Datevi al baseball. O alla politica

Citazioni (non) intramontabili

Una delle mie citazioni preferite di Brecht fa, più o meno,

Quali tempi son questi, quando
un dialogo sugli alberi è quasi un delitto
perché su troppe stragi comporta il silenzio!

Nel caso specifico il dialogo sugli alberi era un genere di poesia bucolica, e il combattivo Bertolt intendeva dire che quel tipo di poesia sentimentale comportava un disinteressarsi degli importanti avvenimenti politici che avvenivano, fino a farsi complici di veri e propri delitti.

È una citazione che mi è sempre piaciuta e che spesso ho ripetuto, dichiarandomi d’accordo: parlare, bisogna parlare. Impegno, bisogna impegnarsi.

Solo che l’altro giorno mi è venuta alla mente la stessa citazione, esattamente per il motivo opposto. Non ho nessuna voglia di parlare di politica: preferisco trascrivere Hammett o Lodoli. Raccontare storie di famiglia o dell’autobus. Parlare di musica, perfino di Young Signorino e del trap.

Basta politica.

Perché temo la canea, la gente che poi ti viene a commentare con la bava alla bocca, i faziosi oltre ogni limite, quelli che: «E allora, quegli altri…», gli schiavi della propaganda, generi fra l’altro diffusissimi perfino tra i miei contatti e lettori, con mio enorme stupore; e trovo in crescita enorme anche la possibilità di diventare preda pure dei cretini e di quelli che non sanno di cosa si sta parlando però parlano lo stesso, un’altra categoria che si sta diffondendo esponenzialmente (anche qui, perfino fra i miei contatti) e veramente non ho voglia: anche solo leggere Facebook mi ha portato a farmi trascinare un paio di volte in maniera avventata (e giustamente gli amici fidati mi hanno avvisato: come diceva sempre Brecht, a gridare ti viene la faccia brutta anche se hai ragione, per non parlare del fatto che a discutere coi cretini rischi che chi assiste non colga la differenza fra te e loro).

In realtà c’è una terza categoria di commentatori sgraditi, solo che non è colpa loro.

Sono quelli che c’hanno un angolo cieco, come con lo specchietto della macchina. Non vedi il paracarro in retromarcia e ti sfondi la fiancata. Non vedi il motorino dal lato sbagliato e lo butti per terra. Ecco: c’è un sacco di gente rispettabile che però ha uno o più angoli ciechi e quando gli arriva sulla fiancata scoperta l’articolo che attacca il suo bersaglio preferito, zacchete, lo condivide tutto gongolante come se fosse roba da Pulitzer.

Normalmente è spazzatura.

Ci sono un sacco di antigrillini, in questa categoria, ma anche parecchi altri anti-qualcosa. Gente che si fa portavoce inconsapevole di robaccia cucinata nei retrobottega delle segreterie di partito e di luoghi ancora meno rispettabili solo perché reagisce a tre parole chiave che gli hanno messo lì apposta per fargli scattare il riflesso pavloviano: come un fulmine gli va via la capacità di decodificare il testo oltre quei tre segnali in croce.

Spesso è gente che se la prende con gli analfabeti funzionali.

E davvero non ho voglia.

Peccato, però: si potrebbe parlarne. O anche fare politica

In realtà è un peccato, perché gli eventi che stiamo vivendo sono davvero interessanti.  Voglio dire: sono per la maggior parte cose mai successe prima. Svelano in maniera importante meccanismi di potere inusitati. Pongono dilemmi notevoli, forse insormontabili.

In una parola, osservarle a fondo sarebbe educativo, per l’opinione pubblica e per ciascun cittadino. Solo che scoprire ciò che contengono non è semplice, e parlarne servirebbe davvero tanto. Per questgo è un peccato che non si possa fare.

Oltretutto, esattamente perché ci sono questi toni accesi, parlarne in maniera civile e ragionata servirebbe: magari, per esempio, per avere almeno un guizzo di comprensione del pensiero dell’altro. Non mi interessa che tu mi posti l’articolo di mediadipartitotravestitodainformazione.com, mi interessa capire perché ti sembra necessario postarlo. Ma se quando te lo chiedo mi rispondi con quello che ha appena scritto su Tweet Tizio o Caio, allora è inutile (oltretutto: me li sono già letti anche io). Si perde l’occasione di approfondire e si perde pure l’occasione di comporre il dissidio e raffreddare il conflitto.

Ma con quest’ultimo paragrafo sono andato fuori strada: quello che volevo dire è che sono davvero tempi interessanti, e andrebbero guardati con attenzione. Per dire: altro che House of Cards, no? Come ho scritto ai tempi della scissione dei PD, la nostra storia contemporanea continua a fornirci una quantità impressionante di case history che sarebbe imprescindibile mandare a memoria, una specie di corso accelerato di politica, e sarebbe bene parlarne, studiarci, analizzare, teorizzare.

Non postare meme, cazzo. O condividere articoli intitolati La verità su X o Y spiegato bene (e accurata non menzione della parte finale: «spiegato bene secondo l’opinione di chi mi paga»).

Perché, tra l’altro, quando c’era Lui, caro lei…

In realtà, ci sarebbe anche un’altra cosa interessante da fare in questo periodo, ed è direttamente mettersi in politica. Lo so che sembra una boutade, dato il livello di impresentabilità della politica – vedi alla voce astensionismo – ma quando succedono cose che non sono mai successe presumibilmente si sta dentro una fase cruciale degli avvenimenti storici e politici e starci dentro è, ancora una volta, formativo: non mi sembra questo un cattivo periodo per un giovane per cominciare a fare politica: è interessante, è vivace, ci sono un sacco di spazi e una situazione abbastanza fluida da non essere obbligati per forza a fare politica esclusivamente con questi.

Oltretutto, non so ancora per quanto ma questo è un periodo nel quale si può entrare in politica in avvenimenti cruciali senza che ci siano rischi per l’incolumità personale, un caso piuttosto raro.

Finché dura, naturalmente.

Darsi al baseball

Se però non ce la fate a fare politica ma volete provare a abbandonare la partigianeria, io un suggerimento ce l’ho.

Prendetelo come un gioco, con regole, mosse e contromosse, e discutete di politica come se parlaste del baseball.

Non del calcio, perché quello è esattamente quello che state già facendo.

Ma il baseball, diamine, nessuno si deve essere mai azzuffato per il baseball. Ed è un gioco interessante, pieno di tatticismi, di strategie complesse, di protagonisti incomprensibili.

Ed è una palla mostruosa.

Lo so che anche questa sembra una boutade, ma quello che serve è creare un grado di separazione tra voi e la politica.

Anzi, più esattamente: c’è già un grado di separazione fra voi e la politica, perché nessuno di voi ne fa: vi limitate a commentarla, a rilanciare articoli, a fare i leoni da tastiera sfottendo gli avversari.

Come diceva un mio amico da poco, «non contate nulla». Solo che l’odio di parte vi acceca, e non vi fa vedere la separazione.

E quindi, tanto vale: prendete la politica come il baseball e provate a commentarla come fareste col baseball: chi è in difesa? Chi in attacco? Come sono piazzati i giocatori? Come è il confronto fra i leader delle due parti? E così via.

Credeteci, farebbe un sacco di bene.

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