Val di Susa e autostoppisti spaziali

La Guida galattica per autostoppisti è un classico della fantascienza umoristica (e abbastanza lisergica) degli anni ’70, e potrebbe sembrare a prima vista non il punto di partenza migliore per ragionare sulla TAV e la Val di Susa. Eppure, se avete voglia, diamo un’occhiata alla trama.

Il romanzo si apre col protagonista, Arthur Dent, incatenato alla porta del suo cortile per impedire ad alcune ruspe di demolirgli la casa per far posto a una nuova autostrada. Il contrasto iniziale mette a confronto da una parte la procedura di esproprio (formalmente inappuntatabile, ma disumana) contro dall’altra l’insignificanza delle esigenze dell’individuo. Dent appare un personaggio abbastanza patetico: si può solidarizzare con lui, ma l’incipit del romanzo è costruito per dargli torto; la procedura di esproprio di casa sua può apparire, appunto, disumana, ma queste cose succedono, no?!

Bene, a quel punto il romanzo ha uno di quegli spaesamenti che lo rendono geniale. Improvvisamente si sente una voce scendere dal cielo.

Dio? No, in realtà. Il messaggio trasmesso da giganteschi megafoni a bordo di un gruppo di astronavi è questo:

Avviso al popolo della Terra: POPOLO DELLA TERRA, ATTENZIONE, PREGO. QUI PARLA LA COMMISSIONE PER LA PIANIFICAZIONE DELL’INTERSPAZIO GALATTICO. I PIANI DI SVILUPPO DELLE ZONE PERIFERICHE DELLA GALASSIA RICHIEDONO LA COSTRUZIONE DI UNA SUPERSTRADA IPERSPAZIALE ATTRAVERSO IL VOSTRO SISTEMA STELLARE. IL CHE RENDE SFORTUNATAMENTE NECESSARIA LA DEMOLIZIONE DI ALCUNI PIANETI TRA CUI IL VOSTRO. I LAVORI AVRANNO INIZIO IMMEDIATO E DURERANNO CIRCA DUE MINUTI TERRESTRI. GRAZIE.

E qui si scopre che, mutatis mutandis, anche la procedura interstellare è identica a quella terrestre: solo che qui non sembra più semplicemente gelida ma tutto sommato normale, qui è un’apocalisse. Dipende dalla prospettiva, quindi, giusto?

È questo quel che penso della Val di Susa: che dipende dalla prospettiva, e che vorrei vederli quelli che parlano di bene comune e di preminenza del progresso nazionale se improvvisamente qualcuno decidesse che per il loro bene gli demoliscono la casa (o gli espropriano i terreni) e gli mandano anche cinquemila poliziotti per assicurarsi che durante l’operazione il morale gli resti alto e collaborino gioiosamente all’operazione. Questioni di prospettiva, appunto.

(parentesi: non vorrei davvero vederli, ma li vedrò; basterà aspettare la costruzione del GALSI).

Intendiamoci, non mi sto qui schierando necesariamente coi No-TAV. Sto dicendo che una delle regole fondamentali del bene comune è che deve essere riconosciuto come tale dalla comunità a cui è riferito (lo dice la parola, “comune”). Altrimenti non è bene comune, è oppressione.

Se posso permettermi di fare lo scienziato politico in un contesto in cui una parte dei miei contatti queste cose le insegna e sono pure stati miei professori, a me pare che la storia dell’Europa e della costruzione degli stati nazionali è la storia della ricerca della possibilità, per i governi, di mobilitare senza restrizioni le risorse dei propri territori.

Facciamo un esempio? Carlo Magno poteva permettersi di prendere diecimila contadini slavi e spostarli in Sassonia, sostituendo con loro i sassoni che spediva in Aquitania (quelli a cui non aveva tagliato la testa, ovviamente). Ma Carlo Magno incontrava dei limiti nel potere dei suoi signori feudali, della Chiesa, delle città indipendenti e così via: perciò poteva spostare quei contadini che non avevano la protezione di un barone o un convento o che erano, come nel caso specifico, degli sconfitti: gli altri erano salvi. Il che, lo ammetterete, per un sovrano decisionista come lui doveva essere una bella seccatura.

La storia europea è la storia della lotta dei governi centrali per ridurre il potere delle città libere, dei poteri locali, dei grandi nobili, della Chiesa, in modo da poter acquisire la capacità di mobilitare tutte le risorse del proprio territorio secondo le necessità, senza tutte quelle seccature dei diritti dei singoli e dei corpi sociali. Il trionfo di questo processo è il sovrano assoluto tipo Re Sole, o la sospensione delle libertà civili durante la prima guerra mondiale, se preferite, e alla fine i regimi totalitari del XX secolo.

Eppure a fianco di questo processo c’è un parallelo continuo processo di resistenza, che contrasta passo passo i trionfi del dispotismo e li tempera. «No taxation without representation», il motto dell’indipendenza americana, è la sintesi di questo pensiero: non è lecito pescare nello stagno delle energie della nazione se la nazione stessa non ha potuto dire la sua (e notate che, secondo questi padri del pensiero liberale, la resistenza armata contro le prestazioni imposte da un governo non rappresentativo è del tutto legittima). E noi siamo figli della vittoria di questo pensiero di resistenza, non del pensiero opposto che ci fa orrore, altrimenti la sovranità nell’articolo 1 della Costituzione sarebbe definita in maniera diversa e nelle scuole avremmo le statue di Hitler, Mussolini, Pol Pot e Stalin (la cui passione per la deportazione di contadini lo ricollega, simpaticamente, a Carlo Magno).

Immagino che a questo punto qualcuno mi farà notare che la decisione di costruire la TAV in realtà è stata presa da un Parlamento nel pieno dei suoi poteri e secondo procedure corrette. Ma il problema non è di legittimità formale: anche Carlo Magno deportava i contadini secondo bolle legali redatte da chierici scrupolosi. Il problema, da quel che capisco, è che semplicemente per la gente della Val di Susa lo Stato italiano non è sufficientemente legittimato e le procedure loro imposte rischiano di apparirgli altrettanto aliene di quanto lo sono per Arthur Dent gli abitanti di Betelgeuse che devono costruire l’autostrada spaziale. A me non sembra difficile capirlo, ma se è necessario ridiciamocelo…

È per questo che mi pare che per la Val di Susa si citi a sproposito la sindrome di Nimby, e d’altra parte la vicenda della TAV ha tratti del tutto simili a fenomeni disparati (e palesemente non Nimby) come i forconi siciliani, i pastori sardi e così via: si tratta solo di un sintomo più maturo e strutturato (dopo tutto dura da vent’anni) del fatto che l’assetto dei paesi democratici usciti dalla II guerra mondiale non è più stabile, e del fatto che in particolare qui in Italia viviamo questa instabilità in maniera più forte, per la disgregazione della comunità nazionale, la crisi di rappresentanza politica, l’impresentabilità della classe dirigente… la soluzione della questione TAV, suggerirei sommessamente, non sta nel perimetro tecnico dell’argomento (servirà o no, ‘sta ferrovia?), ma nel fatto che dovremmo sbrigarci a pensare nuove sintesi culturali e di governance fra esigenze di coesione nazionale e diritti degli individui e delle comunità: sbrigarci perché la crisi ambientale e sociale peggiorerà, creando nuove tensioni, e perché l’Italia affronta il processo in condizioni peggiori di (quasi) chiunque altro. Anche questo non mi sembra difficile da capire, ma francamente non mi sembra di sentirlo dire spesso… finirà che ci dovrò scrivere sopra un gioco!

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