Girlfriend in a coma

Ho visto sabato, con il gruppo La Pira, Girlfriend in a coma di Annalisa Piras, un film interpretato da Bill Emmott, ex direttore dell’Economist e basato su un suo libro dedicato all’Italia, Good Italy, bad Italy.

Il titolo è un omaggio a una bella canzone degli Smiths

(casualmente uno dei miei gruppi preferiti fra i venti e i trent’anni) che parla di una “fidanzata in coma”; nel caso specifico la fidanzata è l’Italia, paese dei sogni per tanti inglesi (compreso Emmott) che ora la osservano con un misto di rincrescimento, imbarazzo e incomprensione. Il documentario tenta di dare ragione di questa situazione attraverso un percorso in tre fasi: uno dedicato alla mala Italia, uno dedicato alla buona Italia e uno che indaga che prospettive un buon capitalismo può dare al nostro Paese. Dietro c’è il sospetto di Emmott, più volte enunciato nel film, che il disastro italiano preannunci in realtà un declino dell’Occidente, o perlomeno dell’Europa, stanca, senza energie, non più in grado di crescere e soprattutto di preservare il proprio stile di vita democratico dall’assalto congiunto dell’illegalità, della demagogia e della stagnazione economica.

Capiamoci: parla l’ex direttore dell’Economist, un baluardo del pensiero liberale. Uno che per parlare del buon capitalismo va a intervistare Marchionne e John Elkann (e Ferrero). Uno che si fa descrivere la società italiana e le sue storture dalla Fornero. Girlfriend in a coma non è tanto interessante per le soluzioni che propone: in parte anche perché ne propone poche – a parte un generico autoriformarsi del capitalismo in senso di responsabilità sociale e ambientale – e in parte perché sono soluzioni invise a buona parte dell’opinione pubblica italiana. Non è neanche interessante per gli aspetti negativi che mette in luce – dopotutto tutti guardiamo spesso Report – e nemmeno per gli esempi di Italia buona proposti, tutti già noti all’opinione pubblica italiana (tranne forse Progetto Sud, dove mi ha fatto piacere vedere brevemente inquadrato Tommaso Marino, ma comunque il lavoro sui beni sequestrati alla mafia non è una novità).

Eppure, e nonostante questi difetti, Girlfriend in a coma è una visione consigliata: perché con la sua visione un po’ alla lontana, poco gridata, un po’ superficiale, persino poco attuale (Grillo è quasi del tutto ignorato, l’enfasi è su Berlusconi – per quanto, a sentire i risultati di queste ore, forse Emmott ci ha visto giusto) dà un quadro dell’Italia che alla fine si è obbligati a riconoscere che è esatto. Ed è molto interessante il modo con cui mette in fila i nostri problemi: non c’è solo il modo di ragionare di una seria, pacata e competente opinione pubblica di stampo europeo, che fa pulizia del nostro chiasso fine a se stesso, ma è proprio la capacità di segnalare, in un modo che alla fine si deve riconoscere come esatto, i veri problemi dell’Italia, peraltro in larga parte assenti da questa campagna elettorale: l’illegalità, la criminalità organizzata, il disastro ambientale diffuso, il depauperamento culturale, la segmentazione e litigiosità della società italiana… Non sono cose freschissime, non sono dette né con grazia né con sacrosanta indignazione, ma sono tutte esposte in maniera ragionevole, seria e condivisibile. Che le soluzioni a questi temi stiano nel campo di Marchionne o della Fornero personalmente ne dubito, ma certo Emmott e la Piras fanno un lavoro onesto nel porre le domande: se qualcuno avesse risposte migliori delle loro dovrebbe anche fornire le domande. Nel frattempo la visione del film è molto consigliata, e fino al 13 marzo è scaricabile a un prezzo molto contenuto.

C’è un’ultima nota apparentemente minore, che ha colpito molto il gruppo La Pira e che è in inea con alcune riflessioni che sto facendo attualmente (magari le scriverò per bene se riuscirò finalmente un giorno a recensire Lollovemag). Il film è parzialmente in inglese: Emmott parla un discreto italiano e molte persone intervistate rispondono ovviamente in italiano, ma con moltissime altre – non solo con Marchionne, John Elkann o Umberto Eco, per i quali sembra normale – l’intervista è stata palesemente condotta in inglese, senza troppi imbarazzi. Non vorrei apparire ingenuo, ma guardando il film ci siamo detti: «Hai visto quanta gente in Italia parla bene l’inglese?». Un segno che forse siamo più moderni ed europei di quanto noi stessi pensiamo.

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