Viva la libertà!

viva la libertà 1Ieri sera sono andato al cinema.

Credo che decidere di andare al cinema mentre le notizie di risultati elettorali appesi a un filo invadono tutte le TV, la radio e i social network riveli un buon grado di sangue freddo, oppure una consolidata abitudine a scoprire che purtroppo toccherà aspettare un’altra volta (nel mio caso, probabilmente entrambe le cose).

Se però la sera delle elezioni uno oltre ad andare al cinema sceglie anche un film che parla del segretario politico del principale partito di opposizione che si trova di fronte a sondaggi calanti e improvvisamente sente che non ce la può fare a governare il paese… beh, le cose si complicano.

Ma andiamo con ordine…

Viva la libertà! (Roberto Andò, Italia 2012)

viva la libertà berlinguerAllora: Enrico Oliveri è il segretario del PD, su questo non c’è dubbio – nella sala dove si riunisce la direzione c’è una foto di Berlinguer dietro il capotavola… a pensarci bene, questo potrebbe escludere che parliamo del PD. In realtà, il partito di Oliveri è tratteggiato in maniera volutamente ambigua: un paio di dirigenti richiamano uno D’Alema (De Bellis, presentato come un intrigante traditore) e l’altro Renzi (che straparla di quel che vuole la gente e a cui Mastandrea risponde: «La gente ama anche la merda, ma non vuol dire che gliela dobbiamo dare», e io apprezzo), è detto esplicitamente che è un partito della sinistra europea, il presidente è una donna, la sede richiama il famoso loft di Veltroni (ed è oggetto di una battuta velenosa) ma per il resto è abbastanza trasfigurato, reso generico: un forte partito italiano d’oppozione di sinistra, e poi ognuno tragga le sue conclusioni.

Stanno per arrivare le elezioni e palesemente il partito e il suo segretario non ce la fanno. Serpeggiano insicurezza, dubbi e recriminazioni, l’aria è mesta. E allora Enrico Oliveri, semplicemente, svanisce. È a questo punto che la moglie e i più stretti collaboratori hanno una pensata geniale (geniale?!): appurato che il segretario ha un fratello gemello di cui nessuno è a conoscenza, lo convincono (senza troppa fatica, in verità) a impersonare lo scomparso per non lasciare il partito allo sbando. C’è un piccolo problema: Giovanni è pazzo – ma imprevedibilmente nella sua follia (c’è un metodo nella sua follia) il nuovo segretario riesce a galvanizzare il partito. Nel frattempo, Enrico…

Lontano dal farsesco (e da un certo politico)

Girato molto bene e recitato benissimo da Servillo, Mastandrea e Tedeschi (meno bene dalle protagoniste femminili, ma io terrei d’occhio in futuro Judith Davis, che oltretutto non dispiace allo sguardo) Viva la libertà! si appoggia a una sceneggiatura che evita tutte le trappole più ovvie: poteva uscirne facilmente una commedia sgangherata alla Steve Martin, invece non c’è una sola gag sugli scambi di persona, nessun facile effetto comico. Allo stesso modo ci si tiene lontani dal classico film politico a tesi, che poteva essere un’altra soluzione ovvia. O meglio: il film ha una sua tesi (che per arrivare al governo la sinistra deve abbandonare la paura di vincere, e che la paura, in tante forme, è il sale della politica italiana). Ma questa tesi è accompagnata da altri temi: evidentemente quello del doppio, ma anche quello parallelo della ricostruzione della realtà – con il confronto fra politica e cinema, due modi diversi di costruire narrazioni – il tema dell’amore, dell’infertilità della politica, la salute mentale e la contrapposizione di stati di depressione e di esaltazione – ognuno dei fratelli deve guarire dal suo, e la politica sembra richiedere a entrambi un equilibrio fra le due condizioni, o forse, si suggerisce, è la politica la cura suprema?! o il cinema?! oppure c’è l’idea che la politica richiede stati di eccitazione da esaltazione chimica? Non saprei.

00_viva_la_liberta_01_distributionContribuisce a dare profondità anche lo stile della narrazione, che spesso sfugge al realismo per battere improvvisamente i sentieri del surreale: in certi momenti Viva la libertà! ricorda Habemus papam (o certi passaggi grotteschi de Il divo). E, infine, la narrazione è ellittica e lasciata aperta quel tanto che basta per suggerire allo spettatore che dietro ci sono altri livelli che forse non sono proprio come sembrano (cioè il film, come la politica, è una ricostruzione plausibile, ma forse le cose sono andate in maniera diversa da come sembra sullo schermo).

Naturalmente l’operazione presenta dei rischi e Viva la libertà! non è proprio del tutto riuscito: l’apparato simbolico è sovrabbondante e ogni tanto macchinoso, la coerenza interna salta volentieri – così come la partita di pallavolo di Habemus papam, pur necessaria, sfibrava parecchio la disponibilità a collaborare dello spettatore – e la tesi politica un po’ sfuggente (ma su questo torno fra poco).

Però il film regala almeno un momento di grande emozione, quando Giovanni sul palco recita un Brecht (ah, il mio amato Brecht!) che sembra scritto veramente per l’oggi:

viva la libertà 2Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può più mentire.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha travolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.

Due o tre osservazioni sulla politica

È un momento che funziona davvero, ma che in realtà aggiunge complessità; perché se ci si presta attenzione ci si rende conto che Giovanni non è mai autentico: in tutti i momenti in cui colpisce di più l’opinione pubblica sta citando qualcun altro (Brecht un paio di volte, Pascal, un haiku giapponese…). Quindi in realtà Viva la libertà! non afferma che la strada maestra della politica è essere autentici, ma che occorre dare alla gente ciò che vuole sentirsi dire? O che la poesia, la filosofia, il sapere sono la via per parlare al cuore (e il cervello, allora?)? A me piace un film che dopo averlo visto mi lascia a riflettere, ma da un film così politico avrei voluto un attimino di chiarezza in più: non troppa, ma quel tanto che serva a chiarire che non si stanno complicando le cose giusto per dare l’idea di una profondità che non c’è. Lo stesso vale per le suggestioni offerte, e lasciate lì, sul tema della paura.

viva_libertaIn realtà, però, temo che il difetto maggiore di Viva la libertà! sia il suo ancoraggio con l’oggi: come per Il caimano! non so quanto possa sopravvivere, pur con tutto il suo apparato simbolico, il suo cercare la profondità, a un cambiare delle condizioni politiche, che anzi, forse, sono addirittura già cambiate mentre viene proiettato nelle sale. Ho il dubbio: e d’altra parte non sembra un film così indispensabile da progettare di rivederlo fra due anni, così, giusto per verificare. Ma forse mi sbaglio, e in ogni caso mi sembra una buona idea decidere di seguire il percorso futuro di Andò e i suoi prossimi lavori.

Killer instinct e Machiavelli

Nell’anno cinquecentesimo dalla pubblicazione de Il Principe sto rileggendo Machiavelli, e la lettura mi suggerisce una riflessione sulla tesi di Viva la libertà! Sono rimasto recentemente molto colpito da una osservazione di Gennaro Sasso, che diceva che Il Principe ci ricorda che la politica è il luogo della sopravvivenza, cioè il luogo in cui il primato, anzitutto, va dato alla propria continuata esistenza: perché senza quella, ovviamente, non può esservi rappresentanza di valori e interessi – chi è in campo è legittimato, come diceva Martinazzoli, ma chi non è in campo semplicemente non esiste.

A una prima occhiata questa idea sembra contraddire Viva la libertà! Gli esponenti di partito che circondano Enrico/Giovanni sanno, saggiamente, che ciò che importa è rimanere in campo, non vincere una elezione: in questo senso, sono loro i saggi (per quanto il film li rappresenti in maniera ributtante) e Giovanni, appunto, il pazzo. D’altra parte Andò fa appello a una realtà che tutti sperimentiamo (anche nelle ultime elezioni) e che in realtà afferma anche Machiavelli: che in politica il killer instinct serve – ce l’hanno Grillo e Berlusconi, e Bersani e l’algido Monti no, quindi i risultati non stupiscono. Ce l’aveva però anche il Duca Valentino, e Machiavelli racconta che fine ha fatto. Quindi il tema non può essere semplicemente che in politica serve il coraggio (che, come sanno i militari, talvolta è solo stupidità) o peggio la spregiudicatezza, o anche il vitalismo chimico di Giovanni. Allora in realtà Viva la libertà!, come manuale di azione politica, pone un buon dubbio ma non ci porta molto lontano. E quindi? La risposta io in Machiavelli l’ho trovata, ma ve la dico quando finisco anche i Discorsi.

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