Piove

Piove, oggi.

E mi è tornato in mente che da poco, durante una giornata altrettanto uggiosa, qualcuno mi ha chiesto perché durante uno dei miei vagabondaggi per l’Italia fra una riunione e l’altra non avessi provato a passare per Cesena (invece che puntare su Milano, credo) e io gli ho risposto: «Piove, sono a Cesena, la tristezza, mamma mia, che tristezza, mamma mia, Cesena», che lui mi ha guardato come fossi matto ma io a Cesena non ci sono mai stato e sarà probabilmente una città bellissima però ho questo ricordo scolastico di Marino Moretti, i crepuscolari, la malinconia, i sogni infranti, i tisici (quello era Corazzini, peraltro), le piccole cose, la vita di provincia, mamma mia, la noia insopportabile e la poesia come anticamera del letargo eterno – per questo scambio volentieri venti crepuscolari col solo Lucini – e trovo che il tutto si riassuma benissimo nel binomio Cesena e pioggia.

E così sono andato a rivedermi la poesia originale, ed è bella, invece, così ve la ripropongo. Io nel frattempo vado a ascoltare un po’ di metal, come contrappasso, che non ce la posso fare.

A Cesena 

Marino Moretti

Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
ospite della mia sorella sposa,
sposa da sei, da sette mesi appena.

Batte la pioggia il grigio borgo, lava
la faccia della casa senza posa,
schiuma a piè delle gronde come bava.

Tu mi sorridi. Io sono triste. E forse
triste è per te la pioggia cittadina,
il nuovo amore che non ti soccorse,

il sogno che non ti avvizzì, sorella
che guardi me con occhio che s’ostina
a dirmi bella la tua vita, bella,

bella! Oh bambina, o sorellina, o nuora,
o sposa, io vedo tuo marito, sento,
oggi, a chi dici mamma, a una signora;

so che quell’uomo è il suocero dabbene
che dopo il lauto pasto è sonnolente,
il babbo che ti vuole un po’ di bene…

«Mamma!» tu chiami, e le sorridi e vuoi
ch’io sia gentile, vuoi ch’io le sorrida,
che le parli dei miei vïaggi, poi…

poi quando siamo soli (oh come piove!)
mi dici rauca di non so che sfida
corsa tra voi; e dici, dici dove,

quando, come, perché; ripeti ancora
quando, come, perché; chiedi consiglio
con un sorriso non più tuo, di nuora.

Parli d’una cognata quasi avara
che viene spesso per casa col figlio
e non sai se temerla o averla cara;

parli del nonno ch’è quasi al tramonto,
il nonno ricco, del tuo Dino, e dici:
«Vedrai, vedrai se lo terrò di conto»;

parli della città, delle signore
che già conosci, di giorni felici,
di libertà, d’amor proprio, d’amore.

Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
sono a Cesena e mia sorella è qui
tutta d’un uomo ch’io conosco appena.

tra nuova gente, nuove cure, nuove
tristezze, e a me parla… così,
senza dolcezza, mentre piove o spiove:

«La mamma nostra t’avrà detto che…
E poi si vede, ora si vede, e come!
sì, sono incinta… Troppo presto, ahimè!

Sai che non voglio balia? che ho speranza
d’allattarlo da me? Cerchiamo un nome…
Ho fortuna, è una buona gravidanza…».

Ancora parli, ancora parli, e guardi
le cose intorno. Piove. S’avvicina
l’ombra grigiastra. Suona l’ora. È tardi.

E l’anno scorso eri così bambina!

Ecco, contrappasso anche per voi.

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