Il prossimo bagno di sangue

Mi rendo conto che non ho nessun titolo in scienze delle relazioni internazionali per intervenire sull’argomento, ma sono abbastanza colpito dai continui reportage che leggo sugli scontri ad Hong Kong e ci penso con una certa frequenza.

L’altro giorno riflettevo sull’articolo che ho segnalato la settimana scorsa, la cui tesi, sostanzialmente, è che il governo cinese è condannato all’inazione dalla presenza di una situazione nella quale fronteggia perdite qualunque cosa faccia: se permette che le manifestazioni continuino diminuisce il suo controllo sulla città, ma il costo della repressione in quello che è uno dei principali centri finanziari del mondo, per di più mentre a Taiwan (un’altra zona sensibile) si avvicinano le elezioni, è stratosferico e qualunque governo esiterebbe ad affrontarlo.

Il problema è che, in termini di teoria dei giochi, al limite estremo della situazione i costi (cioè i pagamenti negativi) delle due opzioni (reprimere o stare fermi) non sono equivalenti: rimanere padroni di una città di rovine fumanti è comunque meglio di perderne totalmente il controllo. In questo senso il successo è il peggior nemico dei manifestanti: perché prima o poi la protesta (o, meglio, la rivolta) raggiungerà una massa critica tale da indurre l’avversario, cioè il governo cinese, ad essere disponibile a giocare il tutto per tutto. L’esercito cinese per le strade di Hong Kong potrebbe far diventare il ricordo di piazza Tien An Men una passeggiata, al confronto.

È probabile, sotto molti aspetti, che in qualche modo gli stessi manifestanti oscuramente abbiano ben presente questa probabilità: un articolo molto interessante su The Atlantic racconta il senso di lutto opprimente, le simbologie di morte onnipresenti che accompagnano la rivolta. Anche in termini di aspettative rispetto all’esito del conflitto non si tratta di una simbologia benaugurante, perché prima o poi il senso di lutto diventa tossico e subentra la fascinazione del sacrificio estremo come esito auspicabile della lotta, in mancanza di qualunque altra prospettiva politica. A sentire l’Atlantic, forse sta già subentrando.

La storia insegna che, in realtà, moltissime crisi che sembravano inestricabili si sono risolte felicemente in presenza di assunzioni di responsabilità globali, che hanno allargato la platea degli attori interessati e creato condizioni politiche per negoziati altrimenti impossibili. Il problema è che, di solito, queste assunzioni di responsabilità da parte dei governi e degli organismi internazionali non avvengono da sole. Nel caso specifico la Cina è una delle massime potenze mondiali, fa parte del Consiglio di Sicurezza, è un partner commerciale fondamentale per alcuni ed è impelagata in una guerra commerciale con altri: non è proprio la situazione migliore da cui partire ed è comprensibile che gli altri governi esitino a mettere le mani nel groviglio. Ma l’alternativa è, appunto, il prossimo bagno di sangue, con la possibilità, oltretutto, che calino fra grandi potenze mondiali nuove cortine di ferro (subito dopo averlo scritto trovo la stessa espressione nelle parole di uno dei leader della protesta). È per questo che sono un po’ stupito (più esattamente molto rammaricato) della latitanza della società civile (qualunque cosa questo significhi, oggi) e dell’inazione delle agenzie di formazione dell’opinione pubblica internazionale: senza il loro coinvolgimento la situazione continuerà a correre per forza dentro il piano inclinato attuale, e prima o poi (probabilmente presto) andrà a finire molto male.

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