Democrazia ateniese in salsa di Marina

In cui si parla delle notti dello zio Rufus e del suo egoismo

Molti miei amici sanno, per avere parcheggiato da quelle parti, che sotto casa mia c’è un chiosco di panini incongruamente piazzato nel mezzo di un parcheggio. Il chiosco dovrebbe occupare solo lo spazio del prefabbricato ma come un cancro maligno si espande ben oltre di quel che gli spetterebbe. Parliamo di veri geni del male. Una volta i vigili hanno lasciato dei divieti di parcheggio legati a chissà quale ordinanza: quelli del chiosco li hanno fatti sparire e quando hanno bisogno di più spazio li tirano fuori per dare parvenza di legalità a recinzioni abusive fatte col nastro bianco e rosso: se non guardi attentamente non te ne accorgi mica che le date del divieto di parcheggio sono di tre anni fa.

Molti miei amici sanno, per avere frequentato casa mia, i miei balconi e il mio terrazzo d’estate, quando teniamo le finestre aperte, che il chiosco sotto casa dà sfogo alle smanie di protagonismo di una ventina di disperati facendo il karaoke per metà della settimana.

Molti dei miei amici sanno che il karaoke è condotto a volume altissimo. Capita che perfino con le finestre chiuse arrivi il rumore. L’altro giorno ero per strada ad almeno cento metri di distanza e parlavo al telefono con una amica quando quella mi ha chiesto: «Ma dove sei? In una discoteca?! Non si capisce niente!».

Quello che i miei amici non sanno, perché a una certa ora li sbatto fuori di casa, è che il karaoke va avanti spesso fino alle due di notte. Che non riesci a dormire. Che nel cuore della notte nel cassonetto sotto casa sono scaricate di botto decine di bottiglie. Non sanno le telefonate ai Vigili, che non passano mai. Le telefonate ai Carabinieri, che dicono che è competenza dei Vigili. Le telefonate alla Polizia, che ti chiedono dove abiti e poi ti dicono che quella è zona dei Carabinieri e te li passano senza darti il tempo di replicare. E non riesci, non riesci a dormire. Le lettere al Comune, che risponde serafico che non risultano permessi per attività musicali e se ne lava le mani. I conciliaboli coi vicini, quelli più arrabbiati di te e quelli più pavidi, e il problema che non si riesce mai a essere tutti motivati allo stesso modo nello stesso momento per fare qualcosa insieme, e quindi oltre a non dormire hai anche tutte le recriminazioni di conseguenza. Non sanno gli avvocati che scuotono la testa e ti dicono: «Sono protetti». La pattuglia che passa, ti dice che devi chiamare il centralino e poi ti raccomanda: «Non vada lei, mi raccomando, che poi magari finisce male». E non dormi. E il vicino ti dice che ha parlato con l’assessore o il consigliere comunale, e ci sono problemi. Di ordine pubblico. Di sicurezza. Di chissà che, e non ci si può fare niente. Il suggerimento di altri di cercare giornalisti amici, che facciano scandalo, così il Comune si smuove.

La sensazione che non sia una questione di diritti e di serena organizzazione di una pacifica convivenza civile, ma di contendere il territorio. Illegalità contro legalità, comunità contro predazione. Prove di forza.

Io so tutte queste cose perché ho un chiosco sotto casa – vedi quante cose può insegnarti un fatto semplice come questo.

E quindi quelli della Marina che protestano perché hanno i locali e i ristoranti sotto casa li capisco. Eccome se li capisco.

E quando c’è un dibattito Vivere il centro storico: sviluppo, bellezza, diritti, organizzato dal comitato degli abitanti di del quartiere Marina, in cui sotto traccia si capisce che si discute della convivenza col chiasso notturno, ci vado. Non per interesse culturale. Per egoismo. Per dormire, finalmente.

Vivere il centro storico bellezza sviluppo dirittiVivere il centro storico: sviluppo, bellezza, diritti… e spaesamenti

E così vado al dibattito. Sono arrivato un po’ in ritardo così mi sono perso la relazione introduttiva: ho fatto in tempo a sentire l’appello al dialogo di Enrico Lobina (che ha detto anche cose interessanti su Fiorentino Sullo, temo cadute nel nulla), la relazione di Paolo Frau, assessore all’urbanistica e all’edilizia, e il dibattito.

Raramente mi è capitato di sentirmi così spaesato. Devo dire che la relazione di Frau era condivisibile dalla prima all’ultima parola. Ed era rassicurante: stiamo facendo questo, stiamo facendo quello. Ti veniva da pensare: perché agitarsi? Sanno già tutto. Perché preoccuparsi? Stanno già provvedendo. Perché temere? La direzione scelta e così ben illustrata è senz’altro quella che anche io sceglierei.

Però io sono un cane vecchio e diffidente e ho imparato che quando quelli al comando sono così politi e la situazione che tu conosci è così incasinata, qualcosa non torna. Io non so se l’assessore (che poi credo che sia pure amico di mia mamma) ci fa o c’è, però io e lui non viviamo nella stessa città, insomma. Lo dico senza polemica: segnalo soltanto lo scarto fra le percezioni, che è il motivo per il quale la relazione mi appariva straniante (vale anche la pena di ricordare che in politica di solito gli scarti di percezione fra gli amministratori e gli elettori si pagano. Anche cari, e conta relativamente chi aveva ragione). Del resto il tempo è galantuomo: la relazione dell’assessore si poteva riassumere nell’idea: «Stiamo provvedendo». Non c’è poi molto da aspettare per, diciamo, l’estate prossima: o si sarà provveduto o non si sarà provveduto.

Ma in realtà non è della relazione dell’assessore che voglio parlare.

Temistocle e Demostene non abitano più qui

Teoricamente io sarei dovuto essere dalla parte del pubblico, in cui erano largamente rappresentati i cittadini insoddisfatti di Marina.

Teoricamente.

Invece… come posso dire? Hmmmm. Facciamo così (e scusate il turpiloquio):

Se viene uno e dice: «Piccioccusu, sono tre mesi che non dormo. Non me ne frega niente del perché e del percome: mo’ mi sono rotto il cazzo. Quello che mi interessa è dormire. Fate come volete ma io voglio poter dormire la notte: altrimenti adesso è il momento che spacco il culo a qualcuno, capito? No, silenzio, non voglio sentire niente, datevi da fare e zitti, altrimenti…», non gli puoi dire niente. Niente. Ha del tutto ragione. Puoi solo stare zitto e darti da fare. Oppure prenderti le conseguenze. E non spetta a lui dirti come e cosa devi fare: sei tu che amministri e il problema è tuo. Lui ha il diritto di dormire la notte, di poter entrare in casa sua, di poter far arrivare un’ambulanza sotto casa in una emergenza, e così via. Il resto sono affari tuoi.

Può darsi che io mi sia perso qualcosa di importante: ma per quel che ho visto qualcosa non ha funzionato, e la posizione inattaccabile si è sfaldata. Ho capito che è possibile nel breve spazio di un dibattito passare da una ragione del genere ad avere torto. Possibile? Si, possibile. Basta una visione proprietaria del quartiere ben oltre l’accettabile: «Deu seu su meri, meri in domu mea…», fare tutto un fascio di diritti imprescindibili e di altri del tutto opinabili. Andare a un dibattito non per discutere, ma per prendere a ceffoni l’assessore a prescindere. E così via. Soprattutto, voler ascoltare se stessi, ottenere il massimo di soddisfazione dal suono della propria voce nel dibattito, dall’essere oratori al centro della platea.

Anche qui, non critico chi è intervenuto. Ma mentre assistevo pensavo che la democrazia ateniese, per il tramite dell’ideologia della democrazia parlamentare liberale, ci ha lasciato questa specie di lascito avvelenato per il quale diamo tanta importanza all’alzarsi a parlare in mezzo ai nostri pari.

Il massimo dei diritti sembra essere la possibilità di alzarsi e arringare gli anziani del popolo. E quindi tanti giovedì scorso hanno voluto parlare al popolo. Perché se no la tua opinione non esiste. Perché se dici qualcosa questa avviene, quindi se dici che i tavolini non ci devono essere quelli magicamente spariranno. Perché abbiamo visto infiniti film in cui un giovane Spencer Tracy o qualcuno del genere prende la parola in Senato, dice cose vere in maniera irresistibile e salva il mondo e la democrazia. Non so. Il dibattito sarà stato spinto da motivi del genere, credo.

Sarà perché sono tutto meno che un liberale, ho una visione meno rassicurante della democrazia ateniese (e anche della democrazia parlamentare, peraltro). Temo che in questi consessi molte volte la gente arrivi con una opinione già definita, con buona pace di Spencer Tracy e anche dei parlamentari Cinque Stelle di questa tornata, e che quindi l’oratoria in certe occasioni non serva a proporre opinioni, ma casomai a galvanizzare i seguaci, a rappresentare plasticamente la propria forza e, in una parola, a gestire rapporti di forza. L’altra sera alla Marina, infatti, le cose erano abbastanza su questo genere, compresi alcuni esercizi di retorica davvero squisita, come portare il cartellone disegnato dai bambini con la piazza ideale per far vedere che non c’erano i tavolini. «Vedete? Dalla bocca dei bimbi e dei lattanti…».

Dibattiti in cui si arriva ciascuno con le proprie opinioni già formate per sbatterle in faccia all’assess… agli avversari hanno la stessa possibilità di arrivare a una soluzione giusta, diciamo, della disfida di Barletta.

Se però non si vogliono montare le lizze in piazza San Sepolcro e far scontrare all’ultimo sangue un residente e un ristoratore forse occorrerebbe cercare altre soluzioni.

Per esempio…

La democrazia partecipativa

Per esempio durante il dibattito è stata invocata più volte la democrazia partecipativa.

Solo che temo che in materia ci siano alcuni equivoci: la democrazia partecipativa che alcuni si immaginano, infatti, è una cosa per la quale l’ente pubblico, prima di fare alcunché, chiede il permesso ai cittadini.

Solo che questo non si chiama “democrazia partecipativa”, questo è un potere di veto. «Deu seu su mere…», appunto, e prima di fare qualunque cosa in casa mia devi chiedere il permesso. Educatamente.

Inciso: i motivi per cui non è proprio proprio vero che tu sei padrone in casa tua sono spiegati nell’articolo 42 della Costituzione e discussi in un vecchio articolo di questo blog.

cosa fare come fareMa a parte questo la democrazia partecipativa non è proprio quello. È partecipare alle decisioni, non riservarsi il potere ultimo decisionale. Nel suo libro Cosa fare, come fare (ne volevo fare una recensione da tanto tempo) Iolanda Romano osserva che ci sono tre grandi resistenti ai processi di democrazia partecipativa. I politici, che temono di perdere ruolo. I media, che sono portati a sottolineare le narrazioni di conflitto e a semplificare le posizioni in termini di contrapposizione, perché così è più facile vendere. E i comitati. Perché per i comitati entrare in trattativa vuol dire, inevitabilmente, rischiare di perdere potere (en passant: la Romano è scettica sulle assemblee, in cui inevitabilmente si è portati a sottolineare la rigidità della propria posizione, per coagulare il consenso e rafforzare il senso di appartenenza: come l’altro giorno alla Marina).

E la democrazia partecipativa richiede che siano presenti tutte le istanze, perché lo scopo non è stabilire se ha ragione X o Y ma come si possono soddisfare le esigenze di X, di Y e anche di Z. E l’altra sera non c’erano ristoratori, non c’erano studenti Erasmus, non c’erano turisti e mi pare non ci fossero nemmeno negozianti. Solo la loro caricaturizzazione racchiusa in quella figura dei “tavolini”, come se non fossero persone quelle che quei tavolini li mettono, ci lavorano, ci mangiano sopra, ci spargono pezzi della loro vita.

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3 pensieri riguardo “Democrazia ateniese in salsa di Marina

  • 24/10/2013 in 19:07
    Permalink

    Mi dicono che si vede che ero incazzato. Se do questa impressione mi scuso: forse ero di fretta e di getto sono stato un po’ brutale.

    Risposta
  • 30/10/2013 in 16:33
    Permalink

    Dopo infinite esperienze associative e qualcuna di pianificazione sentenzio che la democrazia partecipativa è il palcoscenico che ognuno vuole per sentirsi dire che è bravo! Dell’opinione altrui poco se ne frega! Ed infatti, spesso alla base della democrazia dichiarata partecipativa ci sono questionari a risposta chiusa, internet-forum con moderatori forti, o domande retoriche proposte dal palco. E ZERO risposte vere! E rumorosi chioschi sotto casa! Me ne farei una ragione, provando a cercare altre vie!
    abbracci g.

    Risposta
  • Pingback:I nazisti dell’Illinois (o giù di lì), i Lakota e i gabinetti

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