovviamente). Rosenberg sceglie invece di dare piuttosto importanza al mood, all’aria generale, fino al punto da inserire un paio di capitoli del tutto slegati dalla trama ma dedicati puramente a fare colore. Alla fine funziona, e quello che si ricorda del libro è piuttosto questo tipo di fascino dell’ambientazione e non la trama, che pur non essendo un puro pretesto è però tutto sommato esile, o il protagonista, anche lui interessante ma non eccezionale.

Lo stesso discorso vale a maggior ragione per un altro elemento che era spesso un punto di forza dei romanzi dell’epoca: la capacità di creare personaggi di contorno interessanti, perfino affascinanti, senza farne però dei protagonisti o dei co-protagonisti, ma lasciandoli sostanzialmente sullo sfondo. Vale in questo romanzo soprattutto per il signore feudale Toshtai e per una serie di altri abitanti del castello che costituisce lo scenario principale.

Se posso fare un paragone con un fantasy contemporaneo di tipo corale come l’opera di George R.R. Martin, là lo schema si è capovolto, e tutti i personaggi secondari sono dettagliati, fino al punto da essere protagonisti. I romanzi ne guadagnano in profondità, in interesse e sono così molto più variegati, ma il prezzo da pagare è il fatto che ogni personaggio proposto dal libro è del tutto concluso, la sua parabola narrativa esaurita nel libro.

Qui invece queste figure sono interessanti ma solo accennate, il che lascia la voglia di leggere altro, di più, dove siano loro i protagonisti, oppure di sviluppare da sé gli spunti narrativi che l’autore si limita a suggerire: sono convinto che non sia un caso che si scrivessero libri di questo genere in un’epoca in cui i giochi di ruolo – o altre dimensioni di narrazioni creative autonome, soprattutto nei fumetti – andavano per la maggiore: uno leggeva una cosa, pescava un pezzo che l’autore gli dava pronto da sviluppare e poi andava avanti per conto suo: con Martin e i contemporanei, che ti raccontano già tutto, non si può fare (e infatti le narrazioni che vanno per la maggiore in questo periodo sono videogame, molto più “chiusi” dei vecchi giochi di ruolo).

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