James Bond non abita al Pantano

Seguendo i suggerimenti che vedevo comparire su siti di recensioni e diverse reti sociali ho fatto in modo di guardare Slow horses, una produzione AppleTv basata sul romanzo omonimo di Mick Herron e in generale sulla sua serie di thriller di ambiente spionistico.

La visione della serie è stata curiosamente spezzettata, rispetto all’abitudine attuale che presupporrebbe il binge watching: di fatto ho visto le prime due puntate (in inglese) una dopo l’altra, poi ho preso l’e-book del romanzo (e, in offerta, anche i due romanzi successivi). Ne ho letto buona parte ma poi l’ho lasciato perché avevo da preparare un po’ di seminari vari di cui forse parlerò in altri momenti, quindi ho visto le seconde due puntate scoprendo cose che non avevo ancora letto, questo mi ha spinto a riprendere il libro, l’ho finito di slancio e ho iniziato il secondo e poi, quando ormai ero molto più concentrato sulle vicende del seguito (intitolato Dead Lions), sono riuscito finalmente a concludere la serie.

Prima della TV…

Le osservazioni che vi racconterò dipendono quindi da questa visione-con-lettura o lettura-con-visione, dove le impressioni si sommano e si mascherano a vicenda – una dimensione adatta al racconto di vicende che si svolgono, in fondo, nel retrobottega della realtà, dove i confini fra verità e menzogna e, secondo le le migliori tradizioni del genere, fra buoni e cattivi, tendono a diventare indistinguibili.

Ma prima raccontare le mie impressioni per esteso, mettiamo le mani avanti: secondo me vale senz’altro la pena di guardare la serie; il libro, come al solito pubblicato inizialmente in Italia stravolgendo inutilmente il titolo, è appena appena un filo meno consigliabile sebbene, paradossalmente, sia narativamente migliore.

Vediamo di spiegarci.

Tutte le vicende del ciclo narrativo ruotano attorno alla premessa che esista a Londra Slough House, il Pantano, una sede sussidiaria dei servizi segreti inglesi dove vengono esiliati in mezzo a scartoffie di ogni tipo gli agenti che hanno dato prove fallimentari di sé ma che per motivi diversi non possono semplicemente essere cacciati fuori dal servizio.

È una premessa interessante (e che si presta a passaggi della narrazione volta a volta patetici o ironici, una strana accoppiata che però funziona) e che sicuramente, rispetto a larga parte delle narrazioni spionistiche che vanno per la maggiore, tutte incentrate sull’azione e su eroi molto… eroici, ha un valore rinfrescante; se non è propriamente innovativa quanto meno è capace di recuperare la tradizione del romanzo spionistico inglese di Le Carré e Len Deighton (e, peraltro, anche il Bond dei romanzi è molto più prosaico della sua versione cinematografica).

… e dopo la TV

Casomai la concessione alla visione contemporanea del genere è l’idea che lo squallore sia confinato a una sede periferica: in Le Carré anche la sede principale del servizio era squallida, e Smiley è un ometto insignificante lontano dal paradigma dell’affascinante Bond tanto quanto lo è Jackson Lamb, signore e padrone del Pantano. Ma Smiley non era confinato in periferia, era di casa in centri di comando che avevano l’aspetto spartano del dopoguerra; qui la sede centrale del MI5 ha – nel telefilm – quell’aspetto da sala di controllo spaziale ormai consolidato nel genere, ed è popolata da gente in gran tiro che parla con accenti posh e sarebbe a suo agio in qualunque vernissage dell’alta società.

Alta società su cui, peraltro, Herron si fa poche illusioni, direi. So che il terzo romanzo si concentrerà sulle lotte di potere interne alla politica inglese e ai servizi segreti, ma comunque la disillusione è pervasiva anche in questi primi due, come quando due agenti ricevono l’incarico di scortare dei VIP stranieri e la raccomandazione di trattarli come se fossero appartenenti alla famiglia reale, e fanno il conto di che cosa comporterebbe prendere l’ordine alla lettera: dovrebbero trovargli delle massaggiatrici minorenni, come se fossero il il principe Andrea? O organizzare spogliarelli con contorno di cocaina, come con Harry?

Non sono chiarissime le posizioni politiche di Herron, che non direi propriamente di sinistra – per quanto working class, come gli eroi di Deighton – quanto un conservatore insofferente del politicamente corretto ma molto più insofferente, e sconcertato, e addolorato, di un mondo conservatore che si allea con la destra estrema e persegue ferocemente i propri interessi a costo dell’interesse pubblico e del bene di chiunque non appartenga alla cerchia dell’élite (e siamo, al momento della pubblicazione, ben prima della Brexit).

Tutta un’altra cosa, no?

Nel primo romanzo questa sfiducia nelle classi dirigenti è molto mischiata con il trauma, fresco al momento della pubblicazione, degli attentati del 2005 nella metropolitana di Londra, e inevitabilmente esprime la critica a una classe dirigente non all’altezza del dolore e della confusione del paese (c’è anche, non particolarmente mascherato, un machiavellico Boris Johnson in ascesa e legato ai peggiori elementi della destra fascista). Nel secondo romanzo, che dal punto di vista della lettura sociale è meno interessante, compaiono comunque gli oligarchi russi e la disponibilità perversa dell’élite a vendere il paese nell’illusione di chissà quali contraccambi (c’è anche un altro elemento narrativo in chiave russa, più legato all’attualità dell’epoca, che non rivelo per non rovinare il piacere della lettura o della visione).

Nella resa televisiva del primo romanzo il tema del trauma lasciato dagli attentati, ormai molto più lontano, è stato sostanzialmente omesso, a favore di un rafforzamento del racconto del cinismo dei potenti e dell’autoreferenzialità criminale dei giochi interni ai servizi. Paradossalmente le tematiche così ripulite funzionano molto di più, grazie anche a un’ottima messa in scena, a una fotografia livida e alle frequentissime scene notturne: tensione drammatica, senso di disperazione e contrasto fra la rutilanza della control room e lo squallore di Slough House arrivano perfettamente allo spettatore e questo spiega perché inizialmente abbia detto che la serie, per quanto narrativamente meno ricca e un filo più convenzionale, si lasci consigliare più dei romanzi (può essere, per altro, che la scrittura di Herron, molto densa, pastosa, e comunque diversa dall’american english a cui sono più abituato, non sia propriamente adatta a me e che, rendendomi un po’ faticosa la lettura, mi spinga inconsciamente a favorire la più fluida narrazione per immagini).

Nel raffronto fra romanzo e serie, peraltro, la gestione del finale in parte riapre la partita, nel senso che il romanzo ha una coralità che permette di gestire, senza troppi problemi, una conclusione per molti aspetti anticlimatica che è coerente col tema dello squallore e della sordidezza del mondo dei servizi: molti conti vengono regolati, alcuni equilibri di potere cambiano, alcuni buoni ci rimettono e altri emergono salvi dalla fossa, e fra i cattivi ugualmente c’è chi sfugge al giusto castigo mentre altri invece cadono dal pulpito su cui erano saliti, ma complessivamente, come Jackson Lang sapeva quasi da subito, alla fine tutto è sempre business as usual e domani si ricomincia (quasi) allo stesso modo.

Nella serie, invece, un po’ per avere concentrato la narrazione sui ronzini di Slough House, un po’ per concessione al gusto del pubblico, gestire senza incoerenze il finale richiede un po’ di cappa e spada con perfino l’arrivano i nostri e la necessità di esplicitare tutti i temi rendendoli non solo visibili ma proprio evidenti, non sia mai che qualcuno del pubblico si sia alzato per prendere una birra in frigo e non colga la sfumatura. È un peccato nel complesso veniale ma temo un po’ per la prossima serie, dove già il romanzo di riferimento è più cappa e spada di suo e il trailer mi fa dubitare che gli sceneggiatori non si siano fatti prendere irreparabilmente la mano.

Chiudo con un’ultima notazione: nei romanzi spionistici spesso un punto di forza è stata la capacità della creazione di un mondo credibile, lasciato sullo sfondo ma reso presente attraverso la costruzione di un gergo interno al microcosmo dei servizi: in Le Carré, per esempio, il Circus, i lampionai, i calzolai e così via. Herron è bravo in questo campo, a partire dall’invenzione stessa di Slough House e dalla spiegazione dell’origine del suo nome e il gioco di parole con gli slow horses che la abitano, e poi i Cani del servizio (nella serie nel termine dog sono compresi anche gli achievers, cioè i “realizzatori” assegnati a chiudere le partite con la violenza), con il personaggio di Nick Duffy Cane in Capo, la struttura gerarchica del MI5 organizzata in scrivanie (quindi il capo è Prima Scrivania, e così via) e diverse altre invenzioni che immagino entreranno negli standard del genere e che certamente fanno molto per dare fascino alla narrazione e avvincere lettore e spettatore.

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